Si celebra l’Earth Day, inno d’amore per la Terra

Da Palermo a Cefalù, fino a Marsala e Capo D’Orlando, sono tanti gli appuntamenti all’insegna della sostenibilità ambientale

di Marco Russo

È la più grande manifestazione ambientale mondiale. È tornato anche quest’anno l’Earth Day, l’unico momento in cui tutti i cittadini del Pianeta si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. La Giornata della Terra, momento fortemente voluto dal senatore statunitense Gaylord Nelson e promosso ancor prima dal presidente John Fitzgerald Kennedy, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.

Il Calidarium dell’Orto Botanico

Anche la Sicilia partecipa alla manifestazione con una serie di eventi che, a partire dal 22 e fino al 28 aprile, interessano diverse parti dell’Isola. Si parte da Palermo, dove all’Orto Botanico, il 27 e 28 aprile alle 10 alle 21, si festeggerà la Giornata della Terra con una manifestazione che conta diverse sezioni: culturale, convegnistica, laboratoriale, enogastronomica, sport e benessere (qui il programma). Per la sezione culturale, da segnalare in prima nazionale la proiezione di “Strattu, Film/Concerto per Grano, Pomodorini Mandorle e Strumenti” che sarà musicato dal vivo da Giulia Tagliavia trio; poi una retrospettiva su Steve Reich con “Clapping Music e Music for Pieces of Wood” e i due video di Reich/Korot “Bikini” e Dolly” che sviluppano il tema fra etica e scienza in relazione all’ambiente e all’esistenza umana, curata da Dario Oliveri.

Cefalù

Per la sezione enogastronomica, ci sarà una tavola rotonda sul pane, che prevede un laboratorio di panificazione con grani antichi siciliani, coaudivata dal gastroenterologo Giuseppe Iacono. E per la parte dedicata al benessere, un convegno sulla salute materno-infantile. Poi tanti i laboratori per bambini e adulti, tra riciclo, origami, e lezioni gratuite di yoga, mindfulness e nordic walking. Restando nel Palermitano, appuntamento anche a Bagheria, dove il 28 aprile a Villa Coglitore Galioto, l’associazione culturale Argelia, presenterà proiezioni, intermezzi musicali e interventi di personaggi legati al mondo della cultura, oltre al concorso letterario che avrà come tema i cambiamenti climatici. È la serata conclusiva della terza edizione di Primavera in festa “Calliope e Gaia”. A Cefalù, invece, è in corso una manifestazione organizzata dal Comune di Cefalù, in collaborazione con Earth Day Italia e Fare Ambiente Cefalù-Madonie, iniziata il 20 e che si conclude il 25 aprile (qui il programma). Un grande contenitore di iniziative sportive, con escursioni naturalistiche guidate nel parco urbano della Rocca di Cefalù, prove a cavallo per grandi e piccini e voli in parapendio.

Capo D’Orlando

Ma appuntamenti si sono svolti e si svolgeranno anche a Marsala, nel Trapanese, con l’infiorata nel quartiere spagnolo che si inaugura il 26 aprile e le visite nei bagli storici a cura del Fai, previste domenica 28 (qui il programma). Infine, a Capo d’Orlando, nel Messinese, dal 26 al 28 aprile, per il quinto anno consecutivo l’associazione “Gentili con la Terra” e il Comune celebrano la Terra con tre giorni all’insegna della sostenibilità e della solidarietà (qui il programma). Grazie a volontari, associazioni, enti ed istituti scolastici, la cittadina si tinge di verde e dedica un vasto cartellone di attività a sostegno del territorio e di appuntamenti nella natura per grandi e piccini. All’interno della manifestazione non mancheranno i momenti di educazione e sensibilizzazione all’ecologia, grazie anche ai volontari di “We Are Drops” ed all’artista Giuseppe La Spada. E ancora mercatini, escursioni, mostre fotografiche, yoga, pulizia delle spiagge e dei fondali, picnic e laboratori per bambini.

Da Palermo a Cefalù, fino a Marsala e Capo D’Orlando, sono tanti gli appuntamenti all’insegna della sostenibilità ambientale

di Marco Russo

È la più grande manifestazione ambientale mondiale. È tornato anche quest’anno l’Earth Day, l’unico momento in cui tutti i cittadini del Pianeta si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. La Giornata della Terra, momento fortemente voluto dal senatore statunitense Gaylord Nelson e promosso ancor prima dal presidente John Fitzgerald Kennedy, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.

Il Calidarium dell’Orto Botanico

Anche la Sicilia partecipa alla manifestazione con una serie di eventi che, a partire dal 22 e fino al 28 aprile, interessano diverse parti dell’Isola. Si parte da Palermo, dove all’Orto Botanico, il 27 e 28 aprile alle 10 alle 21, si festeggerà la Giornata della Terra con una manifestazione che conta diverse sezioni: culturale, convegnistica, laboratoriale, enogastronomica, sport e benessere (qui il programma). Per la sezione culturale, da segnalare in prima nazionale la proiezione di “Strattu, Film/Concerto per Grano, Pomodorini Mandorle e Strumenti” che sarà musicato dal vivo da Giulia Tagliavia trio; poi una retrospettiva su Steve Reich con “Clapping Music e Music for Pieces of Wood” e i due video di Reich/Korot “Bikini” e Dolly” che sviluppano il tema fra etica e scienza in relazione all’ambiente e all’esistenza umana, curata da Dario Oliveri.

Cefalù

Per la sezione enogastronomica, ci sarà una tavola rotonda sul pane, che prevede un laboratorio di panificazione con grani antichi siciliani, coaudivata dal gastroenterologo Giuseppe Iacono. E per la parte dedicata al benessere, un convegno sulla salute materno-infantile. Poi tanti i laboratori per bambini e adulti, tra riciclo, origami, e lezioni gratuite di yoga, mindfulness e nordic walking. Restando nel Palermitano, appuntamento anche a Bagheria, dove il 28 aprile a Villa Coglitore Galioto, l’associazione culturale Argelia, presenterà proiezioni, intermezzi musicali e interventi di personaggi legati al mondo della cultura, oltre al concorso letterario che avrà come tema i cambiamenti climatici. È la serata conclusiva della terza edizione di Primavera in festa “Calliope e Gaia”. A Cefalù, invece, è in corso una manifestazione organizzata dal Comune di Cefalù, in collaborazione con Earth Day Italia e Fare Ambiente Cefalù-Madonie, iniziata il 20 e che si conclude il 25 aprile (qui il programma). Un grande contenitore di iniziative sportive, con escursioni naturalistiche guidate nel parco urbano della Rocca di Cefalù, prove a cavallo per grandi e piccini e voli in parapendio.

Capo D’Orlando

Ma appuntamenti si sono svolti e si svolgeranno anche a Marsala, nel Trapanese, con l’infiorata nel quartiere spagnolo che si inaugura il 26 aprile e le visite nei bagli storici a cura del Fai, previste domenica 28 (qui il programma). Infine, a Capo d’Orlando, nel Messinese, dal 26 al 28 aprile, per il quinto anno consecutivo l’associazione “Gentili con la Terra” e il Comune celebrano la Terra con tre giorni all’insegna della sostenibilità e della solidarietà (qui il programma). Grazie a volontari, associazioni, enti ed istituti scolastici, la cittadina si tinge di verde e dedica un vasto cartellone di attività a sostegno del territorio e di appuntamenti nella natura per grandi e piccini. All’interno della manifestazione non mancheranno i momenti di educazione e sensibilizzazione all’ecologia, grazie anche ai volontari di “We Are Drops” ed all’artista Giuseppe La Spada. E ancora mercatini, escursioni, mostre fotografiche, yoga, pulizia delle spiagge e dei fondali, picnic e laboratori per bambini.

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Mozia si fa ancora più bella, restauro in arrivo

L’isola è protagonista di un intervento riqualificazione da 4 milioni e mezzo finanziato dal Po Fesr Sicilia. Pronto il bando per i mosaici

di Marco Russo

È un piccolo lembo di terra che affiora dal mare, con dentro un grande tesoro di storia e natura. L’isola di San Pantaleo, che un tempo ospitava, l’antica colonia fenicia di Mozia, nello Stagnone di Marsala, racchiude nei suoi 45 ettari, preziose testimonianze archeologiche: dal cothon, raro esempio di bacino di ormeggio punico, alla strada punica sommersa; dal tophet, l’area sacra per i sacrifici umani, alla necropoli, ai mosaici, fino all’elegante statua del Giovinetto, conservata al Museo Whithaker.

