Il campanone che scandiva la vita dei palermitani

Aperta per la prima volta la torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria

di Giulio Giallombardo

Il suo ultimo rintocco risuonò il 25 marzo del 1848, quando fu convocato il parlamento rivoluzionario. Poi un lungo silenzio che dura fino a oggi. Il “campanone di Palermo”, all’interno della torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, in via Roma, scandiva la vita politica e sociale della città. Adesso quella campana, fusa nelle officine dell’artiglieria del Regno di Sicilia, l’1 gennaio del 1575, e dedicata all’imperatore Carlo V, si può ammirare molto da vicino, salendo sulla torre civica per la prima volta aperta a cittadini e turisti. Dopo la definitiva riapertura della chiesa, che i palermitani chiamano anche dell’Ecce Homo, per le due statue del Cristo custodite all’esterno e all’interno dell’edificio, da domenica scorsa è possibile visitare tutti i giorni anche le terrazze e la torre civica, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria da un lato e su via Roma dall’altro.

La chiesa di Sant’Antonio Abate

Vi si accede dall’interno della chiesa, che fa parte dei siti gestiti dall’associazione Amici dei musei siciliani. Salendo una breve rampa di scale in pochi minuti ci si affaccia sulla città, con lo sguardo che spazia fino a mare: si possono riconoscere le cupole delle vicine chiese di Santa Caterina e di San Giuseppe dei Teatini, fino alle più distanti San Giorgio dei Genovesi e San Giovanni dei Napoletani, compreso il tetto del Palazzo delle Finanze. Ma il punto di vista più interessante è quello su San Domenico, che si può apprezzare in tutta la sua imponenza.

Le origini della torre sono antichissime. Fu edificata all’inizio del 1300 da Giovanni e Manfredi Chiaramonte, inglobando la base di una torre preesistente, chiamata col nome arabo Pharat e costruita a presidio del porto sulle antiche mura della città medievale. I simboli dei Chiaramonte sono ancora visibili in un piccolo stemma nel prospetto della torre, accanto a quello con l’aquila del Senato palermitano e dei re d’Aragona. Intorno al 1580 la torre fu rialzata di almeno il doppio rispetto a come la vediamo oggi, diventando la più alta della città. Ma dopo pochi anni, per problemi di sicurezza e in seguito alle proteste degli abitanti della zona che temevano potesse crollare, la torre fu riabbassata nel 1595, fermandosi all’altezza attuale.

La cupola e la torre civica di Sant’Antonio Abate

Il campanone aveva il compito di convocare il Senato palermitano e il Parlamento siciliano. Sotto l’iscrizione si trova una fascia con tre aquile ed una Madonna racchiusa in un rettangolo. Si può scorgere anche un rilievo che raffigura Sant’Antonio Abate con il bastone e il porcellino ai suoi piedi. Al tramonto iI campanone batteva cinquantadue colpi, detti della “Castiddana”, dati anche dalla campana di San Nicolò all’Albergheria, per avvisare gli artigiani che era il momento di chiudere le botteghe. Nello stesso tempo, chiuse le porte della città, ammoniva i cittadini non muniti di licenza, a non circolare per le strade, come prevedeva la legge.

L’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate

Dunque, la torre e la chiesa furono strettamente legate alla vita cittadina. Quella di Sant’Antonio Abate era parrocchia del Senato, e per questo fu arricchita al suo interno di preziosi dipinti e oggetti d’arte, come la monumentale tribuna marmorea per l’abside, commissionata ad Antonello Gagini, oggi dispersa, di cui rimane nella cappella a sinistra dell’abside una nicchia raffigurante il Trionfo dell’Eucarestia con scene della Passione nelle formelle laterali. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate ed il Giovedì Santo, un picchetto d’onore di guardie municipali in alta uniforme presenziava alle sacre celebrazioni e il parroco si recava ogni domenica a celebrare la messa nella cappella del Palazzo delle Aquile. Adesso, torre e chiesa sono di nuovo aperte alla città.

