Un progetto per la rinascita del centro storico di Salemi

L’amministrazione comunale ha firmato a Torino un accordo con il Politecnico e il Wish che punta al recupero di alcuni antichi quartieri

di Redazione

Prende corpo l’iniziativa di recupero di una parte del centro storico di Salemi, portata avanti dall’amministrazione comunale. Nei giorni scorsi il sindaco, Domenico Venuti, e l’assessore al Centro storico, Vito Scalisi, sono volati a Torino per la firma dell’accordo di collaborazione stipulato tra il Comune della cittadina trapanese, il Politecnico universitario e il Wish (World international sicilian heritage) che punta al recupero e alla riqualificazione dell’area di ‘Piano Cascio’ e di una parte del quartiere Misericordia: azioni che avverranno “nel rispetto delle linee guida del centro storico e dell’identità architettonica e storica di Salemi”. L’accordo, siglato a Torino dal direttore del dipartimento di Architettura e design del Politecnico Paolo Mellano e dal presidente di Wish Chiara Donà dalle Rose, rappresenta il secondo passo dopo l’intesa di massima firmata a Salemi nel dicembre scorso.

“Procediamo in maniera spedita verso la realizzazione di una idea che cambia l’impostazione della ricostruzione post-terremoto – afferma Venuti -. Per troppo tempo ci si è lasciati andare a una logica fatta di sterili rivendicazioni nei confronti delle risorse pubbliche, ma ora da Salemi parte un messaggio diverso: una sinergia tra il Comune e realtà affermate nel campo del recupero urbanistico con basi solide, date dalla serietà di tutti gli attori e dall’alta specializzazione di una Università con cui siamo felici di collaborare – aggiunge il sindaco di Salemi -. Andiamo avanti in un percorso fatto di piccoli ma decisi passi in avanti verso un’idea diversa di rilancio della città”.

Chiara Donà delle Rose, Paolo Mellano e Domenico Venuti

Le aree oggetto dell’accordo verranno quindi studiate con cura e attenzione dagli studenti del Politecnico, alcuni dei quali sono già stati in città per un workshop di sei giorni denominato ‘Architettura Salemi Entanglement’, che elaboreranno singoli progetti di recupero degli immobili: documenti che dovranno comunque superare il vaglio del consiglio comunale secondo le normali procedure e che, dopo l’ok, saranno attuati grazie all’attività di fundraising volta a ottenere risorse coinvolgendo istituti di finanziamento e singoli privati interessati alla riqualificazione e al rilancio del centro storico di Salemi. “L’accordo con il Comune di Salemi per il recupero di alcune aree distrutte dal terremoto rappresenta un modo per trasferire le conoscenze dell’Università al territorio, dando valore aggiunto alla comunità scientifica e alla società – evidenzia Mellano -. Oggi è necessario lavorare sul patrimonio esistente recuperando l’identità culturale delle nostre città”.

L’accordo prevede la concessione a titolo gratuito delle aree di proprietà comunale al Politecnico per una durata di dieci anni: questi si impegna “a recuperare e utilizzare” i beni concessi per attività culturali, formative e turistiche “senza fine di lucro” e rivolte al territorio di Salemi. Alla scadenza della concessione, rinnovabile per ulteriori dieci anni, il Comune rientrerà in pieno possesso degli immobili in buono stato di manutenzione. “Abbiamo creduto tanto in un accordo che rappresenta una grande chance – sottolinea Scalisi -. La collaborazione con il Politecnico e Wish guarda alla possibilità che l’esperienza di Salemi diventi una realtà di studio e confronto a livello accademico internazionale”.

Gli studenti del Politecnico di Torino, guidati da Roberto Dini e da altri sei docenti, torneranno a Salemi a fine marzo per una prima fase di studio dell’iniziativa. Soddisfatta anche Donà dalle Rose: “Per Salemi desidero che si sviluppi un luogo di ricerca e di altissima professionalità – afferma -, dove università e sostenitori possano trovare un terreno fertile e una occasione di vera riqualificazione del territorio”.

L’amministrazione comunale ha firmato a Torino un accordo con il Politecnico e il Wish che punta al recupero di alcuni antichi quartieri

di Redazione

Prende corpo l’iniziativa di recupero di una parte del centro storico di Salemi, portata avanti dall’amministrazione comunale. Nei giorni scorsi il sindaco, Domenico Venuti, e l’assessore al Centro storico, Vito Scalisi, sono volati a Torino per la firma dell’accordo di collaborazione stipulato tra il Comune della cittadina trapanese, il Politecnico universitario e il Wish (World international sicilian heritage) che punta al recupero e alla riqualificazione dell’area di ‘Piano Cascio’ e di una parte del quartiere Misericordia: azioni che avverranno “nel rispetto delle linee guida del centro storico e dell’identità architettonica e storica di Salemi”. L’accordo, siglato a Torino dal direttore del dipartimento di Architettura e design del Politecnico Paolo Mellano e dal presidente di Wish Chiara Donà dalle Rose, rappresenta il secondo passo dopo l’intesa di massima firmata a Salemi nel dicembre scorso.

“Procediamo in maniera spedita verso la realizzazione di una idea che cambia l’impostazione della ricostruzione post-terremoto – afferma Venuti -. Per troppo tempo ci si è lasciati andare a una logica fatta di sterili rivendicazioni nei confronti delle risorse pubbliche, ma ora da Salemi parte un messaggio diverso: una sinergia tra il Comune e realtà affermate nel campo del recupero urbanistico con basi solide, date dalla serietà di tutti gli attori e dall’alta specializzazione di una Università con cui siamo felici di collaborare – aggiunge il sindaco di Salemi -. Andiamo avanti in un percorso fatto di piccoli ma decisi passi in avanti verso un’idea diversa di rilancio della città”.

Chiara Donà delle Rose, Paolo Mellano e Domenico Venuti

Le aree oggetto dell’accordo verranno quindi studiate con cura e attenzione dagli studenti del Politecnico, alcuni dei quali sono già stati in città per un workshop di sei giorni denominato ‘Architettura Salemi Entanglement’, che elaboreranno singoli progetti di recupero degli immobili: documenti che dovranno comunque superare il vaglio del consiglio comunale secondo le normali procedure e che, dopo l’ok, saranno attuati grazie all’attività di fundraising volta a ottenere risorse coinvolgendo istituti di finanziamento e singoli privati interessati alla riqualificazione e al rilancio del centro storico di Salemi. “L’accordo con il Comune di Salemi per il recupero di alcune aree distrutte dal terremoto rappresenta un modo per trasferire le conoscenze dell’Università al territorio, dando valore aggiunto alla comunità scientifica e alla società – evidenzia Mellano -. Oggi è necessario lavorare sul patrimonio esistente recuperando l’identità culturale delle nostre città”.

L’accordo prevede la concessione a titolo gratuito delle aree di proprietà comunale al Politecnico per una durata di dieci anni: questi si impegna “a recuperare e utilizzare” i beni concessi per attività culturali, formative e turistiche “senza fine di lucro” e rivolte al territorio di Salemi. Alla scadenza della concessione, rinnovabile per ulteriori dieci anni, il Comune rientrerà in pieno possesso degli immobili in buono stato di manutenzione. “Abbiamo creduto tanto in un accordo che rappresenta una grande chance – sottolinea Scalisi -. La collaborazione con il Politecnico e Wish guarda alla possibilità che l’esperienza di Salemi diventi una realtà di studio e confronto a livello accademico internazionale”.

Gli studenti del Politecnico di Torino, guidati da Roberto Dini e da altri sei docenti, torneranno a Salemi a fine marzo per una prima fase di studio dell’iniziativa. Soddisfatta anche Donà dalle Rose: “Per Salemi desidero che si sviluppi un luogo di ricerca e di altissima professionalità – afferma -, dove università e sostenitori possano trovare un terreno fertile e una occasione di vera riqualificazione del territorio”.

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Le mille vite del carcere Malaspina, scrigno di tesori

Era l’antica residenza dei duchi Oneto di Sperlinga, poi diventata fabbrica di terracotta, ricovero per giovani indigenti e infine istituto penale per minorenni

di Emanuele Drago*

È impensabile immaginare Palermo, facendo esclusivamente ricorso ai quattro mandamenti della città storica. Infatti, dopo l’abbattimento delle mura cinquecentesche si svilupparono a raggiera una serie di rioni, di cui molto spesso ancora oggi chi vi risiede ne disconosce le origini e la storia. Uno di questi quartieri, sviluppatosi nella direttrice nord ovest, è rione Malaspina Palagonia.

Corte interna del carcere Malaspina

Uno dei primi documenti in cui si fa riferimento alla contrada Malaspina è contenuto tra le pergamene del tabulario di San Bartolomeo e risale alla seconda metà del XIV secolo. Se il nome sia riconducibile ad uno dei primi proprietari fondiari che iniziò a edificarvi case, o sia invece piuttosto legato al cronista Saba Malaspina, che al tempo di re Martino scrisse un’opera – Rerum Sicularum Historia – dedicata alla Sicilia, ancora oggi non è dato saperlo con certezza. Da una attenta analisi topografica si evince chiaramente che la contrada, dopo aver avuto inizio da piazza San Francesco, ed essersi dipanata per una stretta e tortuosa viuzza denominata appunto vicolo Malaspina, giungesse in piazza Ottavio Ziino, che era l’ultimo tratto del primo tronco.