La necropoli

Oggi Mozia è protagonista di un intervento di riqualificazione e valorizzazione con un progetto finanziato dal Po Fesr Sicilia 2014-2020. Un intervento da 4 milioni e mezzo di euro complessivi, finalizzato al restauro archeologico e alla riqualificazione ambientale e paesaggistica, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile nel settore turistico-culturale. L’intervento è suddiviso in tre parti: si comincia dai lavori di rilevamento topografico (già appaltati attraverso una manifestazione di interesse con base d’asta di 199.867 euro), per proseguire con la realizzazione di percorsi, sistemazione del verde e degli arredi esterni e l’attivazione della rete dati wi-fi (anche questi già appaltati con base d’asta di 999.700 euro), per finire con i lavori di restauro archeologico, attualmente in fase di appalto, con un bando che scadrà il 6 maggio prossimo.

Porta Sud

Lo scorso marzo la Soprintendenza per i Beni culturali di Trapani, beneficiaria del progetto, ha avviato la procedura di gara telematica per i lavori di restauro conservativo delle strutture archeologiche, con una base d’asta di 2.165.252 euro. Il restauro è incentrato sui mosaici presenti nell’isola, sulle strutture murarie in calcarenite e in mattoni crudi, spesso preservate per almeno un metro di altezza. Dal Tofet alla necropoli, dal Santuario di Cappiddazzu alla Casa dei mosaici, dalla casermetta alla Porta del Sud e al Khoton, i lavori saranno legati alla riqualificazione anche del paesaggio isolano, con la sistemazione dei percorsi di visita, migliorando i sentieri in terra battuta e creando un’adeguata segnaletica relativa non solo ai siti archeologici, ma anche alla fauna e alla flora.

Il Giovinetto

Alle esigenze di protezione e tutela di alcuni monumenti archeologici, particolarmente esposti alle intemperie, saranno coniugate quelle della produzione di energia da fonti rinnovabili: si prevede, infatti, la realizzazione di nuove coperture archeologiche. Il progetto prevede poi la predisposizione di un archivio informatico su base cartografica per la gestione dei dati archeologici territoriali, che possa funzionare da piattaforma per la comunicazione su vasta scala delle informazioni prodotte nell’ambito delle attività di ricerca archeologica sull’isola.

È previsto, infine, il posizionamento in punti strategici di alcuni cannocchiali Focus, per l’osservazione naturale assistita, con relativa banca dati ipermediale multilingue. Sarà attivato, infine, un servizio di bike-sharing, con due tipologie di mezzi, la classica bici a pedali e quella a pedalata assistita, tutte dotate di antenna gps ed equipaggiate con telecamera Gopro.

L’isola è protagonista di un intervento riqualificazione da 4 milioni e mezzo finanziato dal Po Fesr Sicilia. Pronto il bando per i mosaici

di Marco Russo

È un piccolo lembo di terra che affiora dal mare, con dentro un grande tesoro di storia e natura. L’isola di San Pantaleo, che un tempo ospitava, l’antica colonia fenicia di Mozia, nello Stagnone di Marsala, racchiude nei suoi 45 ettari, preziose testimonianze archeologiche: dal cothon, raro esempio di bacino di ormeggio punico, alla strada punica sommersa; dal tophet, l’area sacra per i sacrifici umani, alla necropoli, ai mosaici, fino all’elegante statua del Giovinetto, conservata al Museo Whithaker.

La necropoli

Oggi Mozia è protagonista di un intervento di riqualificazione e valorizzazione con un progetto finanziato dal Po Fesr Sicilia 2014-2020. Un intervento da 4 milioni e mezzo di euro complessivi, finalizzato al restauro archeologico e alla riqualificazione ambientale e paesaggistica, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile nel settore turistico-culturale. L’intervento è suddiviso in tre parti: si comincia dai lavori di rilevamento topografico (già appaltati attraverso una manifestazione di interesse con base d’asta di 199.867 euro), per proseguire con la realizzazione di percorsi, sistemazione del verde e degli arredi esterni e l’attivazione della rete dati wi-fi (anche questi già appaltati con base d’asta di 999.700 euro), per finire con i lavori di restauro archeologico, attualmente in fase di appalto, con un bando che scadrà il 6 maggio prossimo.

Porta Sud

Lo scorso marzo la Soprintendenza per i Beni culturali di Trapani, beneficiaria del progetto, ha avviato la procedura di gara telematica per i lavori di restauro conservativo delle strutture archeologiche, con una base d’asta di 2.165.252 euro. Il restauro è incentrato sui mosaici presenti nell’isola, sulle strutture murarie in calcarenite e in mattoni crudi, spesso preservate per almeno un metro di altezza. Dal Tofet alla necropoli, dal Santuario di Cappiddazzu alla Casa dei mosaici, dalla casermetta alla Porta del Sud e al Khoton, i lavori saranno legati alla riqualificazione anche del paesaggio isolano, con la sistemazione dei percorsi di visita, migliorando i sentieri in terra battuta e creando un’adeguata segnaletica relativa non solo ai siti archeologici, ma anche alla fauna e alla flora.

Il Giovinetto

Alle esigenze di protezione e tutela di alcuni monumenti archeologici, particolarmente esposti alle intemperie, saranno coniugate quelle della produzione di energia da fonti rinnovabili: si prevede, infatti, la realizzazione di nuove coperture archeologiche. Il progetto prevede poi la predisposizione di un archivio informatico su base cartografica per la gestione dei dati archeologici territoriali, che possa funzionare da piattaforma per la comunicazione su vasta scala delle informazioni prodotte nell’ambito delle attività di ricerca archeologica sull’isola.

È previsto, infine, il posizionamento in punti strategici di alcuni cannocchiali Focus, per l’osservazione naturale assistita, con relativa banca dati ipermediale multilingue. Sarà attivato, infine, un servizio di bike-sharing, con due tipologie di mezzi, la classica bici a pedali e quella a pedalata assistita, tutte dotate di antenna gps ed equipaggiate con telecamera Gopro.

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Quell’antica tela della Passione trovata per caso

Scoperto in una cassa e adesso esposto davanti all’altare di Santa Caterina, a Palermo, un prezioso drappo del 1823 raffigurante la morte di Cristo

di Marco Russo

Cadrà giù la notte del Sabato Santo, lasciando apparire l’altare col Cristo risorto. È l’antica tela quaresimale il nuovo tesoro scoperto in una cassa nel monastero di Santa Caterina, in piazza Pretoria a Palermo. L’opera, presentata pochi giorni fa, porta la firma di Giovanni Patricolo, rettore della chiesa, che l’ha realizzata nel 1823. La grande tela, che raffigura la morte di Cristo, è stata appesa davanti all’altare centrale e si potrà ammirare fino a sabato prossimo.

La tela quaresimale di Santa Caterina

Assolutamente casuale la scoperta di quest’opera, che era custodita in una cassa insieme al tosello, il paramento di seta ricamato in oro, diviso in tre pezzi. La tela è giunta fino a noi in perfette condizioni grazie anche alla cura delle suore del monastero, che l’hanno conservata con lungimirante perizia. “Ci siamo accorti che la tela era avvolta in assi di legno con attorno del pepe – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News Giuseppe Bucaro, direttore dell’Ufficio Beni culturali dell’Arcidiocesi di Palermo e rettore di Santa Caterina – grazie a questa accortezza, la spezia ha tenuto lontani gli insetti che avrebbero potuto danneggiare la stoffa, contribuendo a mantenere allo stesso tempo una certa elasticità del tessuto”.

L’opera descrive l’attimo esatto della morte di Cristo crocifisso, quando – secondo il Vangelo – “il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono”. È il momento del giudizio, simboleggiato in alto da due angeli, uno con la spada, l’altro con la bilancia. “La conseguenza delle proprie scelte – prosegue Bucaro – è rappresentata dai due ladroni, il primo al buio preso dalla disperazione e con il corpo contorto, l’altro più sereno con uno sfondo luminoso. Quindi la tela nel momento in cui racconta la morte di Cristo, già fa intravedere simbolicamente la speranza della resurrezione”.

Santa Caterina

La tela quaresimale ritrovata è l’ennesimo gioiello di quello scrigno di tesori che è il monastero di Santa Caterina. Dopo l’apertura delle celle delle monache, la visita alla cupola con lo splendido panorama su Palermo e la mostra “Sacra et pretiosa”, con l’allestimento delle opere più significative della produzione orafa e argentiera siciliana, adesso prorogata fino a fine maggio, l’antico convento sta vivendo un momento d’oro.

Un altro appuntamento per scoprire il monumento è in arrivo il 2 maggio, in occasione della nuova edizione della rassegna “Invisibilia” dedicata all’arte sacra. Alle 21 all’interno della chiesa si svolgerà una performance di luci, musica e parole, con attori e musicisti, in collaborazione con l’Accademia di Belle arti di Palermo, con cui verranno illustrati i significati teologici e artistici nascosti nel monastero. Una visita guidata non convenzionale per scoprire una delle chiese più belle di Palermo.

