Amleto con i giovani del centro penale minorile

Lo spettacolo, che porta la firma di Claudio Collovà, debutta martedì 29 gennaio allo Spazio Franco dei Cantieri culturali alla Zisa di Palermo. Repliche il 30 e il 31

di Redazione

Si intitola “Il Piccolo Amleto” ed è uno spettacolo, per la regia e drammaturgia di Claudio Collovà, tratto dalle tragedie relative al primo anno del progetto nominato “A teatro con Shakespeare”, che ha visto il coinvolgimento di minori dell’area penale indicati dal Centro di Giustizia Minorile di Palermo e dai Servizi Sociali per i Minori. Lo spettacolo, presentato dall’associazione Baccanica, debutta martedì 29 gennaio, alle 21 (repliche il 30 e il 31 gennaio), nello Spazio Franco dei Cantieri culturali alla Zisa (in via Paolo Gili 8), a Palermo e ha la co-direzione di Daniela Mangiacavallo; laboratorio assistenti attrici, Eletta Del Castillo e Giuditta Jesu; i costumi sono di Roberta Barraja. Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Il progetto si è svolto in collaborazione con l’assessorato alla Cultura del Comune di Palermo, il ministero della Giustizia, il Centro di Giustizia Minorile Sicilia e l’Ussm (Servizi Sociali per i Minori) di Palermo. Al momento i giovani attori stanno provando e si preparano per il debutto. “Il Piccolo Amleto” parte dalla tragedia di Shakespeare e trova feconda ispirazione in Hamletmachine e Opheliamach ine di Heiner Mueller. Lo spettacolo è un’indagine dedicata all’amore, all’abbandono, al tradimento involontario, alla separazione indotta con una particolare attenzione a una coppia, Amleto e Ofelia, che ha l’età dei nostri giovani attori.

“Tratto dell’amore incompiuto tra Amleto e Ofelia – sottolinea Claudio Collovà – lo spettacolo si sviluppa intorno a questo nucleo narrativo considerato centrale. L’elaborazione drammaturgica originale verte su una coppia di amanti che avrebbe potuto vivere un diverso destino se non fosse stata lacerata da ordini adulti e paterni”.

“Ho ripreso il lavoro con i ragazzi del Malaspina dopo dieci anni di interruzione – spiega Collovà – su sollecitazione del Ministero di Giustizia e del dipartimento per i minori. Sono felice di averlo fatto e, sebbene si lavori sempre in condizioni difficili, questo percorso aggiunge un senso in più al lavoro che noi artisti facciamo. È un dono che riceviamo e che viene ricompensato subito dalla forza e dall’impegno che giovani in difficoltà mettono in un compito per nulla agevole. Ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questo bellissimo viaggio, e sono davvero tanti. Persone che non stanno certo in sala prove, ma che vivono quotidianamente la vita dei ragazzi. Spero che si vada avanti adesso che ho ricominciato. Il teatro, se seriamente intrapreso, può essere di grandissimo aiuto”.

(Foto: Alessia Lo Bello)

Lo spettacolo, che porta la firma di Claudio Collovà, debutta martedì 29 gennaio allo Spazio Franco dei Cantieri culturali alla Zisa di Palermo. Repliche il 30 e il 31

di Redazione

Si intitola “Il Piccolo Amleto” ed è uno spettacolo, per la regia e drammaturgia di Claudio Collovà, tratto dalle tragedie relative al primo anno del progetto nominato “A teatro con Shakespeare”, che ha visto il coinvolgimento di minori dell’area penale indicati dal Centro di Giustizia Minorile di Palermo e dai Servizi Sociali per i Minori. Lo spettacolo, presentato dall’associazione Baccanica, debutta martedì 29 gennaio, alle 21 (repliche il 30 e il 31 gennaio), nello Spazio Franco dei Cantieri culturali alla Zisa (in via Paolo Gili 8), a Palermo e ha la co-direzione di Daniela Mangiacavallo; laboratorio assistenti attrici, Eletta Del Castillo e Giuditta Jesu; i costumi sono di Roberta Barraja. Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Il progetto si è svolto in collaborazione con l’assessorato alla Cultura del Comune di Palermo, il ministero della Giustizia, il Centro di Giustizia Minorile Sicilia e l’Ussm (Servizi Sociali per i Minori) di Palermo. Al momento i giovani attori stanno provando e si preparano per il debutto. “Il Piccolo Amleto” parte dalla tragedia di Shakespeare e trova feconda ispirazione in Hamletmachine e Opheliamach ine di Heiner Mueller. Lo spettacolo è un’indagine dedicata all’amore, all’abbandono, al tradimento involontario, alla separazione indotta con una particolare attenzione a una coppia, Amleto e Ofelia, che ha l’età dei nostri giovani attori.

“Tratto dell’amore incompiuto tra Amleto e Ofelia – sottolinea Claudio Collovà – lo spettacolo si sviluppa intorno a questo nucleo narrativo considerato centrale. L’elaborazione drammaturgica originale verte su una coppia di amanti che avrebbe potuto vivere un diverso destino se non fosse stata lacerata da ordini adulti e paterni”.

“Ho ripreso il lavoro con i ragazzi del Malaspina dopo dieci anni di interruzione – spiega Collovà – su sollecitazione del Ministero di Giustizia e del dipartimento per i minori. Sono felice di averlo fatto e, sebbene si lavori sempre in condizioni difficili, questo percorso aggiunge un senso in più al lavoro che noi artisti facciamo. È un dono che riceviamo e che viene ricompensato subito dalla forza e dall’impegno che giovani in difficoltà mettono in un compito per nulla agevole. Ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questo bellissimo viaggio, e sono davvero tanti. Persone che non stanno certo in sala prove, ma che vivono quotidianamente la vita dei ragazzi. Spero che si vada avanti adesso che ho ricominciato. Il teatro, se seriamente intrapreso, può essere di grandissimo aiuto”.

(Foto: Alessia Lo Bello)

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Il sipario storico del Teatro Massimo torna a casa

Dopo tre mesi di restauro, la grande opera realizzata da Giuseppe Sciuti nel 1895, per anni custodita nei laboratori della Fondazione, a Brancaccio, è stata ricollocata sul boccascena

di Giulio Giallombardo

Si alza il sipario sulla storia. Sono passati 45 anni dall’ultima volta che i palermitani lo ammirarono sul boccascena del Teatro Massimo. Era il 1974, l’anno della chiusura per i lavori di restauro che segnarono l’abbandono del tempio della lirica. Da domani, in occasione dell’inaugurazione della stagione 2019, con la Turandot di Puccini, lo storico sipario di Giuseppe Sciuti, fresco di restauro, tornerà ad accogliere il pubblico in sala.

Un momento della presentazione

Dopo tre mesi di lavoro e un costo di circa cinquantamila euro, torna a casa la grande opera realizzata dal pittore catanese nel 1895, svelata per la prima volta due anni dopo, il 16 maggio 1897, in occasione della prima del Falstaff di Verdi, che inaugurò il Teatro Massimo. È largo 14 metri per 12 di altezza e vi è raffigurato, in una Palermo idealizzata, Ruggero II che esce dal Palazzo Reale dopo l’incoronazione. In questi anni è stato custodito nei laboratori di scenografia della Fondazione, a Brancaccio. Lì periodicamente veniva riaperto per pulirne le superfici che si andavano opacizzando, fino a quando, grazie ad una partnership del Teatro Massimo con la compagnia aerea Volotea, che ha finanziato i lavori di restauro autorizzati dalla Soprintendenza per i Beni Culturali di Palermo, si è deciso di restituirlo alla città.

Il sipario, presentato questa mattina nel corso di una conferenza stampa, è tornato al suo antico splendore, grazie ad un progetto di restauro elaborato da Roberta Civiletto e dall’architetto Carlo Vivirito, tecnici della Soprintendenza, che ne hanno curato anche la direzione dei lavori, insieme ai responsabili dell’allestimento scenico del teatro Massimo. Il lavoro di restauro ha cercato di limitare l’invasività per non alterarne gli elementi originali. Il rilievo del teatro e del sipario storico è stato eseguito con laser scanner e fotocamera digitale a 24 megapixel, per riprodurre virtualmente l’integrazione tra il sipario stesso e il palcoscenico.