Il secondo tronco della via Malaspina, corrispondeva all’attuale via Principe di Palagonia, rientrava in quelli che erano i fondi agricoli degli Oneto duchi di Sperlinga e Palagonia, adiacenti a loro volta ai terreni che possedeva la famiglia Whitaker accanto al canale del torrente Rigano. In origini il quartiere annoverava alcune importanti ville, in primis la villa Valguarnera, in prossimità di piazza Tosti, ma anche le ville Cupane e Lima Mancuso. Tutte quante le ville, nonostante il piano regolatore redatto da Felice Giarrusso lo vietasse, intorno agli anni Cinquanta vennero vendute, espropriate ed abbattute, per far posto a grossi palazzi multipiano che nacquero subito dopo il dopoguerra, molti dei quali divennero sede di assessorati regionali.

Stemma degli Oneto

Per fortuna da quella smania distruttiva e speculativa si salvarono solo la villa Isnello, ubicata in via Monteverdi, e anche il palazzo che è un po’ il simbolo del quartiere Malaspina Palagonia, ovvero la dimora degli Oneto duchi di Sperlinga. Spesso identificato esclusivamente come sede del carcere minorile – citato tra l’altro nel film “Mery per sempre” di Marco Risi col termine “Rosaspina” – la villa meriterebbe una maggiore attenzione sia da un punto di artistico, sia da un punto di vista architettonico. Si tratta di un’amplissima struttura costituita da due corti collegate tra loro tramite un vestibolo, che a sua volta è sormontato da una guardiola che serviva fin dal Settecento a vigilare sulle vie d’accesso.

Ancora oggi sopra la guardiola è possibile ammirare l’orologio che venne collocato nell’Ottocento e sopra il quale v’è scritto “Il tempo fugge e non ritorna”. L’interno della residenza invece presenta, oltre ad un ampio scalone a due rampe, coperto da volte a botte e cupola, una serie di sale collocate nel primo piano e che si affacciano sul terrazzo balaustrato. Tra le principali sale merita una particolare attenzione il salone Baviera, oggi sede di rappresentanza ma in origine cappella privata della villa. Il salone fu decorato da Vito D’Anna, Gaspare Fumagalli e Francesco Manno, e inoltre possiede un delizioso piccolo portico i cui pilastri facevano parte di un teatrino collocato al Foro Italico.

Sala Baviera e portico

Però, solo per i primi sessant’anni la struttura ebbe una funzione esclusivamente residenziale, in quanto, tra il 1761 e il 1780, per volontà del quinto duca di Sperlinga Francesco Oneto e Monreale, venne in parte trasformata in fabbrica di terracotta e ceramica. A quanto pare, la passione per la ceramica smaltata il duca l’aveva maturata durante gli anni in cui aveva vissuto a Napoli, dopo aver a lungo ammirato la fabbrica impiantata da Carlo III nella reggia di Capodimonte. Nel 1780, esattamente dopo vent’anni, il figlio del quinto duca, Saverio Oneto Gravina, decise di chiudere la fabbrica di famiglia. Così nel 1835, per un breve periodo il palazzo venne ceduto al governo borbonico che lo utilizzò come ricovero per i giovani mendicanti.

E questo fin quando nel 1839 la villa non venne acquistata dal Senato palermitano per ospitare una succursale dell’Albergo delle povere di corso Calatafimi. Di questa nuova destinazione d’uso si fece promotore Francesco Paolo Gravina, ottavo principe di Palagonia, e sindaco filantropo della città. Poi nel 1933 la villa passò allo Stato e al Ministero di Grazia e Giustizia che decise di destinarlo a sede del Centro per la Giustizia minorile. L’auspicio è che, nonostante la delicata e ammirevole funzione che la villa attualmente svolge, in futuro possa essere resa fruibili alla cittadinanza, magari grazie anche a progetti educativi che prevedano l’inclusione e sensibilizzazione culturale degli stessi giovani minorenni che vi sono detenuti.

*Docente e scrittore

Era l’antica residenza dei duchi Oneto di Sperlinga, poi diventata fabbrica di terracotta, ricovero per giovani indigenti e infine istituto penale per minorenni

di Emanuele Drago*

È impensabile immaginare Palermo, facendo esclusivamente ricorso ai quattro mandamenti della città storica. Infatti, dopo l’abbattimento delle mura cinquecentesche si svilupparono a raggiera una serie di rioni, di cui molto spesso ancora oggi chi vi risiede ne disconosce le origini e la storia. Uno di questi quartieri, sviluppatosi nella direttrice nord ovest, è rione Malaspina Palagonia.

Corte interna del carcere Malaspina

Uno dei primi documenti in cui si fa riferimento alla contrada Malaspina è contenuto tra le pergamene del tabulario di San Bartolomeo e risale alla seconda metà del XIV secolo. Se il nome sia riconducibile ad uno dei primi proprietari fondiari che iniziò a edificarvi case, o sia invece piuttosto legato al cronista Saba Malaspina, che al tempo di re Martino scrisse un’opera – Rerum Sicularum Historia – dedicata alla Sicilia, ancora oggi non è dato saperlo con certezza. Da una attenta analisi topografica si evince chiaramente che la contrada, dopo aver avuto inizio da piazza San Francesco, ed essersi dipanata per una stretta e tortuosa viuzza denominata appunto vicolo Malaspina, giungesse in piazza Ottavio Ziino, che era l’ultimo tratto del primo tronco.

Il secondo tronco della via Malaspina, corrispondeva all’attuale via Principe di Palagonia, rientrava in quelli che erano i fondi agricoli degli Oneto duchi di Sperlinga e Palagonia, adiacenti a loro volta ai terreni che possedeva la famiglia Whitaker accanto al canale del torrente Rigano. In origini il quartiere annoverava alcune importanti ville, in primis la villa Valguarnera, in prossimità di piazza Tosti, ma anche le ville Cupane e Lima Mancuso. Tutte quante le ville, nonostante il piano regolatore redatto da Felice Giarrusso lo vietasse, intorno agli anni Cinquanta vennero vendute, espropriate ed abbattute, per far posto a grossi palazzi multipiano che nacquero subito dopo il dopoguerra, molti dei quali divennero sede di assessorati regionali.

Stemma degli Oneto

Per fortuna da quella smania distruttiva e speculativa si salvarono solo la villa Isnello, ubicata in via Monteverdi, e anche il palazzo che è un po’ il simbolo del quartiere Malaspina Palagonia, ovvero la dimora degli Oneto duchi di Sperlinga. Spesso identificato esclusivamente come sede del carcere minorile – citato tra l’altro nel film “Mery per sempre” di Marco Risi col termine “Rosaspina” – la villa meriterebbe una maggiore attenzione sia da un punto di artistico, sia da un punto di vista architettonico. Si tratta di un’amplissima struttura costituita da due corti collegate tra loro tramite un vestibolo, che a sua volta è sormontato da una guardiola che serviva fin dal Settecento a vigilare sulle vie d’accesso.

Ancora oggi sopra la guardiola è possibile ammirare l’orologio che venne collocato nell’Ottocento e sopra il quale v’è scritto “Il tempo fugge e non ritorna”. L’interno della residenza invece presenta, oltre ad un ampio scalone a due rampe, coperto da volte a botte e cupola, una serie di sale collocate nel primo piano e che si affacciano sul terrazzo balaustrato. Tra le principali sale merita una particolare attenzione il salone Baviera, oggi sede di rappresentanza ma in origine cappella privata della villa. Il salone fu decorato da Vito D’Anna, Gaspare Fumagalli e Francesco Manno, e inoltre possiede un delizioso piccolo portico i cui pilastri facevano parte di un teatrino collocato al Foro Italico.

Sala Baviera e portico

Però, solo per i primi sessant’anni la struttura ebbe una funzione esclusivamente residenziale, in quanto, tra il 1761 e il 1780, per volontà del quinto duca di Sperlinga Francesco Oneto e Monreale, venne in parte trasformata in fabbrica di terracotta e ceramica. A quanto pare, la passione per la ceramica smaltata il duca l’aveva maturata durante gli anni in cui aveva vissuto a Napoli, dopo aver a lungo ammirato la fabbrica impiantata da Carlo III nella reggia di Capodimonte. Nel 1780, esattamente dopo vent’anni, il figlio del quinto duca, Saverio Oneto Gravina, decise di chiudere la fabbrica di famiglia. Così nel 1835, per un breve periodo il palazzo venne ceduto al governo borbonico che lo utilizzò come ricovero per i giovani mendicanti.

E questo fin quando nel 1839 la villa non venne acquistata dal Senato palermitano per ospitare una succursale dell’Albergo delle povere di corso Calatafimi. Di questa nuova destinazione d’uso si fece promotore Francesco Paolo Gravina, ottavo principe di Palagonia, e sindaco filantropo della città. Poi nel 1933 la villa passò allo Stato e al Ministero di Grazia e Giustizia che decise di destinarlo a sede del Centro per la Giustizia minorile. L’auspicio è che, nonostante la delicata e ammirevole funzione che la villa attualmente svolge, in futuro possa essere resa fruibili alla cittadinanza, magari grazie anche a progetti educativi che prevedano l’inclusione e sensibilizzazione culturale degli stessi giovani minorenni che vi sono detenuti.

*Docente e scrittore

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“Antropologia della memoria”, a tu per tu con Carlo Severi

Lo studioso sarà a Palermo in occasione di un ciclo di incontri organizzati dal Museo delle Marionette Antonio Pasqualino

di Redazione

L’antropologo Carlo Severi, noto per i suoi studi sull’immagine e sulla memoria sociale, sarà a Palermo, dal 25 al 27 marzo per il ciclo di incontri “Antropologia della memoria”. Tre giorni, organizzati dal Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino, che vedono protagonista lo studioso, “directeur d’études” presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.