Scoperto in una cassa e adesso esposto davanti all’altare di Santa Caterina, a Palermo, un prezioso drappo del 1823 raffigurante la morte di Cristo

di Marco Russo

Cadrà giù la notte del Sabato Santo, lasciando apparire l’altare col Cristo risorto. È l’antica tela quaresimale il nuovo tesoro scoperto in una cassa nel monastero di Santa Caterina, in piazza Pretoria a Palermo. L’opera, presentata pochi giorni fa, porta la firma di Giovanni Patricolo, rettore della chiesa, che l’ha realizzata nel 1823. La grande tela, che raffigura la morte di Cristo, è stata appesa davanti all’altare centrale e si potrà ammirare fino a sabato prossimo.

La tela quaresimale

Assolutamente casuale la scoperta di quest’opera, che era custodita in una cassa insieme al tosello, il paramento di seta ricamato in oro, diviso in tre pezzi. La tela è giunta fino a noi in perfette condizioni grazie anche alla cura delle suore del monastero, che l’hanno conservata con lungimirante perizia. “Ci siamo accorti che la tela era avvolta in assi di legno con attorno del pepe – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News Giuseppe Bucaro, direttore dell’Ufficio Beni culturali dell’Arcidiocesi di Palermo e rettore di Santa Caterina – grazie a questa accortezza, la spezia ha tenuto lontani gli insetti che avrebbero potuto danneggiare la stoffa, contribuendo a mantenere allo stesso tempo una certa elasticità del tessuto”.

L’opera descrive l’attimo esatto della morte di Cristo crocifisso, quando – secondo il Vangelo – “il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono”. È il momento del giudizio, simboleggiato in alto da due angeli, uno con la spada, l’altro con la bilancia. “La conseguenza delle proprie scelte – prosegue Bucaro – è rappresentata dai due ladroni, il primo al buio preso dalla disperazione e con il corpo contorto, l’altro più sereno con uno sfondo luminoso. Quindi la tela nel momento in cui racconta la morte di Cristo, già fa intravedere simbolicamente la speranza della resurrezione”.

Santa Caterina

La tela quaresimale ritrovata è l’ennesimo gioiello di quello scrigno di tesori che è il monastero di Santa Caterina. Dopo l’apertura delle celle delle monache, la visita alla cupola con lo splendido panorama su Palermo e la mostra “Sacra et pretiosa”, con l’allestimento delle opere più significative della produzione orafa e argentiera siciliana, adesso prorogata fino a fine maggio, l’antico convento sta vivendo un momento d’oro.

Un altro appuntamento per scoprire il monumento è in arrivo il 2 maggio, in occasione della nuova edizione della rassegna “Invisibilia” dedicata all’arte sacra. Alle 21 all’interno della chiesa si svolgerà una performance di luci, musica e parole, con attori e musicisti, in collaborazione con l’Accademia di Belle arti di Palermo, con cui verranno illustrati i significati teologici e artistici nascosti nel monastero. Una visita guidata non convenzionale per scoprire una delle chiese più belle di Palermo.

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Riflettori accesi sulla nave romana di Marausa

A circa un mese dalla scomparsa, vede la luce uno dei più importanti progetti culturali al quale ha lavorato Sebastiano Tusa. Il relitto sarà esposto a Marsala, in una sala di Baglio Anselmi

di Marco Russo

La lunga attesa è terminata. Finalmente la nave romana recuperata al largo di Marausa, sulle coste trapanesi, sarà esposta a Marsala, all’interno del Museo archeologico regionale “Baglio Anselmi”, che già dal 1986 ospita anche un relitto punico della metà del III secolo avanti Cristo. A circa un mese dalla scomparsa, vede la luce uno dei più importanti progetti culturali al quale ha lavorato l’assessore regionale ai Beni Culturali Sebastiano Tusa, protagonista del ritrovamento e del restauro di uno dei più grandi relitti romani recuperati in Sicilia.

Il relitto di Marausa

L’allestimento espositivo della nave romana di Marausa, pensato appositamente per Baglio Anselmi, sarà inaugurato sabato 13 aprile alle 10,30, alla presenza del presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, con gli interventi del dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali, Sergio Alessandro; del direttore del Polo regionale di Trapani, Marsala per i siti culturali, Luigi Biondo, e del soprintendente del Mare, Adriana Fresina. “Il relitto di Marausa – come aveva spiegato Sebastiano Tusa – contribuisce ad approfondire le conoscenze sulle intense relazioni commerciali tra la Sicilia e l’Africa in epoca tardo-romana, offrendo un quadro di integrazione economica soprattutto nell’ambito della produzione agricola”. Il completamento del più ampio percorso espositivo del Museo Lilibeo di Marsala, prevede oltre alla Nave di Marausa, la nave punica e i relitti medievali di Lido Signorino.

Sebastiano Tusa davanti ai legni della nave

Lo scafo è stato ricostruito su una struttura in acciaio, montato però in due sezioni distinte. Una porzione, la più corposa, è stata riassemblata così come appariva un tempo, prima di arenarsi, forse a causa di una manovra sbagliata o un colpo di vento, nei bassi fondali del fiume Birgi, che allora era navigabile. L’altra sezione è stata lasciata in piano, così come è stata trovata, così da dare l’idea del complesso lavoro di recupero che si è svolto in questi 20 anni. Fra le due sezioni è stata realizzata una passerella sollevata da terra per poter apprezzare meglio l’allestimento e si può girare attorno alla nave per ammirarla sia all’esterno che all’interno. A completare l’allestimento sono cinque vetrine che custodiscono tutti i reperti trovati vicino alla nave, ceramiche, frammenti di vetro e metallo, anfore, chiodi, così da dare l’idea del carico che lo scafo trasportava.

Sarà presente anche un ricco apparato multimediale, un sistema di realtà aumentata e panelli didattico-illustrativi. Sarà, infine, trasmesso un video realizzato per l’occasione che racconta tutte le tappe della vicenda: dall’affondamento al ritrovamento, poi il recupero e infine la musealizzazione. Il museo rimarrà aperto, con ingresso gratuito, per tutta la giornata di sabato e la domenica mattina, quando alle 10,30 è prevista una visita guidata.

A circa un mese dalla scomparsa, vede la luce uno dei più importanti progetti culturali al quale ha lavorato Sebastiano Tusa. Il relitto sarà esposto a Marsala, in una sala di Baglio Anselmi

di Marco Russo

La lunga attesa è terminata. Finalmente la nave romana recuperata al largo di Marausa, sulle coste trapanesi, sarà esposta a Marsala, all’interno del Museo archeologico regionale “Baglio Anselmi”, che già dal 1986 ospita anche un relitto punico della metà del III secolo avanti Cristo. A circa un mese dalla scomparsa, vede la luce uno dei più importanti progetti culturali al quale ha lavorato l’assessore regionale ai Beni Culturali Sebastiano Tusa, protagonista del ritrovamento e del restauro di uno dei più grandi relitti romani recuperati in Sicilia.

Relitto di Marausa

L’allestimento espositivo della nave romana di Marausa, pensato appositamente per Baglio Anselmi, sarà inaugurato sabato 13 aprile alle 10,30, alla presenza del presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, con gli interventi del dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali, Sergio Alessandro; del direttore del Polo regionale di Trapani, Marsala per i siti culturali, Luigi Biondo, e del soprintendente del Mare, Adriana Fresina. “Il relitto di Marausa – come aveva spiegato Sebastiano Tusa – contribuisce ad approfondire le conoscenze sulle intense relazioni commerciali tra la Sicilia e l’Africa in epoca tardo-romana, offrendo un quadro di integrazione economica soprattutto nell’ambito della produzione agricola”. Il completamento del più ampio percorso espositivo del Museo Lilibeo di Marsala, prevede oltre alla Nave di Marausa, la nave punica e i relitti medievali di Lido Signorino.

Sebastiano Tusa davanti ai legni della nave

Lo scafo è stato ricostruito su una struttura in acciaio, montato però in due sezioni distinte. Una porzione, la più corposa, è stata riassemblata così come appariva un tempo, prima di arenarsi, forse a causa di una manovra sbagliata o un colpo di vento, nei bassi fondali del fiume Birgi, che allora era navigabile. L’altra sezione è stata lasciata in piano, così come è stata trovata, così da dare l’idea del complesso lavoro di recupero che si è svolto in questi 20 anni. Fra le due sezioni è stata realizzata una passerella sollevata da terra per poter apprezzare meglio l’allestimento e si può girare attorno alla nave per ammirarla sia all’esterno che all’interno. A completare l’allestimento sono cinque vetrine che custodiscono tutti i reperti trovati vicino alla nave, ceramiche, frammenti di vetro e metallo, anfore, chiodi, così da dare l’idea del carico che lo scafo trasportava.