Lazaro Ros, Leoluca Orlando e Francesco Giambrone

Presenti alla conferenza stampa, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando; il sovrintendente del Teatro Massimo, Francesco Giambrone, il soprintendente per i Beni culturali, Lina Bellanca; e Lázaro Ros, cofondatore e direttore generale di Volotea. “Questo sipario è una sfida al tempo – ha dichiarato il sindaco – . Ci ricorda il periodo straordinario dei normanni, un segnale straordinario di esaltazione della bellezza, punto di incontro tra etica ed estetica: rappresentazione di una realtà aperta, dove in una scena si raccolgono tutti gli elementi possibili”. Orlando ha poi applaudito al lavoro svolto nei laboratori di Brancaccio: “Luogo magico che per me è il posto più bello della Fondazione, perché nei laboratori si è realizzato l’incontro di tutti: la Soprintendenza, le maestranze del Massimo, l’amore per il teatro, segno riassuntivo di quello che stiamo vivendo”.

Sia Giambrone che l’architetto Bellanca, hanno puntato sulla sinergia che si è creata tra le istituzioni. “Questo restauro è frutto di collaborazioni che sfatano dei luoghi comuni – ha osservato Giambrone – primo luogo comune è quello della mancanza di collaborazione tra le istituzioni pubbliche, perché con la Soprintendenza si è sviluppata una collaborazione stretta ed efficace; secondo luogo comune è quello che al Sud sia impossibile trovare finanziamenti privati, perché è molto difficile, ma non impossibile. Terzo luogo comune è che non sia possibile spendere velocemente, bene e in maniera concreta e manageriale i fondi. Il sipario dello Sciuti tornerà ad accogliere già dalla prova generale di oggi il pubblico in sala, aggiungendo un altro elemento di festa a quella grande festa che sarà domani l’inaugurazione di stagione”.

Dopo tre mesi di restauro, la grande opera realizzata da Giuseppe Sciuti nel 1895, per anni custodita nei laboratori della Fondazione, a Brancaccio, è stata ricollocata sul boccascena

di Giulio Giallombardo

Si alza il sipario sulla storia. Sono passati 45 anni dall’ultima volta che i palermitani lo ammirarono sul boccascena del Teatro Massimo. Era il 1974, l’anno della chiusura per i lavori di restauro che segnarono l’abbandono del tempio della lirica. Da domani, in occasione dell’inaugurazione della stagione 2019, con la Turandot di Puccini, lo storico sipario di Giuseppe Sciuti, fresco di restauro, tornerà ad accogliere il pubblico in sala.

Dopo tre mesi di lavoro e un costo di circa cinquantamila euro, torna a casa la grande opera realizzata dal pittore catanese nel 1895, svelata per la prima volta due anni dopo, il 16 maggio 1897, in occasione della prima del Falstaff di Verdi, che inaugurò il Teatro Massimo. È largo 14 metri per 12 di altezza e vi è raffigurato, in una Palermo idealizzata, Ruggero II che esce dal Palazzo Reale dopo l’incoronazione. In questi anni è stato custodito nei laboratori di scenografia della Fondazione, a Brancaccio. Lì periodicamente veniva riaperto per pulirne le superfici che si andavano opacizzando, fino a quando, grazie ad una partnership del Teatro Massimo con la compagnia aerea Volotea, che ha finanziato i lavori di restauro autorizzati dalla Soprintendenza per i Beni Culturali di Palermo, si è deciso di restituirlo alla città.

Un momento della presentazione

Il sipario, presentato questa mattina nel corso di una conferenza stampa, è tornato al suo antico splendore, grazie ad un progetto di restauro elaborato da Roberta Civiletto e dall’architetto Carlo Vivirito, tecnici della Soprintendenza, che ne hanno curato anche la direzione dei lavori, insieme ai responsabili dell’allestimento scenico del teatro Massimo. Il lavoro di restauro ha cercato di limitare l’invasività per non alterarne gli elementi originali. Il rilievo del teatro e del sipario storico è stato eseguito con laser scanner e fotocamera digitale a 24 megapixel, per riprodurre virtualmente l’integrazione tra il sipario stesso e il palcoscenico.

Lazaro Ros, Leoluca Orlando e Francesco Giambrone

Presenti alla conferenza stampa, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando; il sovrintendente del Teatro Massimo, Francesco Giambrone, il soprintendente per i Beni culturali, Lina Bellanca; e Lázaro Ros, cofondatore e direttore generale di Volotea. “Questo sipario è una sfida al tempo – ha dichiarato il sindaco – . Ci ricorda il periodo straordinario dei normanni, un segnale straordinario di esaltazione della bellezza, punto di incontro tra etica ed estetica: rappresentazione di una realtà aperta, dove in una scena si raccolgono tutti gli elementi possibili”. Orlando ha poi applaudito al lavoro svolto nei laboratori di Brancaccio: “Luogo magico che per me è il posto più bello della Fondazione, perché nei laboratori si è realizzato l’incontro di tutti: la Soprintendenza, le maestranze del Massimo, l’amore per il teatro, segno riassuntivo di quello che stiamo vivendo”.

Sia Giambrone che l’architetto Bellanca, hanno puntato sulla sinergia che si è creata tra le istituzioni. “Questo restauro è frutto di collaborazioni che sfatano dei luoghi comuni – ha osservato Giambrone – primo luogo comune è quello della mancanza di collaborazione tra le istituzioni pubbliche, perché con la Soprintendenza si è sviluppata una collaborazione stretta ed efficace; secondo luogo comune è quello che al Sud sia impossibile trovare finanziamenti privati, perché è molto difficile, ma non impossibile. Terzo luogo comune è che non sia possibile spendere velocemente, bene e in maniera concreta e manageriale i fondi. Il sipario dello Sciuti tornerà ad accogliere già dalla prova generale di oggi il pubblico in sala, aggiungendo un altro elemento di festa a quella grande festa che sarà domani l’inaugurazione di stagione”.

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Lo Spasimo, scrigno di bellezza orfano del nome

La chiesa di Santa Maria degli Olivetani, nel quartiere della Kalsa a Palermo, un tempo custodiva la Salita al Calvario di Raffaello Sanzio. Presto sarà ricollocata una copia del dipinto dentro l’originaria cornice realizzata da Gagini

di Emanuele Drago*

Quando si parla di Rinascimento a Palermo, sarebbe opportuno rimarcare che, se non fosse stato per il pretore di origine toscane, Pietro Speciale, probabilmente la città non avrebbe mai conosciuto le prime forme di Rinascimento così come le conobbe. Va ricordato che, tra i maggiori studiosi di quell’epoca vi fu un altro toscano, quel Giorgio Vasari che aveva considerato la fontana Pretoria – che in quegli anni venne acquistata dalla municipalità di Palermo – come la più bella fontana che Firenze allora possedeva. Tuttavia, nella sua “Vita degli artisti”, l’aretino menzionò anche un’altra opera che, forse con eccessiva enfasi, a suo dire era conosciuta all’esterno più del Mongibello (nome con cui veniva anticamente indicato l’Etna).

Lo Spasimo di Sicilia di Raffaello Sanzio

L’opera di cui parlava Vasari era la Salita al Calvario del Cristo, noto anche come “Lo Spasimo di Sicilia”, un dipinto realizzato nel 1517 dall’urbinate Raffaello Sanzio su commissione dei frati Olivetani che erano alloggiati presso il convento della chiesa gotico catalana del quartiere della Kalsa. Ormai è storicamente assodato che per raggiungere Palermo, il dipinto fu al centro di alcune traversie. Recuperato in mare dopo un naufragio, giunse finalmente incolume nella chiesa di Santa Maria degli Olivetani alla Kalsa. Dopo oltre un secolo e mezzo, il dipinto venne donato dal parroco Jacopo Basilicò a Filippo IV di Spagna, col preciso scopo di ottenere le grazie del sovrano, oltre ad alcune concessioni per il suo ordine religioso. Fu così che l’affascinante chiesa senza volta, pur perdendo il quadro che custodiva (il dipinto oggi si trova al museo del Prado di Madrid), mantenne il nome del dipinto di Raffaello.