Si comincia lunedì 25, alle 11, all’Accademia di Belle Arti, con una masterclass dal titolo “Rito, memoria, immagine”, mentre alle 17,30, al Museo Pasqualino, si terrà la presentazione del libro “L’oggetto-persona. Rito memoria immagine”, con la partecipazione di Ignazio Buttitta, Michele Cometa e Rosario Perricone. Martedì 26, alle 16, sarà la volta della “lectio magistralis” di Severi dal titolo “La vita degli oggetti. Itinerario di una ricerca”, che si svolgerà nell’aula multimediale del Dipartimento di Culture e Società dell’Università di Palermo. Infine, mercoledì 27 alle 17,30, la Sala Kounellis di Palazzo Riso ospiterà la presentazione del libro di Rosario Perricone “Oralità dell’immagine”, a cui parteciperanno Carlo Severi e Michele Cometa.

Tra gli eventi correlati, l’incontro con Gabriella Airenti sulle basi cognitive dell’antropomorfismo che si terrà mercoledì 27 marzo alle 10 alla Scuola delle Scienze umane dell’Università degli studi di Palermo. Gli incontri, ideati da Rosario Perricone, sono organizzati dall’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari, in collaborazione con il Dipartimento di Culture e Società e i dottorati in Scienze umane e in Studi del patrimonio culturale dell’Università di Palermo; il Dipartimento di comunicazione e Didattica dell’arte dell’Accademia di Belle Arti di Palermo e la Fondazione Ignazio Buttitta.

“Ciascuno di noi ha esperienza di una parola virtualmente rivolta ad oggetti inanimati, – si legge nella nota di presentazione degli incontri – ai quali attribuiamo, quasi senza volerlo, una personalità umana. Ma esistono relazioni umane con gli oggetti meno superficiali: è durante le azioni rituali che gli oggetti assumono, in modo più stabile, un certo numero di funzioni proprie degli esseri viventi. Nello spazio del rituale, sotto forma di statuette, immagini dipinte o di feticci, gli oggetti sono naturalmente tenuti a rappresentare degli esseri (spiriti, divinità, antenati) costruiti a immagine umana. Ma quando l’oggetto agisce, o prende la parola, non rappresenta più un essere soprannaturale, lo rimpiazza. Ne restituisce la presenza. Per comprendere la parola rituale bisogna dunque pensare lo statuto della rappresentazione iconica non più a partire dai suoi aspetti formali, ma attraverso l’analisi del suo contesto d’uso. Ed è necessario considerare anche quali trasformazioni l’atto verbale subisce, nelle premesse e negli effetti, quando è attribuito a un artefatto”.

Lo studioso sarà a Palermo in occasione di un ciclo di incontri organizzati dal Museo delle Marionette Antonio Pasqualino

di Redazione

L’antropologo Carlo Severi, noto per i suoi studi sull’immagine e sulla memoria sociale, sarà a Palermo, dal 25 al 27 marzo per il ciclo di incontri “Antropologia della memoria”. Tre giorni, organizzati dal Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino, che vedono protagonista lo studioso, “directeur d’études” presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.

Si comincia lunedì 25, alle 11, all’Accademia di Belle Arti, con una masterclass dal titolo “Rito, memoria, immagine”, mentre alle 17,30, al Museo Pasqualino, si terrà la presentazione del libro “L’oggetto-persona. Rito memoria immagine”, con la partecipazione di Ignazio Buttitta, Michele Cometa e Rosario Perricone. Martedì 26, alle 16, sarà la volta della “lectio magistralis” di Severi dal titolo “La vita degli oggetti. Itinerario di una ricerca”, che si svolgerà nell’aula multimediale del Dipartimento di Culture e Società dell’Università di Palermo. Infine, mercoledì 27 alle 17,30, la Sala Kounellis di Palazzo Riso ospiterà la presentazione del libro di Rosario Perricone “Oralità dell’immagine”, a cui parteciperanno Carlo Severi e Michele Cometa.

Tra gli eventi correlati, l’incontro con Gabriella Airenti sulle basi cognitive dell’antropomorfismo che si terrà mercoledì 27 marzo alle 10 alla Scuola delle Scienze umane dell’Università degli studi di Palermo. Gli incontri, ideati da Rosario Perricone, sono organizzati dall’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari, in collaborazione con il Dipartimento di Culture e Società e i dottorati in Scienze umane e in Studi del patrimonio culturale dell’Università di Palermo; il Dipartimento di comunicazione e Didattica dell’arte dell’Accademia di Belle Arti di Palermo e la Fondazione Ignazio Buttitta.

“Ciascuno di noi ha esperienza di una parola virtualmente rivolta ad oggetti inanimati, – si legge nella nota di presentazione degli incontri – ai quali attribuiamo, quasi senza volerlo, una personalità umana. Ma esistono relazioni umane con gli oggetti meno superficiali: è durante le azioni rituali che gli oggetti assumono, in modo più stabile, un certo numero di funzioni proprie degli esseri viventi. Nello spazio del rituale, sotto forma di statuette, immagini dipinte o di feticci, gli oggetti sono naturalmente tenuti a rappresentare degli esseri (spiriti, divinità, antenati) costruiti a immagine umana. Ma quando l’oggetto agisce, o prende la parola, non rappresenta più un essere soprannaturale, lo rimpiazza. Ne restituisce la presenza. Per comprendere la parola rituale bisogna dunque pensare lo statuto della rappresentazione iconica non più a partire dai suoi aspetti formali, ma attraverso l’analisi del suo contesto d’uso. Ed è necessario considerare anche quali trasformazioni l’atto verbale subisce, nelle premesse e negli effetti, quando è attribuito a un artefatto”.

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L’Infiorata di Noto a New York nel segno degli emigrati

L’edizione di quest’anno sarà presentata al Consolato d’Italia della Grande Mela ed è dedicata alle storie dei siciliani andati in America in cerca di fortuna

di Marco Russo

I sogni e le storie dei siciliani sbarcati in America saranno al centro della 40esima edizione dell’Infiorata di Noto, che, come ogni anno, si prepara a salutare la primavera con il colorato tappeto di fiori in via Nicolaci. Un tema quanto mai attuale quello dell’emigrazione, fenomeno che tra ‘800 e ‘900 ha visto protagonisti milioni italiani, in cerca di fortuna oltre l’Oceano.

Uno dei balconi di Palazzo Nicolaci

La macchina organizzativa è già al lavoro da mesi per l’appuntamento in programma dal 17 al 19 maggio, ma adesso l’evento, inserito anche nel calendario degli appuntamenti promossi dalla Regione Siciliana, si prepara a sbarcare negli Stati Uniti. Il 4 aprile, infatti, la nuova edizione dell’Infiorata sarà presentata al Consolato generale d’Italia a New York. Dopo l’edizione 2017 dedicata al Principato di Monaco e quella 2018 alla Cina, l’edizione di quest’anno, dunque, racconterà memorie individuali e di comunità, storie normali ed eccezionali, passato e avanguardia dell’essere siciliani in America. Così, i bozzetti realizzati dai maestri infioratori netini, le mostre allestite, i workshop organizzati e gli spettacoli in programma saranno ispirati ai siciliani che hanno iniziato una nuova vita tra Canada e Stati Uniti.

All’incontro di New York, oltre al sindaco di Noto, Corrado Bonfanti, il vicesindaco e assessore alla Cultura, Frankie Terranova, e l’assessore al Turismo, Giusi Solerte, parteciperanno i rappresentanti di diverse comunità di siciliani residenti negli Stati Uniti, invitati dal Consolato d’Italia e le eccellenze che hanno saputo raccontare la Sicilia in America. Per l’occasione, inoltre, saranno illustrati i bozzetti realizzati per la nuova edizione dell’Infiorata di via Nicolaci.

Frankie Terranova, Corrado Bonfanti e Giusi Solerte

Intanto, è stato presentato da poco il progetto grafico scelto dall’amministrazione per la prossima edizione dell’evento, che ha come titolo “Vieni ca ti cuntu. Storie di siciliani in America”. Il manifesto ritrae un francobollo con il blu dell’Oceano Atlantico e la Statua della Libertà su cui “scendono” i petali tricolore che fuoriescono dal leone di Palazzo Nicolaci, uno dei gioielli barocchi più importanti di Noto. Il manifesto è stato ideato dai designer Giuseppe e Federica Savarino, i quali hanno colto al volo il messaggio che l’amministrazione comunale vuole lanciare attraverso la prossima Infiorata. “L’Infiorata di via Nicolaci – spiega il sindaco Bonfanti – è espressione di bellezza ormai riconosciuta di Noto e della Sicilia nel Mondo. Con la nuova edizione ci piace immaginare che possa offrire un contributo per riportare a casa la sicilianità presente nel Mondo”.

“Quest’anno – aggiunge il vicesindaco Terranova – abbiamo scelto un tema che non è solo celebrazione della memoria, ma che esalta anche la capacità dei siciliani d’inserirsi in nuovi contesti. Dunque, non solo un sguardo al passato, ma anche alle nuove eccellenze che hanno saputo ritagliarsi uno spazio lontano da casa. Porteremo a New York una tradizione, come quella dell’Infiorata, ormai fortemente identitaria non solo per la nostra città, ma per un intero territorio che ha tanto da raccontare”.