Sarà presente anche un ricco apparato multimediale, un sistema di realtà aumentata e panelli didattico-illustrativi. Sarà, infine, trasmesso un video realizzato per l’occasione che racconta tutte le tappe della vicenda: dall’affondamento al ritrovamento, poi il recupero e infine la musealizzazione. Il museo rimarrà aperto, con ingresso gratuito, per tutta la giornata di sabato e la domenica mattina, quando alle 10,30 è prevista una visita guidata.

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Riapre il parco archeologico di Solunto dopo quattro mesi

L’antica città ellenistica è di nuovo fruibile, dopo la chiusura disposta lo scorso novembre per rischio di frana sulla strada d’accesso alle rovine

di Marco Russo

Torna fruibile l’area archeologica di Solunto. Dopo quattro mesi di chiusura, le rovine dell’antica città ellenistica su Monte Catalfano, nel territorio di Santa Flavia, a due passi da Palermo, saranno nuovamente visitabili a partire da domani. Il sito era stato chiuso lo scorso novembre per rischio di frana sulla strada d’accesso, la provinciale 56, adesso i lavori di consolidamento sono terminati e l’area può finalmente riaprire al pubblico. Dunque, cancelli aperti a Solunto, dal lunedì al sabato, dalle 9,30 alle 19, la domenica e i festivi fino alle 14, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Panorama di Solunto

Era da tempo che si aspettava la riapertura del sito, entrato recentemente nel sistema dei parchi archeologici voluto dal compianto assessore regionale ai Beni culturali, Sebastiano Tusa. Quello di Solunto è stato però accorpato, nell’unico parco della provincia di Palermo che comprende anche i siti di Himera e Monte Jato. Una “fusione” che ha interessato anche altri parchi archeologici sparsi per la Sicilia, che rispetto ai 20 previsti sono adesso complessivamente 14, compresi quelli già istituti. Un accorpamento formalizzato dal governatore Nello Musumeci, che ha assunto l’interim ai Beni culturali, dopo la morte di Tusa, sulla scia di una correzione che lo stesso assessore aveva paventato, per ragioni economiche.

Altare sacro con vasca

Così da domani, cittadini e turisti potranno nuovamente ammirare i tesori della più antica tra le aree di proprietà demaniale direttamente gestite dalla Soprintendenza di Palermo. Solunto, il cui antico nome deriverebbe da quello del brigante Solus, ucciso da Eracle, fu una delle tre colonie fenicie fondate nella Sicilia occidentale, insieme a Mozia e Palermo. Sono pochissime le notizie dell’origine del sito. Secondo Tucidide, il luogo sarebbe stato occupato dai fenici, al momento della prima colonizzazione greca. Dell’originario abitato punico sul promontorio di Solanto, rimangono oggi poche tracce a causa della recente crescita edilizia. Dopo essere stata saccheggiata e distrutta, insieme ad altre città fedeli ai cartaginesi, la nuova Solunto ellenistica viene ricostruita, dopo il 368 avanti Cristo, sul Monte Catalfano, dove rimase la sua sede definitiva. Nel 254, durante la prima guerra punica, la città, come tante altre, passò ai Romani. La notizia più tarda si ricava dall’unica iscrizione latina scoperta a Solunto, una dedica della res publica Soluntinorum a Fulvia Plautilla, moglie di Caracalla. A giudicare dai materiali archeologici sembra che il sito, semideserto e in decadenza già dal I secolo, sia stato definitivamente abbandonato poco più tardi.

Mosaico nella Casa di Leda

Oggi le rovine dell’antica città sono ben conservate. Attraversando un percorso su un impianto regolare, le vie si diramano ai lati di una larga strada principale lastricata che attraversa tutta l’area, giungendo all’agorà e alla zona pubblica. L’architettura domestica si presenta di notevole interesse con case organizzate su più piani e ambienti distribuiti intorno a peristili. Tra le abitazioni, spicca la Casa di Leda, per la sua ampiezza e per i pavimenti in opus signinum e mosaico. L’agorà, invece, è delimitata da una cisterna pubblica di fronte alla quale è posizionato un complesso termale con pavimenti a mosaico. Dalla piazza poi è possibile accedere direttamente alle rovine del teatro, un tempo decorato con cariatidi e che poteva contare su una capienza di 1200 spettatori.

Infine nell’Antiquarium è possibile visionare la maggior parte dei reperti, nel padiglione A vengono presentati i temi connessi all’urbanistica e all’architettura pubblica e domestica, mentre nel padiglione B è presente tutta la documentazione prodotta dai nuovi scavi e quella relativa alla cultura materiale della città, dal periodo punico sino all’epoca romano-imperiale.

L’antica città ellenistica è di nuovo fruibile, dopo la chiusura disposta lo scorso novembre per rischio di frana sulla strada d’accesso alle rovine

di Marco Russo

Torna fruibile l’area archeologica di Solunto. Dopo quattro mesi di chiusura, le rovine dell’antica città ellenistica su Monte Catalfano, nel territorio di Santa Flavia, a due passi da Palermo, saranno nuovamente visitabili a partire da domani. Il sito era stato chiuso lo scorso novembre per rischio di frana sulla strada d’accesso, la provinciale 56, adesso i lavori di consolidamento sono terminati e l’area può finalmente riaprire al pubblico. Dunque, cancelli aperti a Solunto, dal lunedì al sabato, dalle 9,30 alle 19, la domenica e i festivi fino alle 14, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Panorama di Solunto

Era da tempo che si aspettava la riapertura del sito, entrato recentemente nel sistema dei parchi archeologici voluto dal compianto assessore regionale ai Beni culturali, Sebastiano Tusa. Quello di Solunto è stato però accorpato, nell’unico parco della provincia di Palermo che comprende anche i siti di Himera e Monte Jato. Una “fusione” che ha interessato anche altri parchi archeologici sparsi per la Sicilia, che rispetto ai 20 previsti sono adesso complessivamente 14, compresi quelli già istituti. Un accorpamento formalizzato dal governatore Nello Musumeci, che ha assunto l’interim ai Beni culturali, dopo la morte di Tusa, sulla scia di una correzione che lo stesso assessore aveva paventato, per ragioni economiche.

Altare sacro con vasca

Così da domani, cittadini e turisti potranno nuovamente ammirare i tesori della più antica tra le aree di proprietà demaniale direttamente gestite dalla Soprintendenza di Palermo. Solunto, il cui antico nome deriverebbe da quello del brigante Solus, ucciso da Eracle, fu una delle tre colonie fenicie fondate nella Sicilia occidentale, insieme a Mozia e Palermo. Sono pochissime le notizie dell’origine del sito. Secondo Tucidide, il luogo sarebbe stato occupato dai fenici, al momento della prima colonizzazione greca. Dell’originario abitato punico sul promontorio di Solanto, rimangono oggi poche tracce a causa della recente crescita edilizia. Dopo essere stata saccheggiata e distrutta, insieme ad altre città fedeli ai cartaginesi, la nuova Solunto ellenistica viene ricostruita, dopo il 368 avanti Cristo, sul Monte Catalfano, dove rimase la sua sede definitiva. Nel 254, durante la prima guerra punica, la città, come tante altre, passò ai Romani. La notizia più tarda si ricava dall’unica iscrizione latina scoperta a Solunto, una dedica della res publica Soluntinorum a Fulvia Plautilla, moglie di Caracalla. A giudicare dai materiali archeologici sembra che il sito, semideserto e in decadenza già dal I secolo, sia stato definitivamente abbandonato poco più tardi.

Mosaico nella Casa di Leda

Oggi le rovine dell’antica città sono ben conservate. Attraversando un percorso su un impianto regolare, le vie si diramano ai lati di una larga strada principale lastricata che attraversa tutta l’area, giungendo all’agorà e alla zona pubblica. L’architettura domestica si presenta di notevole interesse con case organizzate su più piani e ambienti distribuiti intorno a peristili. Tra le abitazioni, spicca la Casa di Leda, per la sua ampiezza e per i pavimenti in opus signinum e mosaico. L’agorà, invece, è delimitata da una cisterna pubblica di fronte alla quale è posizionato un complesso termale con pavimenti a mosaico. Dalla piazza poi è possibile accedere direttamente alle rovine del teatro, un tempo decorato con cariatidi e che poteva contare su una capienza di 1200 spettatori.

Infine nell’Antiquarium è possibile visionare la maggior parte dei reperti, nel padiglione A vengono presentati i temi connessi all’urbanistica e all’architettura pubblica e domestica, mentre nel padiglione B è presente tutta la documentazione prodotta dai nuovi scavi e quella relativa alla cultura materiale della città, dal periodo punico sino all’epoca romano-imperiale.

