Rinasce Maredolce, prove generali per l’Unesco

Firmata una convenzione tra la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo e alcune cooperative sociali per la manutenzione delle aree verdi attorno al monumento normanno

di Giulio Giallombardo

Il sogno è quello di tornare ai fasti di una volta, quand’era un lussureggiante giardino, illuminato d’agrumeti e immaginato come riproduzione del paradiso coranico. Anche se il salto nel tempo è una missione impossibile, oggi il Parco della Favara, dove sorge il Castello di Maredolce, inizia una nuova vita. In attesa che si sblocchi l’iter dei lavori di restauro dell’antico palazzo normanno, finanziati dal Patto per il Sud, il parco che lo circonda si prepara a rinascere, aprendo uno spiraglio verso l’inserimento nel sito Unesco di Palermo arabo-normanna. È di oggi la firma della convenzione con cui la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo dà in gestione per sei anni le aree verdi di Maredolce ad un’associazione temporanea di imprese, costituita da due cooperative sociali e un’associazione.

Castello di Maredolce

È il nuovo capitolo della storia di un bene depredato per anni, simbolo di abusivismo e abbandono, che oggi scrive una nuova pagina di riscatto per l’intero quartiere di Brancaccio, alla periferia sud della città. Si chiude, così, la trafila burocratica iniziata lo scorso agosto, quando la Soprintendenza pubblicò una manifestazione d’interesse rivolta a cooperative, organizzazioni di volontariato, fondazioni e consorzi che volessero occuparsi della manutenzione delle aree verdi di Maredolce, insieme a quelle di un altro bene bisognoso di cure, ovvero Villa Napoli (ve ne abbiamo parlato qui).

Così, da oggi, i sei ettari del Parco della Favara saranno curati dall’ats composta dalla cooperativa Sosvile, Solidarietà, Sviluppo e Legalità, che già gestisce un bene confiscato alla mafia nel territorio di Monreale; da Libera…mente, che si occupa di accoglienza di minori stranieri non accompagnati e di persone con disagio psichico; ed, infine, dall’Ada, Associazione diritti degli anziani. Durante i sei anni di concessione dell’area, le società si occuperanno della manutenzione prima di tutto del mandarineto storico, che versa parzialmente in pessimo stato. Poi sono in cantiere diverse attività che prevedono la cura di sentieri e la creazione di nuovi e la piantumazione dei terreni attualmente in abbandono, anche con il coinvolgimento di persone con disagio psichico e detenuti. Il piano di utilizzo delle aree è stato curato dall’architetto Manfredi Leone, docente all’Università di Palermo, con la supervisione di Giuseppe Barbera, direttore del Dipartimento di Culture arboree.

Interni di Maredolce dopo il restauro

Di tutte le novità in arrivo si discute il 29 maggio a partire dalle 16,30, a Maredolce, in un incontro con esperti e rappresentanti delle istituzioni. Presenti il sindaco Leoluca Orlando, anche in qualità di presidente del Comitato di pilotaggio del sito seriale Unesco; il dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali, Sergio Alessandro; il direttore della Fondazione Patrimonio Unesco Sicilia, Aurelio Angelini; la soprintendente dei Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca e i docenti Manfredi Leone e Giuseppe Barbera, oltre ai rappresentanti dell’associazione temporanea d’imprese che gestirà le aree verdi. A chiusura dell’incontro, previsto anche un concerto eseguito dalla Cantoria del Teatro Massimo.

“Questa convenzione servirà a ridurre le spese di manutenzione e, nello stesso tempo, rendere produttivi questi terreni – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . Finalmente il Parco di Maredolce tornerà ad essere curato e coltivato, e contestualmente daremo il via a iniziative per la valorizzazione del sito. In questo i privati ci daranno una mano, ma si tratta di attività soprattutto sociali, un modo per aprirsi al quartiere, alle scuole, con orti condivisi e altre idee in cantiere”

La cupola dei Santi Filippo e Giacomo

Spettatore interessato di tutta l’operazione di rilancio è Aurelio Angelini, in attesa di poter richiedere l’inserimento di Maredolce tra i monumenti del sito seriale dell’Unesco. “Questo è un deciso passo in avanti – afferma – ma potremo avviare una procedura di richiesta di riconoscimento solo in seguito alla realizzazione dei lavori. I requisiti sono molto rigidi e vengono svolte attente verifiche, noi in questa fase saremo spettatori e nello stesso tempo operativi in relazione a quelli che sono i nostri compiti”.

“Quello che gestiremo è un bene pubblico e il nostro obiettivo è fare in modo che torni fruibile per tutti i cittadini – afferma Luciano D’Angelo, rappresentante dell’ats e della cooperativa Sosvile, capofila del progetto – . Per prima cosa faremo una ricognizione dell’area, avviando la pulizia delle sterpaglie. Punteremo alla salvaguardia del mandarineto, creeremo percorsi accessibili a tutti, promuovendo attività di sostegno e inclusione di categorie sociali svantaggiate. Vogliamo che quello che un tempo era il regno dell’abusivismo, oggi diventi il regno di tutti i palermitani”.