L’edizione di quest’anno sarà presentata al Consolato d’Italia della Grande Mela ed è dedicata alle storie dei siciliani andati in America in cerca di fortuna

di Marco Russo

I sogni e le storie dei siciliani sbarcati in America saranno al centro della 40esima edizione dell’Infiorata di Noto, che, come ogni anno, si prepara a salutare la primavera con il colorato tappeto di fiori in via Nicolaci. Un tema quanto mai attuale quello dell’emigrazione, fenomeno che tra ‘800 e ‘900 ha visto protagonisti milioni italiani, in cerca di fortuna oltre l’Oceano.

Uno dei balconi di Palazzo Nicolaci

La macchina organizzativa è già al lavoro da mesi per l’appuntamento in programma dal 17 al 19 maggio, ma adesso l’evento, inserito anche nel calendario degli appuntamenti promossi dalla Regione Siciliana, si prepara a sbarcare negli Stati Uniti. Il 4 aprile, infatti, la nuova edizione dell’Infiorata sarà presentata al Consolato generale d’Italia a New York. Dopo l’edizione 2017 dedicata al Principato di Monaco e quella 2018 alla Cina, l’edizione di quest’anno, dunque, racconterà memorie individuali e di comunità, storie normali ed eccezionali, passato e avanguardia dell’essere siciliani in America. Così, i bozzetti realizzati dai maestri infioratori netini, le mostre allestite, i workshop organizzati e gli spettacoli in programma saranno ispirati ai siciliani che hanno iniziato una nuova vita tra Canada e Stati Uniti.

All’incontro di New York, oltre al sindaco di Noto, Corrado Bonfanti, il vicesindaco e assessore alla Cultura, Frankie Terranova, e l’assessore al Turismo, Giusi Solerte, parteciperanno i rappresentanti di diverse comunità di siciliani residenti negli Stati Uniti, invitati dal Consolato d’Italia e le eccellenze che hanno saputo raccontare la Sicilia in America. Per l’occasione, inoltre, saranno illustrati i bozzetti realizzati per la nuova edizione dell’Infiorata di via Nicolaci.

Frankie Terranova, Corrado Bonfanti e Giusi Solerte

Intanto, è stato presentato da poco il progetto grafico scelto dall’amministrazione per la prossima edizione dell’evento, che ha come titolo “Vieni ca ti cuntu. Storie di siciliani in America”. Il manifesto ritrae un francobollo con il blu dell’Oceano Atlantico e la Statua della Libertà su cui “scendono” i petali tricolore che fuoriescono dal leone di Palazzo Nicolaci, uno dei gioielli barocchi più importanti di Noto. Il manifesto è stato ideato dai designer Giuseppe e Federica Savarino, i quali hanno colto al volo il messaggio che l’amministrazione comunale vuole lanciare attraverso la prossima Infiorata. “L’Infiorata di via Nicolaci – spiega il sindaco Bonfanti – è espressione di bellezza ormai riconosciuta di Noto e della Sicilia nel Mondo. Con la nuova edizione ci piace immaginare che possa offrire un contributo per riportare a casa la sicilianità presente nel Mondo”.

“Quest’anno – aggiunge il vicesindaco Terranova – abbiamo scelto un tema che non è solo celebrazione della memoria, ma che esalta anche la capacità dei siciliani d’inserirsi in nuovi contesti. Dunque, non solo un sguardo al passato, ma anche alle nuove eccellenze che hanno saputo ritagliarsi uno spazio lontano da casa. Porteremo a New York una tradizione, come quella dell’Infiorata, ormai fortemente identitaria non solo per la nostra città, ma per un intero territorio che ha tanto da raccontare”.

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La storia del tenente Onorato rivive con la realtà virtuale

Il film “L’ultima Casetta Rossa”, realizzato da Laura Schimmenti, va visto attraverso speciali visori che danno allo spettatore la sensazione di trovarsi all’interno della pellicola

di Redazione

Una storia d’amore e attesa sullo sfondo della Seconda guerra mondiale. È il racconto del film “L’ultima Casetta Rossa”, realizzato da Laura Schimmenti e dedicato al nonno, il tenente della divisione Acqui, Carmelo Onorato, medaglia d’oro al valor militare, fucilato a Cefalonia il 24 settembre 1943. Il film, presentato questa mattina nello spazio Cre.Zi Plus ai Cantieri Culturali della Zisa, è interamente girato con la tecnica della realtà immersiva a 360 gradi e va visto attraverso speciali visori che danno allo spettatore la sensazione di trovarsi all’interno dell’opera.

Una scena del film

Il progetto prende spunto dal ritrovamento familiare dei diari e degli album fotografici, relativi agli anni di permanenza in Grecia di Carmelo Onorato. Lo stile letterario e poetico dei suoi scritti, evoca la storia di quei drammatici giorni e aiuta a ricostruire la vita dei soldati italiani nelle isole greche del Peloponneso dal 1940 al 1943. È la storia di un giovane ufficiale siciliano che si trova al fronte a Cefalonia, in Grecia, l’8 settembre 1943, nel momento in cui l’Italia firma l’armistizio e i soldati italiani della Divisione Acqui decidono di resistere all’ex alleato tedesco. Netty Bravo, la giovane moglie di Carmelo, rimasta a Palermo con la piccola Ina, aspetta la fine della guerra per rivedere il marito. Carmelo va incontro al suo tragico destino mentre Netty, con accorate lettere, cerca disperatamente notizie sulla sua sorte. Saranno, poi, i commilitoni di Carmelo, i sopravvissuti di Cefalonia, a raccontare, attraverso intense e struggenti lettere, i suoi ultimi giorni di vita.

Una scena del film

Il film, presentato al 21esimo Thessaloniki Documentary Festival in concorso nella sezione Virtual Reality, è prodotto da Playmaker ed è stato realizzato con il sostegno finanziario della Sicilia Film Commission della Regione Siciliana, nell’ambito del programma Sensi Contemporanei e con il patrocinio gratuito del Comune di Palermo. In scena un cast di attori siciliani: Claudio Collovà, Simona Malato, Marika Pugliatti, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, Paolo La Bruna, Sandro Dieli e Giuseppe Massa. “L’Ultima Casetta Rossa” è stato interamente girato in Sicilia, con riprese al Cretto di Burri a Gibellina, Poggioreale, Montecofano, Borgo Schirò, e gli interni ai Cantieri culturali alla Zisa. Al Cre.Zi Plus, inoltre, sarà fruibile al pubblico anche un’installazione allestita in uno spazio fisico a 360 gradi, all’interno del quale si potranno ascoltare estratti audio del film e visionare le foto scattate da Carmelo Onorato durante la permanenza in Grecia.

All’interno del Cre.Zi Plus, inoltre, sarà fruibile al pubblico anche un’installazione allestita in uno spazio fisico a 360 gradi, all’interno del quale si potranno ascoltare estratti audio del film e visionare le foto scattate da Carmelo Onorato durante la permanenza in Grecia.

Giovedì 21, venerdì 22 e sabato 23 marzo in orario pomeridiano (proiezioni con prenotazione alle 16, 17 e 18) sarà possibile vedere il film all’interno della prima Virtual Room cittadina appositamente allestita presso Cre.zi. Plus. La prenotazione, obbligatoria per riservare i visori Vr, si può effettuare mandando una email con il proprio nominativo e l’orario di interesse all’indirizzo: 360playmaker@gmail.com.

Il film “L’ultima Casetta Rossa”, realizzato da Laura Schimmenti, va visto attraverso speciali visori che danno allo spettatore la sensazione di trovarsi all’interno della pellicola

di Redazione

Una storia d’amore e attesa sullo sfondo della Seconda guerra mondiale. È il racconto del film “L’ultima Casetta Rossa”, realizzato da Laura Schimmenti e dedicato al nonno, il tenente della divisione Acqui, Carmelo Onorato, medaglia d’oro al valor militare, fucilato a Cefalonia il 24 settembre 1943. Il film, presentato questa mattina nello spazio Cre.Zi Plus ai Cantieri Culturali della Zisa, è interamente girato con la tecnica della realtà immersiva a 360 gradi e va visto attraverso speciali visori che danno allo spettatore la sensazione di trovarsi all’interno dell’opera.

Una scena del film

Il progetto prende spunto dal ritrovamento familiare dei diari e degli album fotografici, relativi agli anni di permanenza in Grecia di Carmelo Onorato. Lo stile letterario e poetico dei suoi scritti, evoca la storia di quei drammatici giorni e aiuta a ricostruire la vita dei soldati italiani nelle isole greche del Peloponneso dal 1940 al 1943. È la storia di un giovane ufficiale siciliano che si trova al fronte a Cefalonia, in Grecia, l’8 settembre 1943, nel momento in cui l’Italia firma l’armistizio e i soldati italiani della Divisione Acqui decidono di resistere all’ex alleato tedesco. Netty Bravo, la giovane moglie di Carmelo, rimasta a Palermo con la piccola Ina, aspetta la fine della guerra per rivedere il marito. Carmelo va incontro al suo tragico destino mentre Netty, con accorate lettere, cerca disperatamente notizie sulla sua sorte. Saranno, poi, i commilitoni di Carmelo, i sopravvissuti di Cefalonia, a raccontare, attraverso intense e struggenti lettere, i suoi ultimi giorni di vita.