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Il fascino degli arabeschi nel Codice Resta ritrovato

Torna a Palermo dopo vent’anni il prezioso volume restaurato, uno dei documenti più importanti nel panorama del disegno ornamentale

di Marco Russo

È uno dei documenti più importanti d’Europa nel panorama del collezionismo del disegno ornamentale. Il Codice Resta, noto anche come Libro d’Arabeschi, è finalmente tornato a Palermo dopo oltre 20 anni di permanenza a Roma dove è stato restaurato dall’Istituto Centrale per la Grafica e fatto oggetto di studi approfonditi. Da pochi giorni si trova nuovamente a “casa”, nella Biblioteca comunale di Casa Professa, dove era stato ritrovato alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, dall’allora direttore Salvatore Pedone, e da Vincenzo Abbate, al tempo alla guida della Galleria regionale di Palazzo Abatellis.

Veduta di piazza San Giovanni in Laterano

Rilegato in marocchino rosso con decorazione incisa in oro, il volume, che prende il nome da padre Sebastiano Resta, noto collezionista d’arte del Seicento, è composto da 242 pagine sulle quali sono stati incollati 307 pezzi e precisamente 292 disegni e 15 stampe, risalenti al Cinquecento e Seicento. La presenza a Palermo del Libro d’Arabeschi si spiega col fatto che intorno al 1690, Resta lo spedì al suo amico e corrispondente padre Giuseppe del Voglia, un oratoriano della Congregazione dell’Olivella di Palermo, anch’egli appassionato collezionista d’arte e particolarmente interessato ai disegni che riproducessero architetture o decorazioni. L’ambizioso progetto di Resta fu quello di ricostruire la storia dell’arte italiana attraverso il disegno, attraverso volumi che comprendessero raccolte di grafica, corredate da suoi commenti eruditi.

Di questa corposa raccolta oggi si conoscono solo altri quattro esemplari ancora integri, due dei quali conservati al British Museum di Londra, un piccolo taccuino del Figino oggi al Metropolitan Museum di New York e una Galleria portatile conservata nella Biblioteca ambrosiana di Milano. Il volume di Palermo apporta, dunque, un importante contributo alla conoscenza del gusto decorativo dalla fine del Quattrocento al Seicento e illumina la storia del collezionismo e del mercato dell’arte del XVII secolo. Il lungo restauro del Codice Resta è stato condotto dall’Istituto Centrale della Grafica di Roma, frutto di un articolato progetto conservativo, curato dal Laboratorio di restauro opere d’arte su carta, diretto da Fabio Fiorani, che ha previsto analisi diagnostiche preliminari, documentazione grafica e fotografica e interventi conservativi che hanno interessato la legatura, la coperta e tutte le carte componenti il volume.

Theodor van Thulden, studio di fregio con corazze, guanti ed elmi

Il Libro d’Arabeschi, che comprende opere di artisti quali Pietro da Cortona, Giulio Romano, Perin del Vaga, Francesco Salviati e Jacopo Barozzi detto “il Vignola”, è stato manomesso nel corso dei secoli. Manca, infatti, la pagina di titolazione, comune a tutti i volumi del Resta, che secondo la testimonianza dello stesso collezionista, avrebbe dovuto essere lo studio di grottesche di Giovanni da Udine. I primi due disegni sono incollati direttamente sull’interno della legatura, fatto inusuale, ed è probabile che il volume si sia deteriorato nei primi fogli, con la perdita del frontespizio e forse anche della pagina di titolo. Nella parte finale, invece, il volume si è conservato nella sua integrità.

Il Codice Resta comprende disegni dell’antico o all’antica, ispirati dalle teorie classiciste cinque-seicentesche e dallo studio dei prototipi classici, conoscenze indispensabili per gli artisti del tempo. Ma il filone portante è quello dello studio di volte e decorazioni “grottesche”. Si tratta per la maggior parte di progetti riconducibili a artisti attivi a Roma e nei dintorni nella seconda metà del XVI secolo, che consentono nel loro insieme di ripercorrere lo sviluppo della decorazione nei cantieri romani più importanti dal 1540 al 1590 circa. Sono disegni raffiguranti forme vegetali di fantasia, miste a figure umane e mostruose o animali, per lo più immaginari, in composizioni bizzarre, con architetture e prospettive,secondo una rilettura fantastica del modello antico.

Camino veneziano di fine ‘500

I disegni più attraenti del volume sono quelli dedicati all’oreficeria, con 32 studi che testimoniano l’importanza, nel Cinquecento, del disegno e della progettazione di oggetti d’arte applicata. E ancora, sono presenti disegni per ornato architettonico, costituiti da numerosi studi per fregi, copie di motivi all’antica di festoni, studi per elementi di arredo e disegni per soffitti lignei; disegni di trofei e alla fine del volume vedute di Roma e paesaggi.

Il ritorno del Codice Resta a Palermo è stato salutato con una cerimonia nella Biblioteca di Casa Professa, a cui erano presenti, tra gli altri, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, l’assessore alla Cultura, Adham Darawsha, e la direttrice della biblioteca Eliana Calandra. “Torna dopo una lunga azione di restauro – ha dichiarato il sindaco – la straordinaria collezione di Sebastiano Resta, che con queste opere credo si possa considerare il padre dello studio sistemico del disegno, che poi nel tempo ha acquisito una propria dignità artistica e culturale autonoma e non soltanto servente di altre attività artistiche e architettoniche”.

Torna a Palermo dopo vent’anni il prezioso volume restaurato, uno dei documenti più importanti nel panorama del disegno ornamentale

di Marco Russo

È uno dei documenti più importanti d’Europa nel panorama del collezionismo del disegno ornamentale. Il Codice Resta, noto anche come Libro d’Arabeschi, è finalmente tornato a Palermo dopo oltre 20 anni di permanenza a Roma dove è stato restaurato dall’Istituto Centrale per la Grafica e fatto oggetto di studi approfonditi. Da pochi giorni si trova nuovamente a “casa”, nella Biblioteca comunale di Casa Professa, dove era stato ritrovato alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, dall’allora direttore Salvatore Pedone, e da Vincenzo Abbate, al tempo alla guida della Galleria regionale di Palazzo Abatellis.

Veduta di piazza San Giovanni in Laterano

Rilegato in marocchino rosso con decorazione incisa in oro, il volume, che prende il nome da padre Sebastiano Resta, noto collezionista d’arte del Seicento, è composto da 242 pagine sulle quali sono stati incollati 307 pezzi e precisamente 292 disegni e 15 stampe, risalenti al Cinquecento e Seicento. La presenza a Palermo del Libro d’Arabeschi si spiega col fatto che intorno al 1690, Resta lo spedì al suo amico e corrispondente padre Giuseppe del Voglia, un oratoriano della Congregazione dell’Olivella di Palermo, anch’egli appassionato collezionista d’arte e particolarmente interessato ai disegni che riproducessero architetture o decorazioni. L’ambizioso progetto di Resta fu quello di ricostruire la storia dell’arte italiana attraverso il disegno, attraverso volumi che comprendessero raccolte di grafica, corredate da suoi commenti eruditi.

Di questa corposa raccolta oggi si conoscono solo altri quattro esemplari ancora integri, due dei quali conservati al British Museum di Londra, un piccolo taccuino del Figino oggi al Metropolitan Museum di New York e una Galleria portatile conservata nella Biblioteca ambrosiana di Milano. Il volume di Palermo apporta, dunque, un importante contributo alla conoscenza del gusto decorativo dalla fine del Quattrocento al Seicento e illumina la storia del collezionismo e del mercato dell’arte del XVII secolo. Il lungo restauro del Codice Resta è stato condotto dall’Istituto Centrale della Grafica di Roma, frutto di un articolato progetto conservativo, curato dal Laboratorio di restauro opere d’arte su carta, diretto da Fabio Fiorani, che ha previsto analisi diagnostiche preliminari, documentazione grafica e fotografica e interventi conservativi che hanno interessato la legatura, la coperta e tutte le carte componenti il volume.

Theodor van Thulden, studio di fregio con corazze, guanti ed elmi

Il Libro d’Arabeschi, che comprende opere di artisti quali Pietro da Cortona, Giulio Romano, Perin del Vaga, Francesco Salviati e Jacopo Barozzi detto “il Vignola”, è stato manomesso nel corso dei secoli. Manca, infatti, la pagina di titolazione, comune a tutti i volumi del Resta, che secondo la testimonianza dello stesso collezionista, avrebbe dovuto essere lo studio di grottesche di Giovanni da Udine. I primi due disegni sono incollati direttamente sull’interno della legatura, fatto inusuale, ed è probabile che il volume si sia deteriorato nei primi fogli, con la perdita del frontespizio e forse anche della pagina di titolo. Nella parte finale, invece, il volume si è conservato nella sua integrità.