Oggi, chi visita lo Spasimo non può che rimanere affascinato dalla originalità del sito. Un luogo accartocciato su sé stesso, nascosto nel cuore quartiere della Kalsa, ma che da solo assurge a simbolo, a metafora dell’inestimabile ricchezza che, dietro catapecchie e palazzi ormai per fortuna in fase di ristrutturazione, possiede il centro storico della città. Un luogo che fu sede del primo teatro cittadino e in cui, fin dal 1582, sotto il vicereame di Marco Antonio Colonna di Lanuvio, venne rappresentata l’Aminta di Torquato Tasso.

I frammenti della cornice di Gagini

Ma c’è un evento che presto impreziosirà ulteriormente lo Spasimo di Palermo: la ricollocazione di una copia del quadro, dentro l’originaria cornice realizzata da Antonello Gagini. Sappiamo che la cornice, che per secoli è rimasta in frantumi dentro i magazzini della Soprintendenza, presto, grazie a un attento restauro (di cui vi abbiamo parlato qui), potrà ospitare la copia del quadro che si trova al Prado di Madrid. Infatti, così com’è accaduto per Natività di Caravaggio, la stessa operazione sta per essere realizzata per lo Spasimo di Sicilia di Raffaello. Ma questa volta con l’indubbio vantaggio che la riproduzione non avverrà sulla scorta di semplici fotografie, ma del dipinto originale esposto a Madrid.

* Docente e scrittore

La chiesa di Santa Maria degli Olivetani, nel quartiere della Kalsa a Palermo, un tempo custodiva la Salita al Calvario di Raffaello Sanzio. Presto sarà ricollocata una copia del dipinto dentro l’originaria cornice realizzata da Gagini

di Emanuele Drago*

Quando si parla di Rinascimento a Palermo, sarebbe opportuno rimarcare che, se non fosse stato per il pretore di origine toscane, Pietro Speciale, probabilmente la città non avrebbe mai conosciuto le prime forme di Rinascimento così come le conobbe. Va ricordato che, tra i maggiori studiosi di quell’epoca vi fu un altro toscano, quel Giorgio Vasari che aveva considerato la fontana Pretoria – che in quegli anni venne acquistata dalla municipalità di Palermo – come la più bella fontana che Firenze allora possedeva. Tuttavia, nella sua “Vita degli artisti”, l’aretino menzionò anche un’altra opera che, forse con eccessiva enfasi, a suo dire era conosciuta all’esterno più del Mongibello (nome con cui veniva anticamente indicato l’Etna).

Lo Spasimo di Sicilia di Raffaello Sanzio

L’opera di cui parlava Vasari era la Salita al Calvario del Cristo, noto anche come “Lo Spasimo di Sicilia”, un dipinto realizzato nel 1517 dall’urbinate Raffaello Sanzio su commissione dei frati Olivetani che erano alloggiati presso il convento della chiesa gotico catalana del quartiere della Kalsa. Ormai è storicamente assodato che per raggiungere Palermo, il dipinto fu al centro di alcune traversie. Recuperato in mare dopo un naufragio, giunse finalmente incolume nella chiesa di Santa Maria degli Olivetani alla Kalsa. Dopo oltre un secolo e mezzo, il dipinto venne donato dal parroco Jacopo Basilicò a Filippo IV di Spagna, col preciso scopo di ottenere le grazie del sovrano, oltre ad alcune concessioni per il suo ordine religioso. Fu così che l’affascinante chiesa senza volta, pur perdendo il quadro che custodiva (il dipinto oggi si trova al museo del Prado di Madrid), mantenne il nome del dipinto di Raffaello.

Oggi, chi visita lo Spasimo non può che rimanere affascinato dalla originalità del sito. Un luogo accartocciato su sé stesso, nascosto nel cuore quartiere della Kalsa, ma che da solo assurge a simbolo, a metafora dell’inestimabile ricchezza che, dietro catapecchie e palazzi ormai per fortuna in fase di ristrutturazione, possiede il centro storico della città. Un luogo che fu sede del primo teatro cittadino e in cui, fin dal 1582, sotto il vicereame di Marco Antonio Colonna di Lanuvio, venne rappresentata l’Aminta di Torquato Tasso.

I frammenti della cornice del Gagini

Ma c’è un evento che presto impreziosirà ulteriormente lo Spasimo di Palermo: la ricollocazione di una copia del quadro, dentro l’originaria cornice realizzata da Antonello Gagini. Sappiamo che la cornice, che per secoli è rimasta in frantumi dentro i magazzini della Soprintendenza, presto, grazie a un attento restauro (di cui vi abbiamo parlato qui), potrà ospitare la copia del quadro che si trova al Prado di Madrid. Infatti, così com’è accaduto per Natività di Caravaggio, la stessa operazione sta per essere realizzata per lo Spasimo di Sicilia di Raffaello. Ma questa volta con l’indubbio vantaggio che la riproduzione non avverrà sulla scorta di semplici fotografie, ma del dipinto originale esposto a Madrid.

* Docente e scrittore

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I Borbone e l’archeologia, incontri al Museo Salinas

Con le conferenze dei due storici, Pasquale Hamel e Daniele Palermo, hanno preso il via gli appuntamenti che accompagneranno la mostra. Presente anche la principessa Beatrice

di Ruggero Altavilla

Storia e vita quotidiana a Palermo al tempo dei Borbone. Si è aperto, lunedì scorso, il ciclo di incontri che accompagnerà, in questi primi mesi dell’anno, la mostra “Palermo Capitale del Regno. I Borbone e l’archeologia a Palermo, Napoli e Pompei”, organizzata dal museo Salinas – che la ospita fino al 31 marzo – in collaborazione con il Museo archeologico nazionale di Napoli, il Parco Archeologico di Pompei e CoopCulture (ve ne abbiamo parlato qui).

Francesca Spatafora e Beatrice di Borbone

La conferenza, organizzata dalla delegazione di Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio in collaborazione col Museo Salinas, ha avuto come madrina la principessa Beatrice di Borbone, che ha visitato la mostra dedicata al ruolo del regno borbonico nel campo dell’archeologia. Nel corso dell’incontro, aperto dal direttore del Salinas, Francesca Spatafora, si sono svolte le conferenze dei due storici, Pasquale Hamel e Daniele Palermo, che hanno tracciato la storia della politica archeologica della Real Casa di Borbone e quella di Palermo come capitale del Regno.Tra gli ospiti presenti anche fra Luigi Naselli, gran priore del Sovrano militare Ordine di Malta per Napoli e Sicilia, il barone Vincenzo Calefati di Canalotti, delegato melitense per la Sicilia Occidentale e il delegato vicario Antonio Di Janni. Nel corso della serata sono stati consegnati alcuni riconoscimenti per l’impegno della principessa di Borbone nella realizzazione e mantenimento del progetto “Briciole di salute”, che da oltre cinque anni assiste i bambini fino a tre anni.

Pasquale Hamel, Francesca Spatafora e Daniele Palermo

L’obiettivo degli incontri è quello di raccontare e analizzare alcuni aspetti legati alla storia, alla vita quotidiana, alla gestione del patrimonio culturale al tempo dei Borbone, così da avere un quadro quanto più completo possibile di un periodo che segnò profondamente, pur tra tante ombre, la storia dell’Isola fin dal 1734, quando Carlo di Borbone mosse alla conquista delle Due Sicilie, e che si concluse solo nel 1860 con la spedizione dei Mille e la successiva annessione al Regno d’Italia.

Con le conferenze dei due storici, Pasquale Hamel e Daniele Palermo, hanno preso il via gli appuntamenti che accompagneranno la mostra. Presente anche la principessa Beatrice

di Ruggero Altavilla

Storia e vita quotidiana a Palermo al tempo dei Borbone. Si è aperto, lunedì scorso, il ciclo di incontri che accompagnerà, in questi primi mesi dell’anno, la mostra “Palermo Capitale del Regno. I Borbone e l’archeologia a Palermo, Napoli e Pompei”, organizzata dal museo Salinas – che la ospita fino al 31 marzo – in collaborazione con il Museo archeologico nazionale di Napoli, il Parco Archeologico di Pompei e CoopCulture (ve ne abbiamo parlato qui).