Una scena del film

Il film, presentato al 21esimo Thessaloniki Documentary Festival in concorso nella sezione Virtual Reality, è prodotto da Playmaker ed è stato realizzato con il sostegno finanziario della Sicilia Film Commission della Regione Siciliana, nell’ambito del programma Sensi Contemporanei e con il patrocinio gratuito del Comune di Palermo. In scena un cast di attori siciliani: Claudio Collovà, Simona Malato, Marika Pugliatti, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, Paolo La Bruna, Sandro Dieli e Giuseppe Massa. “L’Ultima Casetta Rossa” è stato interamente girato in Sicilia, con riprese al Cretto di Burri a Gibellina, Poggioreale, Montecofano, Borgo Schirò, e gli interni ai Cantieri culturali alla Zisa. Al Cre.Zi Plus, inoltre, sarà fruibile al pubblico anche un’installazione allestita in uno spazio fisico a 360 gradi, all’interno del quale si potranno ascoltare estratti audio del film e visionare le foto scattate da Carmelo Onorato durante la permanenza in Grecia.

All’interno del Cre.Zi Plus, inoltre, sarà fruibile al pubblico anche un’installazione allestita in uno spazio fisico a 360 gradi, all’interno del quale si potranno ascoltare estratti audio del film e visionare le foto scattate da Carmelo Onorato durante la permanenza in Grecia.

Giovedì 21, venerdì 22 e sabato 23 marzo in orario pomeridiano (proiezioni con prenotazione alle 16, 17 e 18) sarà possibile vedere il film all’interno della prima Virtual Room cittadina appositamente allestita presso Cre.zi. Plus. La prenotazione, obbligatoria per riservare i visori Vr, si può effettuare mandando una email con il proprio nominativo e l’orario di interesse all’indirizzo: 360playmaker@gmail.com.

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Nuovo restauro in vista al Chiostro di Monreale

Dopo un primo intervento sulle colonne, la Soprintendenza si prepara a completare i lavori con una revisione più radicale che mancava da tempo

di Giulio Giallombardo

È nella top ten dei siti più visitati in Sicilia. Con le sue 228 colonnine intarsiate da mosaici, i capitelli istoriati con scene bibliche, il maestoso rigore dello spazio, scandito da un susseguirsi di archi ogivali, il Chiostro dei Benedettini di Monreale si prepara adesso a un nuovo intervento di restauro per preservare tutta la sua bellezza. La Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo sta ultimando la gara d’appalto per l’affidamento dei lavori, che ammontano a 175mila euro, finanziati dal Dipartimento regionale del Beni culturali. L’anno scorso si era già concluso un primo intervento per la messa in sicurezza dei capitelli, cercando allo stesso tempo di fermare il processo di deterioramento del marmo e della pietra calcarea. Ma questa volta la Soprintendenza vuole avviare un restauro più radicale, che coinvolga tutto il chiostro, individuando anche le non poche criticità nascoste, che possono rivelarsi più insidiose.

Le colonne del chiostro

“Siamo davanti a un monumento di vitale importanza che non può essere trascurato – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . La situazione generale del chiostro non è buona, ci sono archi puntellati da molti anni, con pontelli in legno, incavallature sul tetto, macchie di umidità che avevamo già constatato, per cui tutto il chiostro doveva essere revisionato. C’è un problema di carattere generale di verifica e revisione delle coperture, interverremo in modo da poter creare delle strutture che siano adeguate da un punto di vista antisismico e soprattutto per rimuovere questi puntellamenti lungo le corsie. Non si può intervenire di volta in volta solo tamponando una situazione con urgenza, un lavoro più generale non si fa da alcuni decenni, quindi è necessaria adesso una revisione per individuare problemi che possono essere nascosti in ogni punto”.

I lavori prevedono, dunque, controlli al manto di copertura del chiostro per migliorare la struttura architettonica, rimuovendo in alcuni casi le incavallature metalliche non belle a vedersi e apportando adeguamenti antisismici. Ma, assicurano dalla Soprintendenza, durante i lavori, il chiostro non chiuderà: “Si procederà a tratti, per campate, mantenendo la possibilità di fruire del monumento – aggiunge Lina Bellanca – , ma nello stesso tempo potremo fare un controllo di carattere generale dello stato di conservazione, migliorando le condizioni statiche della struttura”.

Duomo e chiostro di Monreale

Il Chiostro annesso all’abbazia benedettina di Santa Maria la Nuova, adiacente al Duomo, fa parte del complesso monumentale che dal 2015 è stato inserito dall’Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell’umanità. Realizzato alla fine del XII secolo, è un vero e proprio capolavoro dell’arte normanna e sembra evocare i cortili porticati delle dimore signorili islamiche, più vicino all’Alhambra di Granada, che a un chiostro benedettino. È uno dei monumenti più visitati in Sicilia, con numeri in crescita anno dopo anno, e adesso si prepara a una nuova primavera.

Dopo un primo intervento sulle colonne, la Soprintendenza si prepara a completare i lavori con una revisione più radicale che mancava da tempo

di Giulio Giallombardo

È nella top ten dei siti più visitati in Sicilia. Con le sue 228 colonnine intarsiate da mosaici, i capitelli istoriati con scene bibliche, il maestoso rigore dello spazio, scandito da un susseguirsi di archi ogivali, il Chiostro dei Benedettini di Monreale si prepara adesso a un nuovo intervento di restauro per preservare tutta la sua bellezza. La Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo sta ultimando la gara d’appalto per l’affidamento dei lavori, che ammontano a 175mila euro, finanziati dal Dipartimento regionale del Beni culturali. L’anno scorso si era già concluso un primo intervento per la messa in sicurezza dei capitelli, cercando allo stesso tempo di fermare il processo di deterioramento del marmo e della pietra calcarea. Ma questa volta la Soprintendenza vuole avviare un restauro più radicale, che coinvolga tutto il chiostro, individuando anche le non poche criticità nascoste, che possono rivelarsi più insidiose.

Le colonne del chiostro

“Siamo davanti a un monumento di vitale importanza che non può essere trascurato – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . La situazione generale del chiostro non è buona, ci sono archi puntellati da molti anni, con pontelli in legno, incavallature sul tetto, macchie di umidità che avevamo già constatato, per cui tutto il chiostro doveva essere revisionato. C’è un problema di carattere generale di verifica e revisione delle coperture, interverremo in modo da poter creare delle strutture che siano adeguate da un punto di vista antisismico e soprattutto per rimuovere questi puntellamenti lungo le corsie. Non si può intervenire di volta in volta solo tamponando una situazione con urgenza, un lavoro più generale non si fa da alcuni decenni, quindi è necessaria adesso una revisione per individuare problemi che possono essere nascosti in ogni punto”.

Duomo e chiostro di Monreale

I lavori prevedono, dunque, controlli al manto di copertura del chiostro per migliorare la struttura architettonica, rimuovendo in alcuni casi le incavallature metalliche non belle a vedersi e apportando adeguamenti antisismici. Ma, assicurano dalla Soprintendenza, durante i lavori, il chiostro non chiuderà: “Si procederà a tratti, per campate, mantenendo la possibilità di fruire del monumento – aggiunge Lina Bellanca – , ma nello stesso tempo potremo fare un controllo di carattere generale dello stato di conservazione, migliorando le condizioni statiche della struttura”.

Il Chiostro annesso all’abbazia benedettina di Santa Maria la Nuova, adiacente al Duomo, fa parte del complesso monumentale che dal 2015 è stato inserito dall’Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell’umanità. Realizzato alla fine del XII secolo, è un vero e proprio capolavoro dell’arte normanna e sembra evocare i cortili porticati delle dimore signorili islamiche, più vicino all’Alhambra di Granada, che a un chiostro benedettino. È uno dei monumenti più visitati in Sicilia, con numeri in crescita anno dopo anno, e adesso si prepara a una nuova primavera.

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L’eterno ritorno degli argenti di Morgantina

Il tesoro è pronto a rientrare in Italia. Sarà in mostra prima al Quirinale per poi approdare nuovamente nel museo di Aidone, dove resterà per altri quattro anni

di Giulio Giallombardo

New York, Roma, Aidone. Queste le tappe del prossimo viaggio degli argenti di Morgantina, che stanno per rientrare di nuovo a casa. I sedici pezzi pregiati del tesoro di Eupolemo, che insieme alla statua della Dea sono il fiore all’occhiello dell’offerta archeologica del museo di Aidone, dopo quattro anni di permanenza, sono in procinto di lasciare nuovamente il Metropolitan museum of art di New York, per far ritorno in Patria. Prima tappa a maggio sarà il Quirinale, all’interno di una mostra del Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, che ha contribuito all’identificazione del prezioso “servizio di argenteria” ellenistico, trafugato dai tombaroli a Morgantina e poi rivenduto, attraverso rocambolesche vicissitudini, al Met di New York.

Una coppa d’argento

Dopo la tappa romana, il tesoro tornerà finalmente in Sicilia, nel museo di Aidone, intorno alla metà di luglio per restarci almeno per altri quattro anni, come previsto dagli accordi firmati nel 2007 dal ministero dei Beni culturali, guidato allora da Rocco Buttiglione, e dal Met. Una convenzione in un primo momento disattesa dalla Regione, che nel 2013 aveva inserito gli argenti tra i beni culturali “inamovibili”, con un decreto firmato dall’ex assessore Mariarita Sgarlata, ma poi rispettata tra non pochi mugugni, dopo l’insistenza dell’allora direttore del Metropolitan, Thomas Campbell, e dello stesso ministero. Così adesso gli argenti sono costretti a viaggiare tra America e Europa ogni quattro anni per quarant’anni, e nel periodo in cui i reperti sono in Sicilia, l’assessorato regionale ai Beni culturali è obbligato a organizzare una mostra negli Stati Uniti.