Aperta per la prima volta la torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria

di Giulio Giallombardo

Il suo ultimo rintocco risuonò il 25 marzo del 1848, quando fu convocato il parlamento rivoluzionario. Poi un lungo silenzio che dura fino a oggi. Il “campanone di Palermo”, all’interno della torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, in via Roma, scandiva la vita politica e sociale della città. Adesso quella campana, fusa nelle officine dell’artiglieria del Regno di Sicilia, l’1 gennaio del 1575, e dedicata all’imperatore Carlo V, si può ammirare molto da vicino, salendo sulla torre civica per la prima volta aperta a cittadini e turisti. Dopo la definitiva riapertura della chiesa, che i palermitani chiamano anche dell’Ecce Homo, per le due statue del Cristo custodite all’esterno e all’interno dell’edificio, da domenica scorsa è possibile visitare tutti i giorni anche le terrazze e la torre civica, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria da un lato e su via Roma dall’altro.

La chiesa di Sant’Antonio Abate

Vi si accede dall’interno della chiesa, che fa parte dei siti gestiti dall’associazione Amici dei musei siciliani. Salendo una breve rampa di scale in pochi minuti ci si affaccia sulla città, con lo sguardo che spazia fino a mare: si possono riconoscere le cupole delle vicine chiese di Santa Caterina e di San Giuseppe dei Teatini, fino alle più distanti San Giorgio dei Genovesi e San Giovanni dei Napoletani, compreso il tetto del Palazzo delle Finanze. Ma il punto di vista più interessante è quello su San Domenico, che si può apprezzare in tutta la sua imponenza.

La cupola e la torre civica di Sant’Antonio Abate

Le origini della torre sono antichissime. Fu edificata all’inizio del 1300 da Giovanni e Manfredi Chiaramonte, inglobando la base di una torre preesistente, chiamata col nome arabo Pharat e costruita a presidio del porto sulle antiche mura della città medievale. I simboli dei Chiaramonte sono ancora visibili in un piccolo stemma nel prospetto della torre, accanto a quello con l’aquila del Senato palermitano e dei re d’Aragona. Intorno al 1580 la torre fu rialzata di almeno il doppio rispetto a come la vediamo oggi, diventando la più alta della città. Ma dopo pochi anni, per problemi di sicurezza e in seguito alle proteste degli abitanti della zona che temevano potesse crollare, la torre fu riabbassata nel 1595, fermandosi all’altezza attuale.

Il campanone aveva il compito di convocare il Senato palermitano e il Parlamento siciliano. Sotto l’iscrizione si trova una fascia con tre aquile ed una Madonna racchiusa in un rettangolo. Si può scorgere anche un rilievo che raffigura Sant’Antonio Abate con il bastone e il porcellino ai suoi piedi. Al tramonto iI campanone batteva cinquantadue colpi, detti della “Castiddana”, dati anche dalla campana di San Nicolò all’Albergheria, per avvisare gli artigiani che era il momento di chiudere le botteghe. Nello stesso tempo, chiuse le porte della città, ammoniva i cittadini non muniti di licenza, a non circolare per le strade, come prevedeva la legge.

L’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate

Dunque, la torre e la chiesa furono strettamente legate alla vita cittadina. Quella di Sant’Antonio Abate era parrocchia del Senato, e per questo fu arricchita al suo interno di preziosi dipinti e oggetti d’arte, come la monumentale tribuna marmorea per l’abside, commissionata ad Antonello Gagini, oggi dispersa, di cui rimane nella cappella a sinistra dell’abside una nicchia raffigurante il Trionfo dell’Eucarestia con scene della Passione nelle formelle laterali. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate ed il Giovedì Santo, un picchetto d’onore di guardie municipali in alta uniforme presenziava alle sacre celebrazioni e il parroco si recava ogni domenica a celebrare la messa nella cappella del Palazzo delle Aquile. Adesso, torre e chiesa sono di nuovo aperte alla città.

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