Francesca Spatafora e Beatrice di Borbone

La conferenza, organizzata dalla delegazione di Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio in collaborazione col Museo Salinas, ha avuto come madrina la principessa Beatrice di Borbone, che ha visitato la mostra dedicata al ruolo del regno borbonico nel campo dell’archeologia. Nel corso dell’incontro, aperto dal direttore del Salinas, Francesca Spatafora, si sono svolte le conferenze dei due storici, Pasquale Hamel e Daniele Palermo, che hanno tracciato la storia della politica archeologica della Real Casa di Borbone e quella di Palermo come capitale del Regno.Tra gli ospiti presenti anche fra Luigi Naselli, gran priore del Sovrano militare Ordine di Malta per Napoli e Sicilia, il barone Vincenzo Calefati di Canalotti, delegato melitense per la Sicilia Occidentale e il delegato vicario Antonio Di Janni. Nel corso della serata sono stati consegnati alcuni riconoscimenti per l’impegno della principessa di Borbone nella realizzazione e mantenimento del progetto “Briciole di salute”, che da oltre cinque anni assiste i bambini fino a tre anni.

Francesca Spatafora e Beatrice di Borbone

L’obiettivo degli incontri è quello di raccontare e analizzare alcuni aspetti legati alla storia, alla vita quotidiana, alla gestione del patrimonio culturale al tempo dei Borbone, così da avere un quadro quanto più completo possibile di un periodo che segnò profondamente, pur tra tante ombre, la storia dell’Isola fin dal 1734, quando Carlo di Borbone mosse alla conquista delle Due Sicilie, e che si concluse solo nel 1860 con la spedizione dei Mille e la successiva annessione al Regno d’Italia.

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La cyber-Turandot con i maghi della videoarte

Il nuovo allestimento dell’opera di Puccini, con cui si inaugura la stagione 2019 del Teatro Massimo, porta la firma del collettivo russo Aes+F. L’azione si sposta nel 2070 e rimanda a una visionarietà iperreale e barocca, vicina a Blade Runner

di Paola Nicita

Quando, alcuni anni fa, sbarcarono per la prima volta in Laguna in occasione della Biennale di Arti Visive di Venezia del 2007 – dove poi torneranno ancora a rappresentare la Russia nel 2009 e nel 2015 – il gruppo di videoartisti AES+F mise subito sul tappeto, attraverso una grande videoinstallazione, i temi della ricerca e la costruzione del proprio linguaggio: contenuti epici di una vita quotidiana patinata, dove il 3D modellava architetture e mondi iperrealistici, nei quali si muovevano con solennità figure di giovanetti e giovanette appena usciti dalle pagine di Vogue.

Il collettivo AES+F

E d’altronde c’erano già tutti gli elementi caratteristici degli AES+F: ovvero dei due architetti, Tatiana Arzamasova e Lev Evzovich, del grafico Eugeny Svyatsky, e del fotografo di moda Vadimir Fridkes, gli AES che si formano nel 1987 e che nel 1995 aggiungono la F del fotografo di moda Fridkes, proponendo le loro creazioni dove si intersecano fotografie, video e tecnologie digitali, senza perdere mai d’occhio la scultura e lo studio dello spazio come architettura dell’immaginifico.

E sono proprio i videoartisti russi ad essere chiamati a inventare i nuovi mondi proiettati nel futuro e immaginare videoscene e costumi di una Turandot, con le musiche di Giacomo Puccini, ma ambientata nel 2070. Con questa opera il 19 gennaio si inaugura la nuova stagione del Teatro Massimo di Palermo, con la direzione di Gabriele Ferro, il concept degli AES+F e Fabio Cherstich, che firma anche la regia; una coproduzione con il Teatro di Bologna, il Badisches Staatstheather di Karlsruhe e in partnership con il Lakhta Center di San Pietroburgo.

Una scena di Turandot

Gli AES+F, fedeli alla loro ricerca, inventano figure totemiche zoomorfe e antropomorfe, che intersecano le loro presenze e che spesso si pongono in continuità visiva con le figure in carne e ossa che si muovo sul palco: Turandot è a capo di un matriarcato, i draghi rossi sorvolano città galleggianti, in una visionarietà iperreale e barocca dai colori accesi, che appare più prossima a Blade Runner: che, per coincidenza, era proprio ambientato nella Los Angeles del 2019. Qui niente pioggia acida, ma la conferma che l’invenzione fantastica parla un linguaggio sempre attuale, capace di trasportare in altre e nuove dimensioni e visioni.

 

Il nuovo allestimento dell’opera di Puccini, con cui si inaugura la stagione 2019 del Teatro Massimo, porta la firma del collettivo russo Aes+F. L’azione si sposta nel 2070 e rimanda a una visionarietà iperreale e barocca, vicina a Blade Runner

di Paola Nicita

Quando, alcuni anni fa, sbarcarono per la prima volta in Laguna in occasione della Biennale di Arti Visive di Venezia del 2007 – dove poi torneranno ancora a rappresentare la Russia nel 2009 e nel 2015 – il gruppo di videoartisti AES+F mise subito sul tappeto, attraverso una grande videoinstallazione, i temi della ricerca e la costruzione del proprio linguaggio: contenuti epici di una vita quotidiana patinata, dove il 3D modellava architetture e mondi iperrealistici, nei quali si muovevano con solennità figure di giovanetti e giovanette appena usciti dalle pagine di Vogue.

Il collettivo AES+F

E d’altronde c’erano già tutti gli elementi caratteristici degli AES+F: ovvero dei due architetti, Tatiana Arzamasova e Lev Evzovich, del grafico Eugeny Svyatsky, e del fotografo di moda Vadimir Fridkes, gli AES che si formano nel 1987 e che nel 1995 aggiungono la F del fotografo di moda Fridkes, proponendo le loro creazioni dove si intersecano fotografie, video e tecnologie digitali, senza perdere mai d’occhio la scultura e lo studio dello spazio come architettura dell’immaginifico.

E sono proprio i videoartisti russi ad essere chiamati a inventare i nuovi mondi proiettati nel futuro e immaginare videoscene e costumi di una Turandot, con le musiche di Giacomo Puccini, ma ambientata nel 2070. Con questa opera il 19 gennaio si inaugura la nuova stagione del Teatro Massimo di Palermo, con la direzione di Gabriele Ferro, il concept degli AES+F e Fabio Cherstich, che firma anche la regia; una coproduzione con il Teatro di Bologna, il Badisches Staatstheather di Karlsruhe e in partnership con il Lakhta Center di San Pietroburgo.

Una scena di Turandot

Gli AES+F, fedeli alla loro ricerca, inventano figure totemiche zoomorfe e antropomorfe, che intersecano le loro presenze e che spesso si pongono in continuità visiva con le figure in carne e ossa che si muovo sul palco: Turandot è a capo di un matriarcato, i draghi rossi sorvolano città galleggianti, in una visionarietà iperreale e barocca dai colori accesi, che appare più prossima a Blade Runner: che, per coincidenza, era proprio ambientato nella Los Angeles del 2019. Qui niente pioggia acida, ma la conferma che l’invenzione fantastica parla un linguaggio sempre attuale, capace di trasportare in altre e nuove dimensioni e visioni.

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Al via “Donne in amore” sulle eroine letterarie

Al Museo Salinas una rassegna per parlare di letteratura attraverso il racconto dei personaggi femminili. L’idea è della giornalista Sara Scarafia, si comincia il 2 e 3 febbraio

di Marco Russo

Un viaggio alla scoperta delle grandi eroine letterarie, da Madame Bovary a Jane Eyre. È il tema della rassegna “Donne in amore”, che porterà a Palermo scrittori e traduttori a parlare di letteratura attraverso il racconto delle protagoniste femminili, architravi del romanzo. L’idea è della giornalista Sara Scarafia ed ha visto il suo esordio in anteprima l’anno scorso durante il festival “Una Marina di Libri”. La rassegna tornerà adesso con cinque incontri già programmati ed altri in cantiere, a partire dal 2 e 3 febbraio, nell’Agorà del Museo archeologico Salinas di Palermo, tutti ad ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

Si comincia con un ospite d’eccezione: il Premio Strega Alessandro Piperno. Lo scrittore e docente di letteratura francese all’università Tor Vergata di Roma, sabato 2 febbraio alle 18, racconterà “Madame Bovary” di Gustave Flaubert. Dopo l’incontro, seguirà una performance di lettura, musica e danza curata dall’attrice Daniela Macaluso, sulle note di Angelo Sicurella, con la danzatrice Federica Aloisio. Il tutto degustando un calice di vino offerto da Planeta Winery, azienda che sostiene la rassegna e che ha deciso di puntare su progetti culturali per favorire la circolazione delle idee.