Il museo di Aidone

Così adesso tocca ancora all’Italia, con la speranza che nel 2023 il tesoro di vasi e coppe destinati ai riti sacri, non venga nuovamente impacchettato e rispedito negli Usa. “Noi faremo il possibile affinché gli argenti rimangano per sempre nel museo di Aidone – ha detto a Le Vie dei Tesori News il sindaco della cittadina ennese, Enzo Lacchiana – ma abbiamo bisogno che il governo nazionale stia dalla nostra parte, per far sì che questa convenzione che attualmente ci penalizza possa essere cambiata. Pochi giorni prima del tragico incidente aereo – ha aggiunto il sindaco – l’assessore Sebastiano Tusa mi aveva chiesto se avessi voluto gli argenti ad Aidone prima della mostra al Quirinale. Una proposta che denota sensibilità, ma credo sia meglio evitare troppi spostamenti e saremo pronti a riabbracciare il nostro tesoro a luglio, con tutti gli onori che questi reperti meritano”.

Quella degli argenti di Morgantina è una storia lunga. Trafugati agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, i sedici pezzi del corredo di Eupolemo, probabilmente l’ultimo proprietario, che le fonti citano essere un abitante del luogo, furono venduti nel 1984 per 2 milioni e 700mila dollari al Met di New York dal trafficante d’arte Robert Hecht, che a sua volta li aveva comprati tramite un intermediario svizzero, dai tombaroli siciliani per oltre 100 milioni di lire. Dopo le segnalazioni da parte di due archeologi, Pier Giovanni Guzzo e Malcolm Bell III, che sospettavano una possibile provenienza dei reperti del Met da Morgantina, il Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri iniziò le indagini e la Soprintendenza di Enna avviò una campagna di scavi nella zona di Morgantina maggiormente saccheggiata dagli scavi clandestini.

Coppa con mestolo

Così, l’archeologo Malcom Bell III, direttore della missione archeologica americana di Morgantina, riuscì ad identificare in una lussuosa casa ellenistica il luogo in cui erano stati nascosti gli argenti prima della conquista romana della città nel 211 avanti Cristo. Nella fossa dove era stato occultato il tesoro fu trovata una moneta in bronzo datata tra il 216 ed il 212, contemporanea quindi agli argenti, ma si trovò anche una moneta di 100 lire del 1978, che indica invece l’anno dopo il quale i tombaroli avevano scavato. Dunque, la svolta nelle indagini e, nel dicembre del 2010, l’atteso rientro in Sicilia, nel museo di Aidone, per poi ripartire nuovamente, nel 2015, alla volta di New York, tra mille polemiche. Adesso si prepara un nuovo ritorno, ma purtroppo potrebbe non essere l’ultimo.

Il tesoro è pronto a rientrare in Italia. Sarà in mostra prima al Quirinale per poi approdare nuovamente nel museo di Aidone, dove resterà per altri quattro anni

di Giulio Giallombardo

New York, Roma, Aidone. Queste le tappe del prossimo viaggio degli argenti di Morgantina, che stanno per rientrare di nuovo a casa. I sedici pezzi pregiati del tesoro di Eupolemo, che insieme alla statua della Dea sono il fiore all’occhiello dell’offerta archeologica del museo di Aidone, dopo quattro anni di permanenza, sono in procinto di lasciare nuovamente il Metropolitan museum of art di New York, per far ritorno in Patria. Prima tappa a maggio sarà il Quirinale, all’interno di una mostra del Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, che ha contribuito all’identificazione del prezioso “servizio di argenteria” ellenistico, trafugato dai tombaroli a Morgantina e poi rivenduto, attraverso rocambolesche vicissitudini, al Met di New York.

Una coppa d’argento

Dopo la tappa romana, il tesoro tornerà finalmente in Sicilia, nel museo di Aidone, intorno alla metà di luglio per restarci almeno per altri quattro anni, come previsto dagli accordi firmati nel 2007 dal ministero dei Beni culturali, guidato allora da Rocco Buttiglione, e dal Met. Una convenzione in un primo momento disattesa dalla Regione, che nel 2013 aveva inserito gli argenti tra i beni culturali “inamovibili”, con un decreto firmato dall’ex assessore Mariarita Sgarlata, ma poi rispettata tra non pochi mugugni, dopo l’insistenza dell’allora direttore del Metropolitan, Thomas Campbell, e dello stesso ministero. Così adesso gli argenti sono costretti a viaggiare tra America e Europa ogni quattro anni per quarant’anni, e nel periodo in cui i reperti sono in Sicilia, l’assessorato regionale ai Beni culturali è obbligato a organizzare una mostra negli Stati Uniti.

Il museo di Aidone

Così adesso tocca ancora all’Italia, con la speranza che nel 2023 il tesoro di vasi e coppe destinati ai riti sacri, non venga nuovamente impacchettato e rispedito negli Usa. “Noi faremo il possibile affinché gli argenti rimangano per sempre nel museo di Aidone – ha detto a Le Vie dei Tesori News il sindaco della cittadina ennese, Enzo Lacchiana – ma abbiamo bisogno che il governo nazionale stia dalla nostra parte, per far sì che questa convenzione che attualmente ci penalizza possa essere cambiata. Pochi giorni prima del tragico incidente aereo – ha aggiunto il sindaco – l’assessore Sebastiano Tusa mi aveva chiesto se avessi voluto gli argenti ad Aidone prima della mostra al Quirinale. Una proposta che denota sensibilità, ma credo sia meglio evitare troppi spostamenti e saremo pronti a riabbracciare il nostro tesoro a luglio, con tutti gli onori che questi reperti meritano”.

Coppa con mestolo

Quella degli argenti di Morgantina è una storia lunga. Trafugati agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, i sedici pezzi del corredo di Eupolemo, probabilmente l’ultimo proprietario, che le fonti citano essere un abitante del luogo, furono venduti nel 1984 per 2 milioni e 700mila dollari al Met di New York dal trafficante d’arte Robert Hecht, che a sua volta li aveva comprati tramite un intermediario svizzero, dai tombaroli siciliani per oltre 100 milioni di lire. Dopo le segnalazioni da parte di due archeologi, Pier Giovanni Guzzo e Malcolm Bell III, che sospettavano una possibile provenienza dei reperti del Met da Morgantina, il Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri iniziò le indagini e la Soprintendenza di Enna avviò una campagna di scavi nella zona di Morgantina maggiormente saccheggiata dagli scavi clandestini.

Così, l’archeologo Malcom Bell III, direttore della missione archeologica americana di Morgantina, riuscì ad identificare in una lussuosa casa ellenistica il luogo in cui erano stati nascosti gli argenti prima della conquista romana della città nel 211 avanti Cristo. Nella fossa dove era stato occultato il tesoro fu trovata una moneta in bronzo datata tra il 216 ed il 212, contemporanea quindi agli argenti, ma si trovò anche una moneta di 100 lire del 1978, che indica invece l’anno dopo il quale i tombaroli avevano scavato. Dunque, la svolta nelle indagini e, nel dicembre del 2010, l’atteso rientro in Sicilia, nel museo di Aidone, per poi ripartire nuovamente, nel 2015, alla volta di New York, tra mille polemiche. Adesso si prepara un nuovo ritorno, ma purtroppo potrebbe non essere l’ultimo.

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Arte al femminile in mostra a Palazzo Ziino

Rita Casdia, Mirela Morreale, Francesca Polizzi e Linda Randazzo, giovani artiste che si sono formate all’Accademia di Belle Arti di Palermo, esporranno le loro opere

di Redazione

Quando la narrativa incontra la pittura. Una riflessione tratta dalle pagine della scrittrice inglese di metà Ottocento Emily Brontë presa a prestito per rintracciare quel filo emotivo, esistenziale ed estetico che attraversa e congiunge il lavoro di quattro artiste. Giovani donne di età differenti che si sono formate all’Accademia di Belle Arti di Palermo e che da giovedì 21 marzo (inaugurazione alle 17.30) esporranno sino al 17 maggio a Palazzo Ziino. Sono Rita Casdia, Mirela Morreale, Francesca Polizzi e Linda Randazzo.

Mirela Morreale, Surgery

“Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non potere vivere senza” è il titolo della mostra curata da Alessandro Bazan e Gianna Di Piazza. Stimolando un confronto sui complessi risvolti del desiderio e dell’inquietudine, le opere delle quattro artiste restituiscono uno spaccato generazionale femminile volto ad indagare una profondità condivisa di territori carnali, viscerali, onirici, entro cui la riflessione sull’arte assume la struggente forza di una sfida irresistibile.

Rita Casdia, Skin Life

Costruito su una polifonia di linguaggi, il progetto si struttura intorno ad elementi narrativi tesi ad esplorare la radice dell’essere e la sua trasformazione nell’indicibile, invitandoci ad accogliere con empatia il sentire di quel desiderio che è schiavo della sua stessa irrequietudine. Il progetto espositivo è il nono appuntamento del programma triennale “Visual Startup – Progetti del contemporaneo / Contemporary Projects”, il programma di direzione artistica di Palazzo Ziino che il Comune di Palermo ha affidato all’Accademia di Belle Arti per promuovere la scena artistica giovanile con l’idea di trasformare uno dei più importanti spazi espositivi cittadini in un luogo di sperimentazione dedicato alle arti contemporanee a partire dalla vitalità ideativa e dall’energia progettuale dei più giovani.