Il Codice Resta comprende disegni dell’antico o all’antica, ispirati dalle teorie classiciste cinque-seicentesche e dallo studio dei prototipi classici, conoscenze indispensabili per gli artisti del tempo. Ma il filone portante è quello dello studio di volte e decorazioni “grottesche”. Si tratta per la maggior parte di progetti riconducibili a artisti attivi a Roma e nei dintorni nella seconda metà del XVI secolo, che consentono nel loro insieme di ripercorrere lo sviluppo della decorazione nei cantieri romani più importanti dal 1540 al 1590 circa. Sono disegni raffiguranti forme vegetali di fantasia, miste a figure umane e mostruose o animali, per lo più immaginari, in composizioni bizzarre, con architetture e prospettive,secondo una rilettura fantastica del modello antico.

Camino veneziano di fine ‘500

I disegni più attraenti del volume sono quelli dedicati all’oreficeria, con 32 studi che testimoniano l’importanza, nel Cinquecento, del disegno e della progettazione di oggetti d’arte applicata. E ancora, sono presenti disegni per ornato architettonico, costituiti da numerosi studi per fregi, copie di motivi all’antica di festoni, studi per elementi di arredo e disegni per soffitti lignei; disegni di trofei e alla fine del volume vedute di Roma e paesaggi.

Il ritorno del Codice Resta a Palermo è stato salutato con una cerimonia nella Biblioteca di Casa Professa, a cui erano presenti, tra gli altri, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, l’assessore alla Cultura, Adham Darawsha, e la direttrice della biblioteca Eliana Calandra. “Torna dopo una lunga azione di restauro – ha dichiarato il sindaco – la straordinaria collezione di Sebastiano Resta, che con queste opere credo si possa considerare il padre dello studio sistemico del disegno, che poi nel tempo ha acquisito una propria dignità artistica e culturale autonoma e non soltanto servente di altre attività artistiche e architettoniche”.

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L’Infiorata di Noto a New York nel segno degli emigrati

L’edizione di quest’anno sarà presentata al Consolato d’Italia della Grande Mela ed è dedicata alle storie dei siciliani andati in America in cerca di fortuna

di Marco Russo

I sogni e le storie dei siciliani sbarcati in America saranno al centro della 40esima edizione dell’Infiorata di Noto, che, come ogni anno, si prepara a salutare la primavera con il colorato tappeto di fiori in via Nicolaci. Un tema quanto mai attuale quello dell’emigrazione, fenomeno che tra ‘800 e ‘900 ha visto protagonisti milioni italiani, in cerca di fortuna oltre l’Oceano.

Uno dei balconi di Palazzo Nicolaci

La macchina organizzativa è già al lavoro da mesi per l’appuntamento in programma dal 17 al 19 maggio, ma adesso l’evento, inserito anche nel calendario degli appuntamenti promossi dalla Regione Siciliana, si prepara a sbarcare negli Stati Uniti. Il 4 aprile, infatti, la nuova edizione dell’Infiorata sarà presentata al Consolato generale d’Italia a New York. Dopo l’edizione 2017 dedicata al Principato di Monaco e quella 2018 alla Cina, l’edizione di quest’anno, dunque, racconterà memorie individuali e di comunità, storie normali ed eccezionali, passato e avanguardia dell’essere siciliani in America. Così, i bozzetti realizzati dai maestri infioratori netini, le mostre allestite, i workshop organizzati e gli spettacoli in programma saranno ispirati ai siciliani che hanno iniziato una nuova vita tra Canada e Stati Uniti.

All’incontro di New York, oltre al sindaco di Noto, Corrado Bonfanti, il vicesindaco e assessore alla Cultura, Frankie Terranova, e l’assessore al Turismo, Giusi Solerte, parteciperanno i rappresentanti di diverse comunità di siciliani residenti negli Stati Uniti, invitati dal Consolato d’Italia e le eccellenze che hanno saputo raccontare la Sicilia in America. Per l’occasione, inoltre, saranno illustrati i bozzetti realizzati per la nuova edizione dell’Infiorata di via Nicolaci.

Frankie Terranova, Corrado Bonfanti e Giusi Solerte

Intanto, è stato presentato da poco il progetto grafico scelto dall’amministrazione per la prossima edizione dell’evento, che ha come titolo “Vieni ca ti cuntu. Storie di siciliani in America”. Il manifesto ritrae un francobollo con il blu dell’Oceano Atlantico e la Statua della Libertà su cui “scendono” i petali tricolore che fuoriescono dal leone di Palazzo Nicolaci, uno dei gioielli barocchi più importanti di Noto. Il manifesto è stato ideato dai designer Giuseppe e Federica Savarino, i quali hanno colto al volo il messaggio che l’amministrazione comunale vuole lanciare attraverso la prossima Infiorata. “L’Infiorata di via Nicolaci – spiega il sindaco Bonfanti – è espressione di bellezza ormai riconosciuta di Noto e della Sicilia nel Mondo. Con la nuova edizione ci piace immaginare che possa offrire un contributo per riportare a casa la sicilianità presente nel Mondo”.

“Quest’anno – aggiunge il vicesindaco Terranova – abbiamo scelto un tema che non è solo celebrazione della memoria, ma che esalta anche la capacità dei siciliani d’inserirsi in nuovi contesti. Dunque, non solo un sguardo al passato, ma anche alle nuove eccellenze che hanno saputo ritagliarsi uno spazio lontano da casa. Porteremo a New York una tradizione, come quella dell’Infiorata, ormai fortemente identitaria non solo per la nostra città, ma per un intero territorio che ha tanto da raccontare”.

L’edizione di quest’anno sarà presentata al Consolato d’Italia della Grande Mela ed è dedicata alle storie dei siciliani andati in America in cerca di fortuna

di Marco Russo

I sogni e le storie dei siciliani sbarcati in America saranno al centro della 40esima edizione dell’Infiorata di Noto, che, come ogni anno, si prepara a salutare la primavera con il colorato tappeto di fiori in via Nicolaci. Un tema quanto mai attuale quello dell’emigrazione, fenomeno che tra ‘800 e ‘900 ha visto protagonisti milioni italiani, in cerca di fortuna oltre l’Oceano.

Uno dei balconi di Palazzo Nicolaci

La macchina organizzativa è già al lavoro da mesi per l’appuntamento in programma dal 17 al 19 maggio, ma adesso l’evento, inserito anche nel calendario degli appuntamenti promossi dalla Regione Siciliana, si prepara a sbarcare negli Stati Uniti. Il 4 aprile, infatti, la nuova edizione dell’Infiorata sarà presentata al Consolato generale d’Italia a New York. Dopo l’edizione 2017 dedicata al Principato di Monaco e quella 2018 alla Cina, l’edizione di quest’anno, dunque, racconterà memorie individuali e di comunità, storie normali ed eccezionali, passato e avanguardia dell’essere siciliani in America. Così, i bozzetti realizzati dai maestri infioratori netini, le mostre allestite, i workshop organizzati e gli spettacoli in programma saranno ispirati ai siciliani che hanno iniziato una nuova vita tra Canada e Stati Uniti.

All’incontro di New York, oltre al sindaco di Noto, Corrado Bonfanti, il vicesindaco e assessore alla Cultura, Frankie Terranova, e l’assessore al Turismo, Giusi Solerte, parteciperanno i rappresentanti di diverse comunità di siciliani residenti negli Stati Uniti, invitati dal Consolato d’Italia e le eccellenze che hanno saputo raccontare la Sicilia in America. Per l’occasione, inoltre, saranno illustrati i bozzetti realizzati per la nuova edizione dell’Infiorata di via Nicolaci.

Frankie Terranova, Corrado Bonfanti e Giusi Solerte

Intanto, è stato presentato da poco il progetto grafico scelto dall’amministrazione per la prossima edizione dell’evento, che ha come titolo “Vieni ca ti cuntu. Storie di siciliani in America”. Il manifesto ritrae un francobollo con il blu dell’Oceano Atlantico e la Statua della Libertà su cui “scendono” i petali tricolore che fuoriescono dal leone di Palazzo Nicolaci, uno dei gioielli barocchi più importanti di Noto. Il manifesto è stato ideato dai designer Giuseppe e Federica Savarino, i quali hanno colto al volo il messaggio che l’amministrazione comunale vuole lanciare attraverso la prossima Infiorata. “L’Infiorata di via Nicolaci – spiega il sindaco Bonfanti – è espressione di bellezza ormai riconosciuta di Noto e della Sicilia nel Mondo. Con la nuova edizione ci piace immaginare che possa offrire un contributo per riportare a casa la sicilianità presente nel Mondo”.