L’indomani, domenica 3 febbraio alle 11, toccherà, invece, a Chiara Valerio, scrittrice e responsabile della narrativa italiana per Marsilio Editori, che racconterà Mrs Ramsey, la moglie-madre misteriosa di “Gita al Faro” di Virginia Woolf. L’incontro sarà intervallato dalle letture di Daniela Macaluso. Gli altri appuntamenti in programma sono con la scrittrice Elena Stancanelli, che il 24 marzo racconterà “Jane Eyre” di Charlotte Brontë; con il docente universitario Enrico Terrinoni, che a maggio parlerà di Molly Bloom, protagonista dell'”Ulisse” di James Joyce, libro che Terrinoni ha tradotto, e con Giorgio Vasta, che a giugno parlerà delle eroine bambine, da Alice nel Paese delle Meraviglie a Zazie, protagonista del romanzo “Zazie nel metrò” di Raymond Queneau.

In attesa del primo appuntamento con Piperno, si terranno al bookshop del Salinas due incontri propedeutici alla rassegna: il primo, domenica 20 gennaio alle 11, sarà una conversazione sul tema della seduzione con il giornalista Enrico Del Mercato e la scrittrice Silvana Grasso, mentre domenica 27 gennaio, la scrittrice Eleonora Lombardo terrà un bookclub su “Madame Bovary”, in cui i partecipanti saranno invitati a leggere brani del romanzo.

“Io sono prima di tutto una lettrice appassionata – ha spiegato Sara Scarafia – e l’idea è quella di dare vita ad una rassegna per gli amanti dei libri. L’obiettivo è di parlare di letteratura, creando delle occasioni d’incontro che permettano alla gente di avere uno scambio, una volta tanto non sui social, ma dal vivo. In fondo, parliamo di bellezza, perché la buona letteratura non è altro che questo”.

Al Museo Salinas una rassegna per parlare di letteratura attraverso il racconto dei personaggi femminili. L’idea è della giornalista Sara Scarafia, si comincia il 2 e 3 febbraio

di Marco Russo

Un viaggio alla scoperta delle grandi eroine letterarie, da Madame Bovary a Jane Eyre. È il tema della rassegna “Donne in amore”, che porterà a Palermo scrittori e traduttori a parlare di letteratura attraverso il racconto delle protagoniste femminili, architravi del romanzo. L’idea è della giornalista Sara Scarafia ed ha visto il suo esordio in anteprima l’anno scorso durante il festival “Una Marina di Libri”. La rassegna tornerà adesso con cinque incontri già programmati ed altri in cantiere, a partire dal 2 e 3 febbraio, nell’Agorà del Museo archeologico Salinas di Palermo, tutti ad ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

Si comincia con un ospite d’eccezione: il Premio Strega Alessandro Piperno. Lo scrittore e docente di letteratura francese all’università Tor Vergata di Roma, sabato 2 febbraio alle 18, racconterà “Madame Bovary” di Gustave Flaubert. Dopo l’incontro, seguirà una performance di lettura, musica e danza curata dall’attrice Daniela Macaluso, sulle note di Angelo Sicurella, con la danzatrice Federica Aloisio. Il tutto degustando un calice di vino offerto da Planeta Winery, azienda che sostiene la rassegna e che ha deciso di puntare su progetti culturali per favorire la circolazione delle idee.

L’indomani, domenica 3 febbraio alle 11, toccherà, invece, a Chiara Valerio, scrittrice e responsabile della narrativa italiana per Marsilio Editori, che racconterà Mrs Ramsey, la moglie-madre misteriosa di “Gita al Faro” di Virginia Woolf. L’incontro sarà intervallato dalle letture di Daniela Macaluso. Gli altri appuntamenti in programma sono con la scrittrice Elena Stancanelli, che il 24 marzo racconterà “Jane Eyre” di Charlotte Brontë; con il docente universitario Enrico Terrinoni, che a maggio parlerà di Molly Bloom, protagonista dell'”Ulisse” di James Joyce, libro che Terrinoni ha tradotto, e con Giorgio Vasta, che a giugno parlerà delle eroine bambine, da Alice nel Paese delle Meraviglie a Zazie, protagonista del romanzo “Zazie nel metrò” di Raymond Queneau.

In attesa del primo appuntamento con Piperno, si terranno al bookshop del Salinas due incontri propedeutici alla rassegna: il primo, domenica 20 gennaio alle 11, sarà una conversazione sul tema della seduzione con il giornalista Enrico Del Mercato e la scrittrice Silvana Grasso, mentre domenica 27 gennaio, la scrittrice Eleonora Lombardo terrà un bookclub su “Madame Bovary”, in cui i partecipanti saranno invitati a leggere brani del romanzo.

“Io sono prima di tutto una lettrice appassionata – ha spiegato Sara Scarafia – e l’idea è quella di dare vita ad una rassegna per gli amanti dei libri. L’obiettivo è di parlare di letteratura, creando delle occasioni d’incontro che permettano alla gente di avere uno scambio, una volta tanto non sui social, ma dal vivo. In fondo, parliamo di bellezza, perché la buona letteratura non è altro che questo”.

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La Settimana delle Culture seleziona nuovi progetti

L’associazione prepara l’edizione 2019 che vedrà diverse importanti novità, riservando più spazio al contemporaneo. Le proposte dovranno pervenire entro il 17 febbraio

di Redazione

La Settimana delle Culture scalda i motori in vista dell’edizione 2019, che sarà, come sempre, nel mese di maggio. L’ottava edizione della “Settimana” vedrà diverse importanti novità, riservando più spazio al “contemporaneo” attraverso una serie di iniziative che guardano a Palermo e ai nuovi linguaggi artistici e dando grande spazio alla creatività siciliana. Saranno, inoltre, invitate a partecipare tutte le realtà multiculturali presenti sul territorio ed i vari istituti linguistici.

La Settimana delle Culture si svolgerà dall’11 al 19 maggio ed invita i soggetti interessati a presentare le proposte che dovranno pervenire entro il 17 febbraio all’indirizzo di posta elettronica settimanadelleculture@gmail.com. Ciascun progetto dovrà essere autofinanziato e auto-prodotto ed entro il 18 marzo, dopo che il comitato scientifico avrà terminato la selezione dei progetti, si darà comunicazione degli eventi inseriti nel programma della manifestazione.

La “Settimana” è presieduta quest’anno da Bernardo Tortorici di Raffadali, che succede alla storica presidente Gabriella Renier Filippone, fondatrice dell’associazione, ed è resa possibile grazie al lavoro di un comitato volontario e a titolo gratuito, composto da Gioacchino Barbera, Enza Cilia, Giacomo Fanale, Massimiliano Marafon Pecoraro, Fosca Miceli, Clara Monroy, Anna Maria Ruta e Maria Antonietta Spadaro.

Il comitato, dopo il restauro della statua della Vittoria Alata dello scultore palermitano Antonio Ugo, oggi restituita alla città (ve ne abbiamo parlato qui), è al lavoro anche per individuare un bene da recuperare.

L’associazione prepara l’edizione 2019 che vedrà diverse importanti novità, riservando più spazio al contemporaneo. Le proposte dovranno pervenire entro il 17 febbraio

di Redazione

La Settimana delle Culture scalda i motori in vista dell’edizione 2019, che sarà, come sempre, nel mese di maggio. L’ottava edizione della “Settimana” vedrà diverse importanti novità, riservando più spazio al “contemporaneo” attraverso una serie di iniziative che guardano a Palermo e ai nuovi linguaggi artistici e dando grande spazio alla creatività siciliana. Saranno, inoltre, invitate a partecipare tutte le realtà multiculturali presenti sul territorio ed i vari istituti linguistici.