Ingresso gratuito dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 18.30.

Rita Casdia, Mirela Morreale, Francesca Polizzi e Linda Randazzo, giovani artiste che si sono formate all’Accademia di Belle Arti di Palermo, esporranno le loro opere

di Redazione

Quando la narrativa incontra la pittura. Una riflessione tratta dalle pagine della scrittrice inglese di metà Ottocento Emily Brontë presa a prestito per rintracciare quel filo emotivo, esistenziale ed estetico che attraversa e congiunge il lavoro di quattro artiste. Giovani donne di età differenti che si sono formate all’Accademia di Belle Arti di Palermo e che da giovedì 21 marzo (inaugurazione alle 17.30) esporranno sino al 17 maggio a Palazzo Ziino. Sono Rita Casdia, Mirela Morreale, Francesca Polizzi e Linda Randazzo.

Mirela Morreale, Surgery

“Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non potere vivere senza” è il titolo della mostra curata da Alessandro Bazan e Gianna Di Piazza. Stimolando un confronto sui complessi risvolti del desiderio e dell’inquietudine, le opere delle quattro artiste restituiscono uno spaccato generazionale femminile volto ad indagare una profondità condivisa di territori carnali, viscerali, onirici, entro cui la riflessione sull’arte assume la struggente forza di una sfida irresistibile.

Rita Casdia, Skin Life

Costruito su una polifonia di linguaggi, il progetto si struttura intorno ad elementi narrativi tesi ad esplorare la radice dell’essere e la sua trasformazione nell’indicibile, invitandoci ad accogliere con empatia il sentire di quel desiderio che è schiavo della sua stessa irrequietudine. Il progetto espositivo è il nono appuntamento del programma triennale “Visual Startup – Progetti del contemporaneo / Contemporary Projects”, il programma di direzione artistica di Palazzo Ziino che il Comune di Palermo ha affidato all’Accademia di Belle Arti per promuovere la scena artistica giovanile con l’idea di trasformare uno dei più importanti spazi espositivi cittadini in un luogo di sperimentazione dedicato alle arti contemporanee a partire dalla vitalità ideativa e dall’energia progettuale dei più giovani.

Ingresso gratuito dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 18.30.

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Le Vie dei Tesori salvano due corali del ‘500

Si è concluso il contest del festival per scegliere uno fra quattro beni trapanesi bisognosi di un restauro. Vincono le antiche pergamene custodite nella Biblioteca Fardelliana

di Marco Russo

Sono i due preziosi corali manoscritti del ‘500, custoditi nella Biblioteca Fardelliana di Trapani, ad aver vinto il contest del festival Le Vie dei Tesori. Si è chiuso il sondaggio online per scegliere uno fra quattro beni trapanesi, bisognosi di un restauro. Dopo il contest di Palermo, dove è stato restaurato un salottino che fa bella mostra di sé a Palazzo Mirto e la seduta dei banchi dell’Oratorio delle Dame, quest’anno protagonista è stata la Città falcata, in cui per la prima volta, l’anno scorso, il festival è approdato con successo, anche grazie alla preziosa collaborazione dell’associazione Agorà.

Corali manoscritti

Dopo un lungo testa a testa, alla fine i trapanesi hanno scelto di restaurare due corali manoscritti per le liturgie religiose in pergamena rivestite di pelle, che si trovano alla Biblioteca Fardelliana (che è titolare del bene) e provengono dalla chiesa di San Domenico. Le antiche pergamene, realizzate nel XVI secolo, presentano delle alterazioni alla colorazione originale e uno stato di degrado piuttosto evidente. In alcuni casi mancano lembi di pagine. Anche le rilegature in legno e pelle sono fatiscenti e mancanti del dorso. L’intervento riguarderà sia la rilegatura, sia le pagine interne, in modo da bloccare l’avanzamento del degrado.

I corali hanno vinto con il 32 per cento delle preferenze, scavalcando le altre tre opere in gara. Al secondo posto, con il 30 per cento, è arrivata la struttura decorativa del Crocifisso ligneo dell’abside collocato nella Cappella della Mortificazione. Di poco staccato, sul gradino più basso del podio, invece, il Coro delle Domenicane di Santa Caterina da Siena, che si trova nella chiesa di Santa Maria del Soccorso, detta Badia Nuova, che ha raccolto il 27 per cento delle preferenze. Chiude la classifica, al quarto posto, con l’11 per cento, la scala a chiocciola di accesso alla torretta di Palazzo Riccio di San Gioacchino.

I manoscritti e i corali della Biblioteca Fardelliana sono complessivamente 446. La maggior parte di questi proviene dalle disciolte corporazioni religiose, alcuni facevano invece parte della libreria del generale Giovan Battista Fardella, primo nucleo della biblioteca.

Si è concluso il contest del festival per scegliere uno fra quattro beni trapanesi bisognosi di un restauro. Vincono le antiche pergamente custodite nella Biblioteca Fardelliana

di Marco Russo

Sono i due preziosi corali manoscritti del ‘500, custoditi nella Biblioteca Fardelliana di Trapani, ad aver vinto il contest del festival Le Vie dei Tesori. Si è chiuso il sondaggio online per scegliere uno fra quattro beni trapanesi, bisognosi di un restauro. Dopo il contest di Palermo, dove è stato restaurato un salottino che fa bella mostra di sé a Palazzo Mirto e la seduta dei banchi dell’Oratorio delle Dame, quest’anno protagonista è stata la Città falcata, in cui per la prima volta, l’anno scorso, il festival è approdato con successo, anche grazie alla preziosa collaborazione dell’associazione Agorà.

Corali manoscritti

Dopo un lungo testa a testa, alla fine i trapanesi hanno scelto di restaurare due corali manoscritti per le liturgie religiose in pergamena rivestite di pelle, che si trovano alla Biblioteca Fardelliana (che è titolare del bene) e provengono dalla chiesa di San Domenico. Le antiche pergamene, realizzate nel XVI secolo, presentano delle alterazioni alla colorazione originale e uno stato di degrado piuttosto evidente. In alcuni casi mancano lembi di pagine. Anche le rilegature in legno e pelle sono fatiscenti e mancanti del dorso. L’intervento riguarderà sia la rilegatura, sia le pagine interne, in modo da bloccare l’avanzamento del degrado.

I corali hanno vinto con il 32 per cento delle preferenze, scavalcando le altre tre opere in gara. Al secondo posto, con il 30 per cento, è arrivata la struttura decorativa del Crocifisso ligneo dell’abside collocato nella Cappella della Mortificazione. Di poco staccato, sul gradino più basso del podio, invece, il Coro delle Domenicane di Santa Caterina da Siena, che si trova nella chiesa di Santa Maria del Soccorso, detta Badia Nuova, che ha raccolto il 27 per cento delle preferenze. Chiude la classifica, al quarto posto, con l’11 per cento, la scala a chiocciola di accesso alla torretta di Palazzo Riccio di San Gioacchino.

I manoscritti e i corali della Biblioteca Fardelliana sono complessivamente 446. La maggior parte di questi proviene dalle disciolte corporazioni religiose, alcuni facevano invece parte della libreria del generale Giovan Battista Fardella, primo nucleo della biblioteca.

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Palazzo Butera, viaggio nella “reggia” che diverrà museo

Costruito nel 1692, da semplice casina fu progressivamente trasformato in uno degli edifici monumentali più importanti della città

di Emanuele Drago*

Se c’è a Palermo un palazzo che meglio rappresenta la temperie della città settecentesca, questo è certamente Palazzo Butera. Edificato nel 1692 su un’area in cui si sorgevano una serie di edifici, da semplice casina fu progressivamente trasformato in una sorta di “reggia” cittadina, la cui facciata monumentale si stagliava – fatto assolutamente inedito per la città – sul fronte a mare. Commissionata dal duca Branciforti Girolamo Martini al grande architetto del Barocco palermitano, Giacomo Amato, nel corso degli anni subì varie trasformazioni, complice anche un un drammatico incendio.

Soffitto affrescato

Il momento di massimo splendore del palazzo fu raggiunto nell’ultimo trentennio del Settecento, con il figlio del principe di Butera, quell’Ercole Michele Branciforti e Pignatelli, principe di Pietraperzia, che fu protagonista della vita politica e culturale del tempo. Tra le tante iniziative culturali promosse dal buon Ercole, si ricorda la partenza nel 1784 di una mongolfiera dalle terrazze del Palazzo, esattamente un anno dopo il primo volo pubblico che i fratelli Montgolfier fecero compiere al loro aerostato ad Annonay. In quegli anni Ercole Branciforte, oltre ad ereditare il titolo di principe di Butera, accolse nel suo palazzo uomini di cultura e viaggiatori quali Dominique-Vivant Denon, Jean-Pierre Houel e Friedrich Münter. Grazie ad ulteriori imparentamenti, prima con i Lanza e poi con i Florio, il prestigio di questa antica casata di origine normanna si accrebbe ulteriormente, tant’è che non vi fu sovrano o illustre personalità in visita a Palermo che non facesse visita al palazzo e non si affacciasse dalla sontuosa terrazza che dava sul mare.

