I misteriosi sotterranei di Villa Ventimiglia ai Colli

Sono tante le storie che nasconde la settecentesca Casena Grande. L’edificio, che oggi è sede dell’ufficio immigrazione della Questura, conserva ancora lo storico giardino e il viale d’ingresso ornato di palme

di Emanuele Drago*

Se è vero che sono tante le ville che costellano Palermo, ce n’è una che per la sua particolarissima storia potrebbe diventare un suggestivo set per scenografi e registi appassionati di storie misteriose. Stiamo parlando della Casena Grande ai Colli, che si trova in via San Lorenzo e oggi è sede dell’ufficio immigrazione della Questura.

La Casena Grande in una foto d’epoca

La villa, che ancora oggi possiede il suo settecentesco giardino, oltre all’elegante viale d’ingresso ornato di palme, venne edificata nel 1683 da donna Felice Marchese e Valdina, marchesa di Geraci e vedova di Giovanni Ventimiglia, principe di Castelbuono. A quanto pare, fin dalla posa della prima pietra, venne anche denominata come Casena Grande, in quanto faceva parte di un vasto tenimento agricolo. Di essa gli storici ricordano il fatto che possedesse al proprio interno una cappella dedicata a Sant’Anna, a cui i Ventimiglia erano particolarmente legati, in quanto custodi, fin dal tempo delle Crociate, di gran parte della reliquia del cranio della madre di Maria (Sant’Anna viene tutt’oggi venerata a Castelbuono, antico feudo dei Ventimiglia di Geraci).

Ancora oggi una dettagliata descrizione della villa ci è stata lasciata dallo storiografo ed abate basiliano Francesco Majo, ospite nella metà del XVII secolo della proprietaria, la bellissima marchesa Donna Felice. L’abate, nel parlare della sontuosa dimora, indugiò nel descrivere le sale per i ricevimenti, il baglio, e soprattutto le enormi stanze sotterranee di cui non si conosceva né l’entrata né l’uscita. Ora a cosa servissero le stanze di cui parlò Majo, ancora non è dato saperlo, anche perché sembrano ormai non essere più visitabili. Tuttavia, avendo allora deciso la marchesa di approvvigionare l’ampia zona agricola con apposite canalizzazioni che convogliavano le acque provenienti delle lontane sorgenti di Baida, è ipotizzabile che alcune di queste stanze fossero in qualche modo legate ai cunicoli che vennero a suo tempo realizzati.

Reliquia del cranio di Sant’Anna nel duomo di Castelbuono

Ma le stranezze della villa non finiscono certo qui. Infatti, essa, oltre ad aver portato sfortuna alla bella donna Felice (perse tragicamente i suoi due unici eredi, caduti giù dal grande e bel loggiato), la Casena dei Ventimiglia viene anche ricordata come il luogo in cui nel 1720, dopo essere passata ai Moncada di Paternò, fu al centro di uno scontro militare che vide contrapposte milizie spagnole e austriache. Scontro che determinò la morte di diversi soldati, tra cui anche il conte D’Aspremont, le cui spoglie, per uno strano caso, vennero poi custodite nella già citata cappella dedicata a Sant’Anna. Oggi, dopo i diversi usi a cui negli anni è stata destinata la villa, sarebbe bene aprirla ai cittadini, per far conoscere una storia a molti sconosciuta.

*Docente e scrittore

Sono tante le storie che nasconde la settecentesca Casena Grande. L’edificio, che oggi è sede dell’ufficio immigrazione della Questura, conserva ancora lo storico giardino e il viale d’ingresso ornato di palme

di Emanuele Drago*

Se è vero che sono tante le ville che costellano Palermo, ce n’è una che per la sua particolarissima storia potrebbe diventare un suggestivo set per scenografi e registi appassionati di storie misteriose. Stiamo parlando della Casena Grande ai Colli, che si trova in via San Lorenzo e oggi è sede dell’ufficio immigrazione della Questura.

La Casena Grande in una foto d’epoca

La villa, che ancora oggi possiede il suo settecentesco giardino, oltre all’elegante viale d’ingresso ornato di palme, venne edificata nel 1683 da donna Felice Marchese e Valdina, marchesa di Geraci e vedova di Giovanni Ventimiglia, principe di Castelbuono. A quanto pare, fin dalla posa della prima pietra, venne anche denominata come Casena Grande, in quanto faceva parte di un vasto tenimento agricolo. Di essa gli storici ricordano il fatto che possedesse al proprio interno una cappella dedicata a Sant’Anna, a cui i Ventimiglia erano particolarmente legati, in quanto custodi, fin dal tempo delle Crociate, di gran parte della reliquia del cranio della madre di Maria (Sant’Anna viene tutt’oggi venerata a Castelbuono, antico feudo dei Ventimiglia di Geraci).

Ancora oggi una dettagliata descrizione della villa ci è stata lasciata dallo storiografo ed abate basiliano Francesco Majo, ospite nella metà del XVII secolo della proprietaria, la bellissima marchesa Donna Felice. L’abate, nel parlare della sontuosa dimora, indugiò nel descrivere le sale per i ricevimenti, il baglio, e soprattutto le enormi stanze sotterranee di cui non si conosceva né l’entrata né l’uscita. Ora a cosa servissero le stanze di cui parlò Majo, ancora non è dato saperlo, anche perché sembrano ormai non essere più visitabili. Tuttavia, avendo allora deciso la marchesa di approvvigionare l’ampia zona agricola con apposite canalizzazioni che convogliavano le acque provenienti delle lontane sorgenti di Baida, è ipotizzabile che alcune di queste stanze fossero in qualche modo legate ai cunicoli che vennero a suo tempo realizzati.

Reliquia del cranio di Sant’Anna nel duomo di Castelbuono

Ma le stranezze della villa non finiscono certo qui. Infatti, essa, oltre ad aver portato sfortuna alla bella donna Felice (perse tragicamente i suoi due unici eredi, caduti giù dal grande e bel loggiato), la Casena dei Ventimiglia viene anche ricordata come il luogo in cui nel 1720, dopo essere passata ai Moncada di Paternò, fu al centro di uno scontro militare che vide contrapposte milizie spagnole e austriache. Scontro che determinò la morte di diversi soldati, tra cui anche il conte D’Aspremont, le cui spoglie, per uno strano caso, vennero poi custodite nella già citata cappella dedicata a Sant’Anna. Oggi, dopo i diversi usi a cui negli anni è stata destinata la villa, sarebbe bene aprirla ai cittadini, per far conoscere una storia a molti sconosciuta.

*Docente e scrittore

 

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