La Settimana delle Culture si svolgerà dall’11 al 19 maggio ed invita i soggetti interessati a presentare le proposte che dovranno pervenire entro il 17 febbraio all’indirizzo di posta elettronica settimanadelleculture@gmail.com. Ciascun progetto dovrà essere autofinanziato e auto-prodotto ed entro il 18 marzo, dopo che il comitato scientifico avrà terminato la selezione dei progetti, si darà comunicazione degli eventi inseriti nel programma della manifestazione.

La “Settimana” è presieduta quest’anno da Bernardo Tortorici di Raffadali, che succede alla storica presidente Gabriella Renier Filippone, fondatrice dell’associazione, ed è resa possibile grazie al lavoro di un comitato volontario e a titolo gratuito, composto da Gioacchino Barbera, Enza Cilia, Giacomo Fanale, Massimiliano Marafon Pecoraro, Fosca Miceli, Clara Monroy, Anna Maria Ruta e Maria Antonietta Spadaro.

Il comitato, dopo il restauro della statua della Vittoria Alata dello scultore palermitano Antonio Ugo, oggi restituita alla città (ve ne abbiamo parlato qui), è al lavoro anche per individuare un bene da recuperare.

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Street art alla Vucciria: la chiesa diventa un quadro

Il pittore Marco Mirabile ha realizzato un intervento decorativo sulla facciata della chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri. Il progetto è nato da una sinergia tra l’Accademia di Belle arti e la Soprintendenza

di Giulio Giallombardo

Uno stormo di uccelli colorati in volo su Palermo. Sono migratori di diverse specie che volteggiano sotto lo stesso cielo azzurro. Sembrano voler dire che l’integrazione è una festa che va vissuta con leggerezza, guardando al futuro senza paura. È l’idea dello street artist palermitano Marco Mirabile, in arte Tutto e niente, pensata per la riqualificazione della piccola chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri, cinquecentesco gioiello abbandonato, nascosto in un cortile tra corso Vittorio Emauele e la Vucciria. L’edificio all’interno è pressoché un rudere, messo in sicurezza dalla Soprintendenza dei Beni culturali e coperto con un tavolato in legno di 130 metri quadri.

La facciata di Santa Sofia dei Tavernieri

Adesso su quelle tavole anonime è spuntato il colore. Il progetto, che ha visto collaborare insieme l’Accademia di Belle Arti di Palermo e la Soprintendenza, è stato ideato e realizzato in tre settimane da Mirabile, che ha guidato un gruppo di studenti dei corsi di decorazione e pittura, sotto la supervisione del direttore dell’Accademia, Mario Zito, e della docente di storia dell’arte, Giulia Ingarao, entrambi parte attiva del progetto. Così, la chiesetta, fondata dalla congregazione dei Tavernieri lombardi intorno al 1590, e attualmente di proprietà del Fondo edifici di culto del Ministero dell’Interno, è stata adesso almeno parzialmente salvata dal degrado a cui sembrava condannata, anche in vista della riqualificazione del vicolo Vannucci adiacente alla chiesa.

L’intervento decorativo, finanziato dalla banca Mediolanum, attraverso Centodieci, per Palermo Capitale italiana della cultura 2018, si è limitato alla sola copertura in legno e alla porta di ferro, non toccando la parte storica dell’edificio. Nel portale in ferro, è stata dipinta Santa Sofia protettrice dei Tavernieri, ritratta insieme alle tre figlie Pistis, Elpis e Agape (Fede, Speranza e Carità). Il ritratto “pop” della santa, uno degli archetipi di donna-madonna tipici dell’artista, è attraversato da raggi di luce che nei colori richiamano quelli degli uccelli dipinti sopra il portale e sulla fiancata della chiesa. Sulla facciata, poi, sono stati ridipinti a tinte piatte, elementi architettonici della chiesa non più esistenti, come volute, colonne, capitelli, sulla base della documentazione fotografica.

L’opera sulla fiancata della chiesa

Ma l’effetto è quello più di un tempio greco che di un edificio cinquecentesco, quasi a voler rimarcare il significato primitivo di Sofia, come conoscenza. Non a caso, le tre bambine ritratte sotto la santa, nella rilettura dell’artista, diventano scoperta, consapevolezza e curiosità: quella più piccola scopre, la più grande indica e fa da guida, mentre la terza, si sporge curiosa per vedere meglio. “L’idea degli uccelli è strettamente legata al tema della conoscenza – spiega Mirabile a Le Vie dei Tesori News – , questi rimandano all’aria che a sua volta dà il senso dell’infinito, dunque la conoscenza non ha confini e non si può limitare. Tutto questo passa necessariamente attraverso il concetto d’integrazione, perché non esiste conoscenza senza apertura alle diverse culture”.

Il lavoro di Mirabile, artista che ha già ravvivato con le sue opere il quartiere di Danisinni, parte dalla street art, diventando in questo caso pittura urbana di respiro istituzionale. “Abbiamo puntato su un progetto artistico di pubblic art più che di street art – ha sottolineato il direttore dell’Accademia di Belle arti, Mario Zito – si tratta di un lavoro che come tutte le opere d’arte può piacere o meno, ma che ha avuto una commissione ben precisa, dunque lontano dai canoni della clandestinità tipici della street art. La nostra grande sfida è stata anche la collaborazione con la Soprintendenza, dando vita ad un’installazione non invasiva, che potrà essere rimossa quando, come ci auguriamo, si avvieranno i lavori di ristrutturazione architettonica della chiesa”.

Il pittore Marco Mirabile ha realizzato un intervento decorativo sulla facciata della chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri. Il progetto è nato da una sinergia tra l’Accademia di Belle arti e la Soprintendenza

di Giulio Giallombardo

Uno stormo di uccelli colorati in volo su Palermo. Sono migratori di diverse specie che volteggiano sotto lo stesso cielo azzurro. Sembrano voler dire che l’integrazione è una festa che va vissuta con leggerezza, guardando al futuro senza paura. È l’idea dello street artist palermitano Marco Mirabile, in arte Tutto e niente, pensata per la riqualificazione della piccola chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri, cinquecentesco gioiello abbandonato, nascosto in un cortile tra corso Vittorio Emauele e la Vucciria. L’edificio all’interno è pressoché un rudere, messo in sicurezza dalla Soprintendenza dei Beni culturali e coperto con un tavolato in legno di 130 metri quadri.

La facciata di Santa Sofia dei Tavernieri

Adesso su quelle tavole anonime è spuntato il colore. Il progetto, che ha visto collaborare insieme l’Accademia di Belle Arti di Palermo e la Soprintendenza, è stato ideato e realizzato in tre settimane da Mirabile, che ha guidato un gruppo di studenti dei corsi di decorazione e pittura, sotto la supervisione del direttore dell’Accademia, Mario Zito, e della docente di storia dell’arte, Giulia Ingarao, entrambi parte attiva del progetto.Così, la chiesetta, fondata dalla congregazione dei Tavernieri lombardi intorno al 1590, e attualmente di proprietà del Fondo edifici di culto del Ministero dell’Interno, è stata adesso almeno parzialmente salvata dal degrado a cui sembrava condannata, anche in vista della riqualificazione del vicolo Vannucci adiacente alla chiesa.

L’intervento decorativo, finanziato dalla banca Mediolanum, attraverso Centodieci, per Palermo Capitale italiana della cultura 2018, si è limitato alla sola copertura in legno e alla porta di ferro, non toccando la parte storica dell’edificio. Nel portale in ferro, è stata dipinta Santa Sofia protettrice dei Tavernieri, ritratta insieme alle tre figlie Pistis, Elpis e Agape (Fede, Speranza e Carità). Il ritratto “pop” della santa, uno degli archetipi di donna-madonna tipici dell’artista, è attraversato da raggi di luce che nei colori richiamano quelli degli uccelli dipinti sopra il portale e sulla fiancata della chiesa. Sulla facciata, poi, sono stati ridipinti a tinte piatte, elementi architettonici della chiesa non più esistenti, come volute, colonne, capitelli, sulla base della documentazione fotografica.