“Quest’anno – aggiunge il vicesindaco Terranova – abbiamo scelto un tema che non è solo celebrazione della memoria, ma che esalta anche la capacità dei siciliani d’inserirsi in nuovi contesti. Dunque, non solo un sguardo al passato, ma anche alle nuove eccellenze che hanno saputo ritagliarsi uno spazio lontano da casa. Porteremo a New York una tradizione, come quella dell’Infiorata, ormai fortemente identitaria non solo per la nostra città, ma per un intero territorio che ha tanto da raccontare”.

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Le Vie dei Tesori salvano due corali del ‘500

Si è concluso il contest del festival per scegliere uno fra quattro beni trapanesi bisognosi di un restauro. Vincono le antiche pergamene custodite nella Biblioteca Fardelliana

di Marco Russo

Sono i due preziosi corali manoscritti del ‘500, custoditi nella Biblioteca Fardelliana di Trapani, ad aver vinto il contest del festival Le Vie dei Tesori. Si è chiuso il sondaggio online per scegliere uno fra quattro beni trapanesi, bisognosi di un restauro. Dopo il contest di Palermo, dove è stato restaurato un salottino che fa bella mostra di sé a Palazzo Mirto e la seduta dei banchi dell’Oratorio delle Dame, quest’anno protagonista è stata la Città falcata, in cui per la prima volta, l’anno scorso, il festival è approdato con successo, anche grazie alla preziosa collaborazione dell’associazione Agorà.

Corali manoscritti

Dopo un lungo testa a testa, alla fine i trapanesi hanno scelto di restaurare due corali manoscritti per le liturgie religiose in pergamena rivestite di pelle, che si trovano alla Biblioteca Fardelliana (che è titolare del bene) e provengono dalla chiesa di San Domenico. Le antiche pergamene, realizzate nel XVI secolo, presentano delle alterazioni alla colorazione originale e uno stato di degrado piuttosto evidente. In alcuni casi mancano lembi di pagine. Anche le rilegature in legno e pelle sono fatiscenti e mancanti del dorso. L’intervento riguarderà sia la rilegatura, sia le pagine interne, in modo da bloccare l’avanzamento del degrado.

I corali hanno vinto con il 32 per cento delle preferenze, scavalcando le altre tre opere in gara. Al secondo posto, con il 30 per cento, è arrivata la struttura decorativa del Crocifisso ligneo dell’abside collocato nella Cappella della Mortificazione. Di poco staccato, sul gradino più basso del podio, invece, il Coro delle Domenicane di Santa Caterina da Siena, che si trova nella chiesa di Santa Maria del Soccorso, detta Badia Nuova, che ha raccolto il 27 per cento delle preferenze. Chiude la classifica, al quarto posto, con l’11 per cento, la scala a chiocciola di accesso alla torretta di Palazzo Riccio di San Gioacchino.

I manoscritti e i corali della Biblioteca Fardelliana sono complessivamente 446. La maggior parte di questi proviene dalle disciolte corporazioni religiose, alcuni facevano invece parte della libreria del generale Giovan Battista Fardella, primo nucleo della biblioteca.

Si è concluso il contest del festival per scegliere uno fra quattro beni trapanesi bisognosi di un restauro. Vincono le antiche pergamente custodite nella Biblioteca Fardelliana

di Marco Russo

Sono i due preziosi corali manoscritti del ‘500, custoditi nella Biblioteca Fardelliana di Trapani, ad aver vinto il contest del festival Le Vie dei Tesori. Si è chiuso il sondaggio online per scegliere uno fra quattro beni trapanesi, bisognosi di un restauro. Dopo il contest di Palermo, dove è stato restaurato un salottino che fa bella mostra di sé a Palazzo Mirto e la seduta dei banchi dell’Oratorio delle Dame, quest’anno protagonista è stata la Città falcata, in cui per la prima volta, l’anno scorso, il festival è approdato con successo, anche grazie alla preziosa collaborazione dell’associazione Agorà.

Corali manoscritti

Dopo un lungo testa a testa, alla fine i trapanesi hanno scelto di restaurare due corali manoscritti per le liturgie religiose in pergamena rivestite di pelle, che si trovano alla Biblioteca Fardelliana (che è titolare del bene) e provengono dalla chiesa di San Domenico. Le antiche pergamene, realizzate nel XVI secolo, presentano delle alterazioni alla colorazione originale e uno stato di degrado piuttosto evidente. In alcuni casi mancano lembi di pagine. Anche le rilegature in legno e pelle sono fatiscenti e mancanti del dorso. L’intervento riguarderà sia la rilegatura, sia le pagine interne, in modo da bloccare l’avanzamento del degrado.

I corali hanno vinto con il 32 per cento delle preferenze, scavalcando le altre tre opere in gara. Al secondo posto, con il 30 per cento, è arrivata la struttura decorativa del Crocifisso ligneo dell’abside collocato nella Cappella della Mortificazione. Di poco staccato, sul gradino più basso del podio, invece, il Coro delle Domenicane di Santa Caterina da Siena, che si trova nella chiesa di Santa Maria del Soccorso, detta Badia Nuova, che ha raccolto il 27 per cento delle preferenze. Chiude la classifica, al quarto posto, con l’11 per cento, la scala a chiocciola di accesso alla torretta di Palazzo Riccio di San Gioacchino.

I manoscritti e i corali della Biblioteca Fardelliana sono complessivamente 446. La maggior parte di questi proviene dalle disciolte corporazioni religiose, alcuni facevano invece parte della libreria del generale Giovan Battista Fardella, primo nucleo della biblioteca.

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Nasce a Salemi l’Ecomuseo del pane e del grano

L’esposizione prevede reportage fotografici, video e installazioni che guideranno i visitatori lungo un filo conduttore legato a un’arcaica tradizione

di Marco Russo

Il pane come simbolo di sacralità, tra folklore e devozione. Una tradizione arcaica, legata ai culti di fertilità della terra in onore della dea delle messi, Demetra per i greci, Cerere per i romani. E poi i tanti altari di pane che ogni anno riempiono la città. Quest’anno il rito della “Cena” di San Giuseppe a Salemi, avrà un sapore speciale. Prende vita, infatti, l’Ecomuseo del grano e del pane, una nuova esposizione permanente che verrà inaugurata domenica 17 marzo alle 16.30, dal sindaco Domenico Venuti, nell’ambito della settimana dedicata alla Festa di San Giuseppe.

Sono complessivamente 13 le tappe che compongono il percorso dell’Ecomuseo, divise in tre sezioni tematiche, dal grano al pane e il rito della “Cena” di San Giuseppe. Si tratta di nuovo tassello del Sistema museale che ha trovato posto all’interno dell’ex collegio dei Gesuiti della cittadina trapanese. L’esposizione, nata con il coordinamento di Giuseppe Maiorana, prevede reportage fotografici, video e installazioni che guideranno i visitatori lungo un unico filo conduttore che lega Salemi e il suo territorio alla tradizione del pane.

“Con l’inaugurazione dell’Ecomuseo del grano e del pane si chiude un percorso fatto di lavoro e di studio – afferma Venuti -. Accogliamo idealmente questo nuovo componente nella nostra già ricca famiglia di musei. Una nuova sezione che punta sul grano e sul pane rituale, due elementi cardine della tradizione salemitana, arricchendo ulteriormente l’offerta culturale messa sul piatto dalla nostra città”.

L’Ecomuseo, che ha ottenuto il patrocinio degli assessorati ai Beni culturali e al Turismo della Regione Siciliana, è stato allestito con le collaborazioni del laboratorio Design del dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, guidato da Viviana Trapani e con Serena Del Puglia, e del Polo museale regionale di Palazzo Riso, diretto da Patrizia Li Vigni. All’inaugurazione – nel corso della quale verrà ricordato l’assessore ai Beni culturali della Regione Siciliana, Sebastiano Tusa, recentemente scomparso in un incidente aereo in Etiopia – interverrà anche Rossella Giglio, direttore del Parco archeologico di Segesta. L’Ecomuseo del grano e del pane andrà ad aggiungersi alle quattro sezioni già presenti all’interno dell’ex collegio dei Gesuiti: Arte sacra, Risorgimento, Archeologia e Museo della mafia-Officina della legalità.

L’esposizione prevede reportage fotografici, video e installazioni che guideranno i visitatori lungo un filo conduttore legato a un’arcaica tradizione

di Marco Russo

Il pane come simbolo di sacralità, tra folklore e devozione. Una tradizione arcaica, legata ai culti di fertilità della terra in onore della dea delle messi, Demetra per i greci, Cerere per i romani. E poi i tanti altari di pane che ogni anno riempiono la città. Quest’anno il rito della “Cena” di San Giuseppe a Salemi, avrà un sapore speciale. Prende vita, infatti, l’Ecomuseo del grano e del pane, una nuova esposizione permanente che verrà inaugurata domenica 17 marzo alle 16.30, dal sindaco Domenico Venuti, nell’ambito della settimana dedicata alla Festa di San Giuseppe.