Firmata una convenzione tra la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo e alcune cooperative sociali per la manutenzione delle aree verdi attorno al monumento normanno

di Giulio Giallombardo

Il sogno è quello di tornare ai fasti di una volta, quand’era un lussureggiante giardino, illuminato d’agrumeti e immaginato come riproduzione del paradiso coranico. Anche se il salto nel tempo è una missione impossibile, oggi il Parco della Favara, dove sorge il Castello di Maredolce, inizia una nuova vita. In attesa che si sblocchi l’iter dei lavori di restauro dell’antico palazzo normanno, finanziati dal Patto per il Sud, il parco che lo circonda si prepara a rinascere, aprendo uno spiraglio verso l’inserimento nel sito Unesco di Palermo arabo-normanna. È di oggi la firma della convenzione con cui la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo dà in gestione per sei anni le aree verdi di Maredolce ad un’associazione temporanea di imprese, costituita da due cooperative sociali e un’associazione.

Castello di Maredolce

È il nuovo capitolo della storia di un bene depredato per anni, simbolo di abusivismo e abbandono, che oggi scrive una nuova pagina di riscatto per l’intero quartiere di Brancaccio, alla periferia sud della città. Si chiude, così, la trafila burocratica iniziata lo scorso agosto, quando la Soprintendenza pubblicò una manifestazione d’interesse rivolta a cooperative, organizzazioni di volontariato, fondazioni e consorzi che volessero occuparsi della manutenzione delle aree verdi di Maredolce, insieme a quelle di un altro bene bisognoso di cure, ovvero Villa Napoli (ve ne abbiamo parlato qui).

Così, da oggi, i sei ettari del Parco della Favara saranno curati dall’ats composta dalla cooperativa Sosvile, Solidarietà, Sviluppo e Legalità, che già gestisce un bene confiscato alla mafia nel territorio di Monreale; da Libera…mente, che si occupa di accoglienza di minori stranieri non accompagnati e di persone con disagio psichico; ed, infine, dall’Ada, Associazione diritti degli anziani. Durante i sei anni di concessione dell’area, le società si occuperanno della manutenzione prima di tutto del mandarineto storico, che versa parzialmente in pessimo stato. Poi sono in cantiere diverse attività, che prevedono la cura di sentieri e la creazione di nuovi e la piantumazione dei terreni attualmente in abbandono, anche con il coinvolgimento di persone con disagio psichico e detenuti. Il piano di utilizzo delle aree è stato curato dall’architetto Manfredi Leone, docente all’Università di Palermo, con la supervisione di Giuseppe Barbera, direttore del Dipartimento di Culture arboree.

Interni di Maredolce dopo il restauro

Di tutte le novità in arrivo si discute il 29 maggio a partire dalle 16,30, a Maredolce, in un incontro con esperti e rappresentanti delle istituzioni. Presenti il sindaco Leoluca Orlando, anche in qualità di presidente del Comitato di pilotaggio del sito seriale Unesco; il dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali, Sergio Alessandro; il direttore della Fondazione Patrimonio Unesco Sicilia, Aurelio Angelini; la soprintendente dei Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca e i docenti Manfredi Leone e Giuseppe Barbera, oltre ai rappresentanti dell’associazione temporanea d’imprese che gestirà le aree verdi. A chiusura dell’incontro, previsto anche un concerto eseguito dalla Cantoria del Teatro Massimo.

“Questa convenzione servirà a ridurre le spese di manutenzione e, nello stesso tempo, rendere produttivi questi terreni – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . Finalmente il Parco di Maredolce tornerà ad essere curato e coltivato, e contestualmente daremo il via a iniziative per la valorizzazione del sito. In questo i privati ci daranno una mano, ma si tratta di attività soprattutto sociali, un modo per aprirsi al quartiere, alle scuole, con orti condivisi e altre idee in cantiere”

La cupola dei Santi Filippo e Giacomo

Spettatore interessato di tutta l’operazione di rilancio è Aurelio Angelini, in attesa di poter richiedere l’inserimento di Maredolce tra i monumenti del sito seriale dell’Unesco. “Questo è un deciso passo in avanti – afferma – ma potremo avviare una procedura di richiesta di riconoscimento solo in seguito alla realizzazione dei lavori. I requisiti sono molto rigidi e vengono svolte attente verifiche, noi in questa fase saremo spettatori e nello stesso tempo operativi in relazione a quelli che sono i nostri compiti”.

“Quello che gestiremo è un bene pubblico e il nostro obiettivo è fare in modo che torni fruibile per tutti i cittadini – afferma Luciano D’Angelo, rappresentante dell’ats e della cooperativa Sosvile, capofila del progetto – . Per prima cosa faremo una ricognizione dell’area, avviando la pulizia delle sterpaglie. Punteremo alla salvaguardia del mandarineto, creeremo percorsi accessibili a tutti, promuovendo attività di sostegno e inclusione di categorie sociali svantaggiate. Vogliamo che quello che un tempo era il regno dell’abusivismo, oggi diventi il regno di tutti i palermitani”.

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I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

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