L’opera sulla fiancata della chiesa

Ma l’effetto è quello più di un tempio greco che di un edificio cinquecentesco, quasi a voler rimarcare il significato primitivo di Sofia, come conoscenza. Non a caso, le tre bambine ritratte sotto la santa, nella rilettura dell’artista, diventano scoperta, consapevolezza e curiosità: quella più piccola scopre, la più grande indica e fa da guida, mentre la terza, si sporge curiosa per vedere meglio. “L’idea degli uccelli è strettamente legata al tema della conoscenza – spiega Mirabile a Le Vie dei Tesori News – , questi rimandano all’aria che a sua volta dà il senso dell’infinito, dunque la conoscenza non ha confini e non si può limitare. Tutto questo passa necessariamente attraverso il concetto d’integrazione, perché non esiste conoscenza senza apertura alle diverse culture”.

Il lavoro di Mirabile, artista che ha già ravvivato con le sue opere il quartiere di Danisinni, parte dalla street art, diventando in questo caso pittura urbana di respiro istituzionale. “Abbiamo puntato su un progetto artistico di pubblic art più che di street art – ha sottolineato il direttore dell’Accademia di Belle arti, Mario Zito – si tratta di un lavoro che come tutte le opere d’arte può piacere o meno, ma che ha avuto una commissione ben precisa, dunque lontano dai canoni della clandestinità tipici della street art. La nostra grande sfida è stata anche la collaborazione con la Soprintendenza, dando vita ad un’installazione non invasiva, che potrà essere rimossa quando, come ci auguriamo, si avvieranno i lavori di ristrutturazione architettonica della chiesa”.

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Che fine ha fatto Abadir? Fermi i corsi a San Martino

L’Accademia di Belle arti e di restauro, nonostante il rinnovo del collegio dei docenti, ha sospeso le attività per mancanza di iscritti. I corsi, da quest’anno, non sono iniziati, mettendo in crisi un’istituzione diventata punto di riferimento culturale per il territorio

di Giulio Giallombardo

Aule vuote ad Abadir. L’Accademia di Belle arti e di restauro di San Martino delle Scale ha sospeso le attività per mancanza di iscritti. I corsi, da quest’anno, non sono partiti, mettendo in crisi un’istituzione diventata punto di riferimento culturale per il territorio. Eppure, la comunità monastica a due passi da Palermo, sembrava aver vinto la scommessa, dando vita ad un centro per l’arte ed il restauro, protagonista della salvaguardia di tantissime opere. Ma gli iscritti, sono gradualmente diminuiti negli anni, ed anche recenti inciampi burocratici col Miur hanno costretto la direzione didattica ad interrompere le lezioni.

Il chiostro dell’abbazia di San Martino delle Scale

“Stiamo tenendo duro per salvare l’Accademia, – spiega a Le Vie dei Tesori News, don Mariano Colletta, direttore amministrativo di Abadir – ma la mancanza di iscrizioni non ci aiuta, stiamo lavorando per cercare di rientrare nel circuito didattico, ma ci sono alcune difficoltà che dobbiamo superare”. Tuttavia le prospettive di rilancio non mancano, grazie ad un collegio dei docenti rinnovato, sotto la direzione di Vito Chiaramonte, che ha coinvolto personalità di spicco del panorama artistico e intellettuale della città: dai pittori Andrea Buglisi, Igor Scalisi Palminteri, Riccardo Brugnone e Giuseppe Vassallo, alle storiche dell’arte Agata Polizzi e Valentina Bruschi. Nessuno di loro ha, però, potuto iniziare l’attività didattica, che sarebbe dovuta partire con il nuovo anno accademico.

Fondata negli anni ’90 da don Salvatore Leonarda, abate del monastero, Abadir ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel campo del restauro e della conservazione del patrimonio artistico siciliano, formando diversi professionisti. L’accademia fa parte, inoltre, di Elia, acronimo di European League Institutes of the Arts, organizzazione che comprende tra i suoi associati facoltà di belle arti europee, accademie italiane pubbliche e private, scuole ed istituti specializzati d’arte internazionali. Tante le discipline previste dall’offerta formativa: pittura e tecniche pittoriche, iconografia e disegno anatomico, incisione, cromatologia, restauro per la pittura, del legno, della carta e di materiali lapidei, fino alle discipline teoriche come storia dell’arte, estetica, teoria della percezione e fenomenologia delle arti applicate. Attualmente, però, è accreditato dal Miur il solo triennio di pittura, in attesa di dirimere il nodo ministeriale dell’attribuzione del quinquennio di restauro, e sono attivi alcuni laboratori.

L’abbazia di San Martino in una stampa d’epoca

Per rilanciare le attività, in vista del prossimo anno accademico, la direzione didattica, d’accordo col collegio dei docenti, ha deciso di avviare già da questo mese, un piano di orientamento nelle scuole della Sicilia occidentale e centrale. “Sarà l’occasione per far conoscere Abadir in tutti gli istituti che possono essere interessati alla proposta formativa – ha spiegato il direttore didattico Chiaramonte – , ma soprattutto servirà a comunicare il nuovo indirizzo di Abadir, dedicato alla dimensione urbana e pubblica della pittura, come la street art e le manifestazioni urbane dell’arte contemporanea. È importante far capire agli studenti che non esiste una competizione tra l’Accademia di Belle Arti e Abadir, la prima fa una scelta massiva e tradizionale di qualità, la nostra offerta, invece, ha una specificità chiara, ovvero legare la riflessione sulla pittura alle arti urbane, cosa che non è facile trovare in altre realtà formative”.

L’Accademia di Belle arti e di restauro, nonostante il rinnovo del collegio dei docenti, ha sospeso le attività per mancanza di iscritti. I corsi, da quest’anno, non sono iniziati, mettendo in crisi un’istituzione diventata punto di riferimento culturale per il territorio

di Giulio Giallombardo

Aule vuote ad Abadir. L’Accademia di Belle arti e di restauro di San Martino delle Scale ha sospeso le attività per mancanza di iscritti. I corsi, da quest’anno, non sono partiti, mettendo in crisi un’istituzione diventata punto di riferimento culturale per il territorio. Eppure, la comunità monastica a due passi da Palermo, sembrava aver vinto la scommessa, dando vita ad un centro per l’arte ed il restauro, protagonista della salvaguardia di tantissime opere. Ma gli iscritti, sono gradualmente diminuiti negli anni, ed anche recenti inciampi burocratici col Miur hanno costretto la direzione didattica ad interrompere le lezioni.

Il chiostro dell’abbazia di San Martino delle Scale

“Stiamo tenendo duro per salvare l’Accademia, – spiega a Le Vie dei Tesori News, don Mariano Colletta, direttore amministrativo di Abadir – ma la mancanza di iscrizioni non ci aiuta, stiamo lavorando per cercare di rientrare nel circuito didattico, ma ci sono alcune difficoltà che dobbiamo superare”. Tuttavia le prospettive di rilancio non mancano, grazie ad un collegio dei docenti rinnovato, sotto la direzione di Vito Chiaramonte, che ha coinvolto personalità di spicco del panorama artistico e intellettuale della città: dai pittori Andrea Buglisi, Igor Scalisi Palminteri, Riccardo Brugnone e Giuseppe Vassallo, alle storiche dell’arte Agata Polizzi e Valentina Bruschi. Nessuno di loro ha, però, potuto iniziare l’attività didattica, che sarebbe dovuta partire con il nuovo anno accademico.

Fondata negli anni ’90 da don Salvatore Leonarda, abate del monastero, Abadir ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel campo del restauro e della conservazione del patrimonio artistico siciliano, formando diversi professionisti. L’accademia fa parte, inoltre, di Elia, acronimo di European League Institutes of the Arts, organizzazione che comprende tra i suoi associati facoltà di belle arti europee, accademie italiane pubbliche e private, scuole ed istituti specializzati d’arte internazionali. Tante le discipline previste dall’offerta formativa: pittura e tecniche pittoriche, iconografia e disegno anatomico, incisione, cromatologia, restauro per la pittura, del legno, della carta e di materiali lapidei, fino alle discipline teoriche come storia dell’arte, estetica, teoria della percezione e fenomenologia delle arti applicate. Attualmente, però, è accreditato dal Miur il solo triennio di pittura, in attesa di dirimere il nodo ministeriale dell’attribuzione del quinquennio di restauro, e sono attivi alcuni laboratori.