Gli anni passarono e dopo alterne vicende, esattamente nel 1982, gli ultimi proprietari ripresero in gestione il palazzo, che venne utilizzato come sede di fiere d’antiquariato, convegni, concerti e ricevimenti. E questo fino al 2016, ovvero fino al giorno in cui la piccola “reggia” di Palermo è entrata a far parte delle mire dell’imprenditore e collezionista lombardo Massimo Valsecchi, il quale, insieme alla moglie Francesca, l’ha acquistato per dodici milioni di euro (si disse con proventi ricavati dalla vendita di un solo Richter) col preciso scopo di trasformarlo in polo museale dentro cui verrà esposta la sua importante collezione d’arte.

Sala neogotica

Eppure, prima ancora di farsi abbagliare da questo progetto, Valsecchi sembra avrebbe voluto donare parte della sua collezione al Getty Museum di Los Angeles. Poi però vi fu l’incontro con Palermo e il palazzo Butera, e nacque così l’idea di realizzarvi un grande polo museale dove esporre la propria personale raccolta. La collezione avrà come obiettivo quello di mettere insieme, in una specie di esperimento inedito, i vertici della produzione artistica di diverse epoche storiche e di varie culture. Si tratterà di una collezione di grande livello – non a caso una prestigiosa rivista internazionale, prima che fosse destinata a Palermo, la definì come la grande collezione privata che Londra avrebbe dovuto conoscere – in cui, in mezzo a notevoli artisti come Annibale Carracci, Andy Warhol, Gerhard Richter e Gilbert & George, si aggiungeranno anche numerosi reperti di arte antica e maioliche.

Ora, in attesa di poterla finalmente apprezzare dal vivo, non resta che godere del magnifico palazzo. Si tratta di ben settemila metri quadrati affacciati sul Foro Italico e i cui luoghi sono così distinti: un piano dedicato alle mostre, un piano dedicato alla collezione e un piano dedicato alle residenze. Tra le stanze che lasciano senza fiato vi è indubbiamente la sala neogotica, primo chiaro esempio dell’integrazione che all’interno del palazzo è stata realizzata tra antico e contemporaneo. Per la stanza due artisti francesi contemporanei, Anne e Patrick Poirier, hanno disegnato un tappeto realizzato in Nepal e una serie di specchi colorati, eseguiti sul modello delle vetrate delle cattedrali francesi. Le iscrizioni, in greco e in latino, rimandavano alle varie stratificazione culturali che stanno alla base del Dna del capoluogo siciliano.

Fallen Fruit, “Theatre of the Sun”

Ma il palazzo ha lasciato dei significativi ricordi anche quando, in pieno cantiere aperto, ha ospitato, durante la Biennale di Arte contemporanea, Manifesta 12, delle suggestive istallazioni. Tra le diverse sarà difficile dimenticare la bellissima installazione all’interno del progetto “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza” e realizzata dall’artista Fallen Fruit: una suggestiva carta da parati in cui dei grovigli psichedelici di rami e foglie si muovevano su una tinta sfumata invadendo ogni parete. Davvero un angolo suggestivo.

Usciti nel grande terrazzo da cui passarono i più importanti sovrani d’Europa, si ci può sporgere oltre l’inferriata, in quella che è ricordata come l’antica passeggiata delle Cattive. Infine, un’altra scoperta è possibile fare visitando i magazzini del piano terra; qui infatti, fin dagli anni Cinquanta, prima che venisse trasferita nel vano dello scalone del Palazzo dei Normanni, si trovava la carrozza d’oro. Un reperto di storia materiale che venne utilizzato dal registra francese Jean Renoir nell’omonimo film, appunto la “Carrozza d’oro”, in cui tra l’altro recitò la straordinaria Anna Magnani. A dimostrazione, per chi ancora nutrisse qualche dubbio, che le storie di Palermo non sono solo fortemente stratificate, ma anche fortemente correlate.

*Docente e scrittore

Costruito nel 1692, da semplice casina fu progressivamente trasformato in uno degli edifici monumentali più importanti della città

di Emanuele Drago*

Se c’è a Palermo un palazzo che meglio rappresenta la temperie della città settecentesca, questo è certamente Palazzo Butera. Edificato nel 1692 su un’area in cui si sorgevano una serie di edifici, da semplice casina fu progressivamente trasformato in una sorta di “reggia” cittadina, la cui facciata monumentale si stagliava – fatto assolutamente inedito per la città – sul fronte a mare. Commissionata dal duca Branciforti Girolamo Martini al grande architetto del Barocco palermitano, Giacomo Amato, nel corso degli anni subì varie trasformazioni, complice anche un un drammatico incendio.

Soffitto affrescato

Il momento di massimo splendore del palazzo fu raggiunto nell’ultimo trentennio del Settecento, con il figlio del principe di Butera, quell’Ercole Michele Branciforti e Pignatelli, principe di Pietraperzia, che fu protagonista della vita politica e culturale del tempo. Tra le tante iniziative culturali promosse dal buon Ercole, si ricorda la partenza nel 1784 di una mongolfiera dalle terrazze del Palazzo, esattamente un anno dopo il primo volo pubblico che i fratelli Montgolfier fecero compiere al loro aerostato ad Annonay. In quegli anni Ercole Branciforte, oltre ad ereditare il titolo di principe di Butera, accolse nel suo palazzo uomini di cultura e viaggiatori quali Dominique-Vivant Denon, Jean-Pierre Houel e Friedrich Münter. Grazie ad ulteriori imparentamenti, prima con i Lanza e poi con i Florio, il prestigio di questa antica casata di origine normanna si accrebbe ulteriormente, tant’è che non vi fu sovrano o illustre personalità in visita a Palermo che non facesse visita al palazzo e non si affacciasse dalla sontuosa terrazza che dava sul mare.

Gli anni passarono e dopo alterne vicende, esattamente nel 1982, gli ultimi proprietari ripresero in gestione il palazzo, che venne utilizzato come sede di fiere d’antiquariato, convegni, concerti e ricevimenti. E questo fino al 2016, ovvero fino al giorno in cui la piccola “reggia” di Palermo è entrata a far parte delle mire dell’imprenditore e collezionista lombardo Massimo Valsecchi, il quale, insieme alla moglie Francesca, l’ha acquistato per dodici milioni di euro (si disse con proventi ricavati dalla vendita di un solo Richter) col preciso scopo di trasformarlo in polo museale dentro cui verrà esposta la sua importante collezione d’arte.

Sala neogotica

Eppure, prima ancora di farsi abbagliare da questo progetto, Valsecchi sembra avrebbe voluto donare parte della sua collezione al Getty Museum di Los Angeles. Poi però vi fu l’incontro con Palermo e il palazzo Butera, e nacque così l’idea di realizzarvi un grande polo museale dove esporre la propria personale raccolta. La collezione avrà come obiettivo quello di mettere insieme, in una specie di esperimento inedito, i vertici della produzione artistica di diverse epoche storiche e di varie culture. Si tratterà di una collezione di grande livello – non a caso una prestigiosa rivista internazionale, prima che fosse destinata a Palermo, la definì come la grande collezione privata che Londra avrebbe dovuto conoscere – in cui, in mezzo a notevoli artisti come Annibale Carracci, Andy Warhol, Gerhard Richter e Gilbert & George, si aggiungeranno anche numerosi reperti di arte antica e maioliche.

Ora, in attesa di poterla finalmente apprezzare dal vivo, non resta che godere del magnifico palazzo. Si tratta di ben settemila metri quadrati affacciati sul Foro Italico e i cui luoghi sono così distinti: un piano dedicato alle mostre, un piano dedicato alla collezione e un piano dedicato alle residenze. Tra le stanze che lasciano senza fiato vi è indubbiamente la sala neogotica, primo chiaro esempio dell’integrazione che all’interno del palazzo è stata realizzata tra antico e contemporaneo. Per la stanza due artisti francesi contemporanei, Anne e Patrick Poirier, hanno disegnato un tappeto realizzato in Nepal e una serie di specchi colorati, eseguiti sul modello delle vetrate delle cattedrali francesi. Le iscrizioni, in greco e in latino, rimandavano alle varie stratificazione culturali che stanno alla base del Dna del capoluogo siciliano.

Fallen Fruit, Theatre of the Sun

Ma il palazzo ha lasciato dei significativi ricordi anche quando, in pieno cantiere aperto, ha ospitato, durante la Biennale di Arte contemporanea, Manifesta 12, delle suggestive istallazioni. Tra le diverse sarà difficile dimenticare la bellissima installazione all’interno del progetto “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza” e realizzata dall’artista Fallen Fruit: una suggestiva carta da parati in cui dei grovigli psichedelici di rami e foglie si muovevano su una tinta sfumata invadendo ogni parete. Davvero un angolo suggestivo.

Usciti nel grande terrazzo da cui passarono i più importanti sovrani d’Europa, si ci può sporgere oltre l’inferriata, in quella che è ricordata come l’antica passeggiata delle Cattive. Infine, un’altra scoperta è possibile fare visitando i magazzini del piano terra; qui infatti, fin dagli anni Cinquanta, prima che venisse trasferita nel vano dello scalone del Palazzo dei Normanni, si trovava la carrozza d’oro. Un reperto di storia materiale che venne utilizzato dal registra francese Jean Renoir nell’omonimo film, appunto la “Carrozza d’oro”, in cui tra l’altro recitò la straordinaria Anna Magnani. A dimostrazione, per chi ancora nutrisse qualche dubbio, che le storie di Palermo non sono solo fortemente stratificate, ma anche fortemente correlate.

*Docente e scrittore

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