Sono complessivamente 13 le tappe che compongono il percorso dell’Ecomuseo, divise in tre sezioni tematiche, dal grano al pane e il rito della “Cena” di San Giuseppe. Si tratta di nuovo tassello del Sistema museale che ha trovato posto all’interno dell’ex collegio dei Gesuiti della cittadina trapanese. L’esposizione, nata con il coordinamento di Giuseppe Maiorana, prevede reportage fotografici, video e installazioni che guideranno i visitatori lungo un unico filo conduttore che lega Salemi e il suo territorio alla tradizione del pane.

“Con l’inaugurazione dell’Ecomuseo del grano e del pane si chiude un percorso fatto di lavoro e di studio – afferma Venuti -. Accogliamo idealmente questo nuovo componente nella nostra già ricca famiglia di musei. Una nuova sezione che punta sul grano e sul pane rituale, due elementi cardine della tradizione salemitana, arricchendo ulteriormente l’offerta culturale messa sul piatto dalla nostra città”.

L’Ecomuseo, che ha ottenuto il patrocinio degli assessorati ai Beni culturali e al Turismo della Regione Siciliana, è stato allestito con le collaborazioni del laboratorio Design del dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, guidato da Viviana Trapani e con Serena Del Puglia, e del Polo museale regionale di Palazzo Riso, diretto da Patrizia Li Vigni. All’inaugurazione – nel corso della quale verrà ricordato l’assessore ai Beni culturali della Regione Siciliana, Sebastiano Tusa, recentemente scomparso in un incidente aereo in Etiopia – interverrà anche Rossella Giglio, direttore del Parco archeologico di Segesta. L’Ecomuseo del grano e del pane andrà ad aggiungersi alle quattro sezioni già presenti all’interno dell’ex collegio dei Gesuiti: Arte sacra, Risorgimento, Archeologia e Museo della mafia-Officina della legalità.

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Tusa, il mare e quelle immersioni nella storia

L’assessore e studioso siciliano è stato uno dei pionieri degli studi di archeologia subacquea, dando vita vent’anni fa al primo gruppo di ricerca nell’Isola

di Marco Russo

I tesori del mare per lui non avevano segreti. Sebastiano Tusa fu uno dei pionieri delle ricerche di archeologia subacquea e conosceva i gioielli dei fondali siciliani come pochi. L’assessore ai Beni culturali della Regione, scomparso nel disastro aereo dell’Ethiopian Airlines, era riuscito a coniugare la sua passione per il mare con quella per la storia, dando vita vent’anni fa al primo gruppo per la ricerca archeologica subacquea in Sicilia. Era il 1999 quando nacque il Giass (Gruppo d’indagine archeologica subacquea Sicilia), costituito da pochi appassionati all’interno dell’amministrazione regionale che avevano il brevetto di sub. Il gruppo, successivamente, si ampliò e strutturò ancor di più, trasformandosi in Scrass (Servizio coordinamento ricerche archeologiche sottomarine). Composto da una dozzina di esperti, avviò le prime ricerche, tra cui quella più importante nelle Egadi, dove si iniziarono a censire per la prima volta tutti i siti archeologici.

Da lì alla nascita della Soprintendenza del Mare il passo è breve. Nel 2004 si costituì la decima soprintendenza siciliana, con compiti di ricerca, censimento, tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle sue isole minori. L’istituzione della Soprintendenza del Mare, voluta da Tusa e attualmente diretta da Adriana Fresina, qualifica la Regione Siciliana nelle politiche per la tutela delle sue risorse archeologiche sottomarine, ispirandosi alla Grecia che – unica in Europa – possiede una struttura analoga.

Sebastiano Tusa

“Tusa per la prima volta volle dare vita a un nucleo strutturato di sub, come quello delle forze dell’ordine – ricorda Salvo Emma, del Gabinetto dell’assessore e suo stretto collaboratore sin dai tempi della Soprintendenza del mare – . Era un gruppo ben organizzato, tutti i sub avevano un decreto di immersione con visite mediche annuali ed erano sottoposti alle stesse leggi e norme dei nuclei subacquei delle pubbliche amministrazioni. Poi dal 2004 il grande salto: da un primo nucleo di cinque persone, arrivammo a 21 elementi e cominciammo ad avere i primi fondi, partecipando ai progetti europei”.

Così arrivarono le prime grandi scoperte, come quelle legate alla battaglia delle Egadi, che Tusa studiò molto attentamente, scoprendo con precisione lo svolgersi della giornata e il luogo preciso dove avvenne lo scontro, fino ad allora ancora incerto. Battaglia che, per ironia della sorte, avvenne il 10 marzo, lo stesso giorno della morte dell’assessore. “A Sebastiano ci legano ricordi bellissimi, – fanno sapere dalla Soprintendenza del Mare – un lungo impegno quasi ad inseguire, tra mille difficoltà, il sogno di una Sicilia diversa e bellissima. Per lui che aveva il cuore rivolto al passato ma la mente proiettata al futuro, il lavoro era una forma di impegno civile, totale e totalizzante, cui si dedicava interamente senza mai fermarsi o abbattersi. Con un entusiasmo che non cessava mai di colpirti e di coinvolgerti”.

L’assessore e studioso siciliano è stato uno dei pionieri degli studi di archeologia subacquea, dando vita vent’anni fa al primo gruppo di ricerca nell’Isola

di Marco Russo

I tesori del mare per lui non avevano segreti. Sebastiano Tusa fu uno dei pionieri delle ricerche di archeologia subacquea e conosceva i gioielli dei fondali siciliani come pochi. L’assessore ai Beni culturali della Regione, scomparso nel disastro aereo dell’Ethiopian Airlines, era riuscito a coniugare la sua passione per il mare con quella per la storia, dando vita vent’anni fa al primo gruppo per la ricerca archeologica subacquea in Sicilia. Era il 1999 quando nacque il Giass (Gruppo d’indagine archeologica subacquea Sicilia), costituito da pochi appassionati all’interno dell’amministrazione regionale che avevano il brevetto di sub. Il gruppo, successivamente, si ampliò e strutturò ancor di più, trasformandosi in Scrass (Servizio coordinamento ricerche archeologiche sottomarine). Composto da una dozzina di esperti, avviò le prime ricerche, tra cui quella più importante nelle Egadi, dove si iniziarono a censire per la prima volta tutti i siti archeologici.

Da lì alla nascita della Soprintendenza del Mare il passo è breve. Nel 2004 si costituì la decima soprintendenza siciliana, con compiti di ricerca, censimento, tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle sue isole minori. L’istituzione della Soprintendenza del Mare, voluta da Tusa e attualmente diretta da Adriana Fresina, qualifica la Regione Siciliana nelle politiche per la tutela delle sue risorse archeologiche sottomarine, ispirandosi alla Grecia che – unica in Europa – possiede una struttura analoga.

Sebastiano Tusa

“Tusa per la prima volta volle dare vita a un nucleo strutturato di sub, come quello delle forze dell’ordine – ricorda Salvo Emma, del Gabinetto dell’assessore e suo stretto collaboratore sin dai tempi della Soprintendenza del mare – . Era un gruppo ben organizzato, tutti i sub avevano un decreto di immersione con visite mediche annuali ed erano sottoposti alle stesse leggi e norme dei nuclei subacquei delle pubbliche amministrazioni. Poi dal 2004 il grande salto: da un primo nucleo di cinque persone, arrivammo a 21 elementi e cominciammo ad avere i primi fondi, partecipando ai progetti europei”.

Così arrivarono le prime grandi scoperte, come quelle legate alla battaglia delle Egadi, che Tusa studiò molto attentamente, scoprendo con precisione lo svolgersi della giornata e il luogo preciso dove avvenne lo scontro, fino ad allora ancora incerto. Battaglia che, per ironia della sorte, avvenne il 10 marzo, lo stesso giorno della morte dell’assessore. “A Sebastiano ci legano ricordi bellissimi, – fanno sapere dalla Soprintendenza del Mare – un lungo impegno quasi ad inseguire, tra mille difficoltà, il sogno di una Sicilia diversa e bellissima. Per lui che aveva il cuore rivolto al passato ma la mente proiettata al futuro, il lavoro era una forma di impegno civile, totale e totalizzante, cui si dedicava interamente senza mai fermarsi o abbattersi. Con un entusiasmo che non cessava mai di colpirti e di coinvolgerti”.

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