Per rilanciare le attività, in vista del prossimo anno accademico, la direzione didattica, d’accordo col collegio dei docenti, ha deciso di avviare già da questo mese, un piano di orientamento nelle scuole della Sicilia occidentale e centrale. “Sarà l’occasione per far conoscere Abadir in tutti gli istituti che possono essere interessati alla proposta formativa – ha spiegato il direttore didattico Chiaramonte – , ma soprattutto servirà a comunicare il nuovo indirizzo di Abadir, dedicato alla dimensione urbana e pubblica della pittura, come la street art e le manifestazioni urbane dell’arte contemporanea. È importante far capire agli studenti che non esiste una competizione tra l’Accademia di Belle Arti e Abadir, la prima fa una scelta massiva e tradizionale di qualità, la nostra offerta, invece, ha una specificità chiara, ovvero legare la riflessione sulla pittura alle arti urbane, cosa che non è facile trovare in altre realtà formative”.

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Vini franchi in vetrina tra incontri e degustazioni

Ai Cantieri Culturali alla Zisa, dal 12 al 14 gennaio, la prima edizione della rassegna “Not”. S’incontreranno viticoltori, esperti di enogastronomia, chef e ristoratori. Presenti oltre 100 aziende da tutta Italia e dall’estero

di Redazione

Palermo chiama a raccolta, per la prima volta in Sicilia, i piccoli viticoltori, gli artigiani del vino che stanno cambiando il modo di bere. Dal 12 al 14 gennaio, ai Cantieri Culturali alla Zisa, si terrà la prima edizione di “Not – Rassegna dei vini franchi”, multievento dedicato al sistema produttivo che mette al centro la figura del vignaiolo, il lavoro artigianale e che diffonde la coscienza del bere come atto, non solo culturale, ma anche politico di salvaguardia della natura e dell’identità territoriale.

Durante la tre giorni si terranno incontri, degustazioni e seminari sui vini artigianali, naturali e biodinamici. Saranno oltre 100 le aziende da tutta Italia e dall’estero, con più di 500 i vini da degustare. Sarà l’occasione per il pubblico degli appassionati, degli operatori di settore, del mondo della ristorazione, della distribuzione e della la stampa di conoscere, attraverso un ricco programma di appuntamenti (consultabile qui), la filosofia produttiva espressione di un preciso di stare al mondo, sintetizzato nel pay-off della rassegna “Do Not Modify, Do Not Interfere”. Inoltre, ristoratori e wine bar di Palermo proporranno concerti, cene, aperitivi, degustazioni presso ristoranti, pizzerie, enoteche e anche gallerie d’arte, sul tema vino naturale con i vignaioli o i vini protagonisti della rassegna.

La chef Bonetta Dell’Oglio

Durante le giornate della fiera si svolgeranno cinque seminari tematici tenuti da critici del vino e personaggi del mondo enogastronomico: Matteo Gallello terrà un approfondimento, il 12 gennaio alle 15, dedicato ai territori e ai vitigni del Sud; Giampaolo Gravina e Fabio Rizzari presenteranno, il 12 gennaio alle 17, il loro ultimo lavoro editoriale, scritto insieme ad Armando Castagno, “Vini artiginali italiani, piccolo repertorio per l’anno 2019” in abbinamento ai vini dei vignaioli raccontati nel libro; Sandro Sangiorgi, fondatore di Porthos, farà il punto con una degustazione-riflessione, dal titolo “Il vino naturale, le luci e le ombre”, sull’evoluzione di questo mondo produttivo e sulle sfide nuove; Gae Saccoccio di naturadellecose.com condurrà la degustazione “Il vino umano come energia tra scienza e magia. Tecnicna/Cultura/Mistificazione”, il 13 gennaio alle 15; la cuoca Bonetta Dell’Oglio insieme al panificatore Davide Longoni si cimenteranno, il 13 gennaio alle 17, con l’aiuto di Francesco Pensovecchio in una degustazione di “Pane e Vino”, un percorso mistico e tecnico tra pani da grani autoctoni e vini naturali.

Uno dei focus dell’evento è la biodinamica. La rassegna, infatti, ospiterà l’incontro annuale di Renaissance Italia, l’associazione facente parte di Renaissance Des Appellations fondata dal padre della viticoltura biodinamica, Nicolas Joly, che conta oltre 200 produttori nel mondo. Si articolerà in un ciclo di approfondimenti, inedito sull’Isola, per produttori, operatori e amanti del vino, promosso insieme ad AgriBio Italia, sul metodo agricolo ispirato ai principi antroposofici di Rudolf Steiner sotto la conduzione straordinaria dello stesso Joly.

Ai Cantieri Culturali alla Zisa, dal 12 al 14 gennaio, la prima edizione della rassegna “Not”. S’incontreranno viticoltori, esperti di enogastronomia, chef e ristoratori. Presenti oltre 100 aziende da tutta Italia e dall’estero

di Redazione

Palermo chiama a raccolta, per la prima volta in Sicilia, i piccoli viticoltori, gli artigiani del vino che stanno cambiando il modo di bere. Dal 12 al 14 gennaio, ai Cantieri Culturali alla Zisa, si terrà la prima edizione di “Not – Rassegna dei vini franchi”, multievento dedicato al sistema produttivo che mette al centro la figura del vignaiolo, il lavoro artigianale e che diffonde la coscienza del bere come atto, non solo culturale, ma anche politico di salvaguardia della natura e dell’identità territoriale.

Durante la tre giorni si terranno incontri, degustazioni e seminari sui vini artigianali, naturali e biodinamici. Saranno oltre 100 le aziende da tutta Italia e dall’estero, con più di 500 i vini da degustare. Sarà l’occasione per il pubblico degli appassionati, degli operatori di settore, del mondo della ristorazione, della distribuzione e della la stampa di conoscere, attraverso un ricco programma di appuntamenti (consultabile qui), la filosofia produttiva espressione di un preciso di stare al mondo, sintetizzato nel pay-off della rassegna “Do Not Modify, Do Not Interfere”. Inoltre, ristoratori e wine bar di Palermo proporranno concerti, cene, aperitivi, degustazioni presso ristoranti, pizzerie, enoteche e anche gallerie d’arte, sul tema vino naturale con i vignaioli o i vini protagonisti della rassegna.

La chef Bonetta Dell’Oglio

Durante le giornate della fiera si svolgeranno cinque seminari tematici tenuti da critici del vino e personaggi del mondo enogastronomico: Matteo Gallello terrà un approfondimento, il 12 gennaio alle 15, dedicato ai territori e ai vitigni del Sud; Giampaolo Gravina e Fabio Rizzari presenteranno, il 12 gennaio alle 17, il loro ultimo lavoro editoriale, scritto insieme ad Armando Castagno, “Vini artiginali italiani, piccolo repertorio per l’anno 2019” in abbinamento ai vini dei vignaioli raccontati nel libro; Sandro Sangiorgi, fondatore di Porthos, farà il punto con una degustazione-riflessione, dal titolo “Il vino naturale, le luci e le ombre”, sull’evoluzione di questo mondo produttivo e sulle sfide nuove; Gae Saccoccio di naturadellecose.com condurrà la degustazione “Il vino umano come energia tra scienza e magia. Tecnicna/Cultura/Mistificazione”, il 13 gennaio alle 15; la cuoca Bonetta Dell’Oglio insieme al panificatore Davide Longoni si cimenteranno, il 13 gennaio alle 17, con l’aiuto di Francesco Pensovecchio in una degustazione di “Pane e Vino”, un percorso mistico e tecnico tra pani da grani autoctoni e vini naturali.

Uno dei focus dell’evento è la biodinamica. La rassegna, infatti, ospiterà l’incontro annuale di Renaissance Italia, l’associazione facente parte di Renaissance Des Appellations fondata dal padre della viticoltura biodinamica, Nicolas Joly, che conta oltre 200 produttori nel mondo. Si articolerà in un ciclo di approfondimenti, inedito sull’Isola, per produttori, operatori e amanti del vino, promosso insieme ad AgriBio Italia, sul metodo agricolo ispirato ai principi antroposofici di Rudolf Steiner sotto la conduzione straordinaria dello stesso Joly.

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