Il futuro del Teatro Garibaldi in attesa del rilancio

L’intenzione del Comune è quella di lasciare la gestione alla Fondazione Manifesta 12 Palermo, che si occuperà dei lavori di adeguamento

di Giulio Giallombardo

È stato il quartier generale di Manifesta, la biennale che l’anno scorso ha trasformato Palermo in capitale dell’arte contemporanea. A cinque mesi dalla fine della manifestazione, il futuro del Teatro Garibaldi resta sospeso, ancora in cerca di un’identità perduta. Il Comune, proprietario del monumento, lo scorso dicembre, non aveva ritenuto all’altezza le quattro proposte per la gestione del teatro, arrivate da associazioni che avevano risposto al bando predisposto dall’amministrazione. Al momento, l’intenzione è quella di lasciare il teatro in gestione fino alla fine dell’anno alla Fondazione Manifesta 12 Palermo, costituita dal Comune per la realizzazione della manifestazione.

Il palco del Teatro Garibaldi

Va in questa direzione la delibera di giunta approvata pochi giorni fa, che ha preso atto della convenzione tra Comune e Fondazione Manifesta 12 per eseguire lavori d’adeguamento nel teatro, dichiarandola immediatamente eseguibile. Nei prossimi giorni la Fondazione presenterà alla Regione Siciliana il progetto per il finanziamento dei lavori, attingendo ai fondi previsti dal bando sui teatri approvato dal Dipartimento regionale dei Beni culturali, che prevede contributi fino a 300mila euro per interventi nelle sedi dello spettacolo, sia pubbliche che private. I lavori, che secondo il cronoprogramma dovranno essere ultimati entro il 2019, prevedono interventi di manutenzione al soffitto ligneo, adeguamenti agli impianti e la dotazione di un service tecnico stabile, con luci, audio e proiettori.

La convenzione stipulata tra il Comune e la Fondazione Manifesta, necessaria per la presentazione della domanda di contributo, prevede, tra l’altro, che la destinazione d’uso del Teatro Garibaldi come sede di spettacoli, venga mantenuta per almeno dieci anni dalla data di conclusione dei lavori, come indicato nel bando regionale. D’altro canto, la Fondazione nominerà tutte le figure tecniche e professionali necessarie per l’attuazione del progetto, impegnandosi a richiedere preventivamente tutti i pareri agli uffici comunali competenti.

Ingresso del Teatro Garibaldi

Nel frattempo, il Teatro Garibaldi resterà comunque aperto, ospitando incontri ed eventi, ma senza una vera e propria programmazione artistica. “Il nostro obiettivo – spiega il direttore della Fondazione Manifesta 12, Roberto Albergoni, a Le Vie dei Tesori News – è quello di riconsegnare il teatro al Comune in condizioni perfettamente funzionanti, in modo che possa essere utilizzato secondo i criteri che poi l’ente deciderà. Intanto, vogliamo continuare a tenerlo aperto. Per questo abbiamo stilato un regolamento di utilizzo del teatro da parte di terzi, così che lo spazio continui a vivere. Il teatro è già in condizioni migliori rispetto a quando l’abbiamo preso, ma bisogna risolvere tutte le criticità che ancora ci sono per una fruizione più idonea”.

L’intenzione del Comune è quella di lasciare la gestione alla Fondazione Manifesta 12 Palermo, che si occuperà dei lavori di adeguamento

di Giulio Giallombardo

È stato il quartier generale di Manifesta, la biennale che l’anno scorso ha trasformato Palermo in capitale dell’arte contemporanea. A cinque mesi dalla fine della manifestazione, il futuro del Teatro Garibaldi resta sospeso, ancora in cerca di un’identità perduta. Il Comune, proprietario del monumento, lo scorso dicembre, non aveva ritenuto all’altezza le quattro proposte per la gestione del teatro, arrivate da associazioni che avevano risposto al bando predisposto dall’amministrazione. Al momento, l’intenzione è quella di lasciare il teatro in gestione fino alla fine dell’anno alla Fondazione Manifesta 12 Palermo, costituita dal Comune per la realizzazione della manifestazione.

Il palco del Teatro Garibaldi

Va in questa direzione la delibera di giunta approvata pochi giorni fa, che ha preso atto della convenzione tra Comune e Fondazione Manifesta 12 per eseguire lavori d’adeguamento nel teatro, dichiarandola immediatamente eseguibile. Nei prossimi giorni la Fondazione presenterà alla Regione Siciliana il progetto per il finanziamento dei lavori, attingendo ai fondi previsti dal bando sui teatri approvato dal Dipartimento regionale dei Beni culturali, che prevede contributi fino a 300mila euro per interventi nelle sedi dello spettacolo, sia pubbliche che private. I lavori, che secondo il cronoprogramma dovranno essere ultimati entro il 2019, prevedono interventi di manutenzione al soffitto ligneo, adeguamenti agli impianti e la dotazione di un service tecnico stabile, con luci, audio e proiettori.

La convenzione stipulata tra il Comune e la Fondazione Manifesta, necessaria per la presentazione della domanda di contributo, prevede, tra l’altro, che la destinazione d’uso del Teatro Garibaldi come sede di spettacoli, venga mantenuta per almeno dieci anni dalla data di conclusione dei lavori, come indicato nel bando regionale. D’altro canto, la Fondazione nominerà tutte le figure tecniche e professionali necessarie per l’attuazione del progetto, impegnandosi a richiedere preventivamente tutti i pareri agli uffici comunali competenti.

Ingresso del Teatro Garibaldi

Nel frattempo, il Teatro Garibaldi resterà comunque aperto, ospitando incontri ed eventi, ma senza una vera e propria programmazione artistica. “Il nostro obiettivo – spiega il direttore della Fondazione Manifesta 12, Roberto Albergoni, a Le Vie dei Tesori News – è quello di riconsegnare il teatro al Comune in condizioni perfettamente funzionanti, in modo che possa essere utilizzato secondo i criteri che poi l’ente deciderà. Intanto, vogliamo continuare a tenerlo aperto. Per questo abbiamo stilato un regolamento di utilizzo del teatro da parte di terzi, così che lo spazio continui a vivere. Il teatro è già in condizioni migliori rispetto a quando l’abbiamo preso, ma bisogna risolvere tutte le criticità che ancora ci sono per una fruizione più idonea”.

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Il Palazzo delle Finanze è pronto a risorgere

Dopo decenni di abbandono, l’edificio nel cuore di Palermo passerà dallo Stato alla Regione Siciliana che si occuperà del restauro, per poi trasformarlo in sede della Corte dei Conti

di Giulio Giallombardo

Il conto alla rovescia è iniziato. Mancano ormai pochi giorni e l’ex Palazzo delle Finanze, da decenni abbandonato nel centro storico di Palermo, passerà dallo Stato alla Regione Siciliana che è pronta a restaurarlo e a trasferirvi gli uffici della Corte dei Conti. Il passaggio di consegne del monumento è nell’elenco all’esame della Commissione paritetica Stato-Regione, presieduta da Enrico La Loggia, che si riunirà il 5 e 6 maggio. Dopo anni di tentativi andati a vuoto, dunque, lo storico palazzo di proprietà del ministero delle Finanze e assegnato in custodia all’Agenzia del Demanio, sarà acquisito a titolo gratuito dalla Regione.

Particolare della facciata

Un’idea che risale al 2011, quando il governo regionale era presieduto da Raffaele Lombardo ed era assessore all’Economia, Gaetano Armao, che oggi è tornato a ricoprire lo stesso incarico nella giunta Musumeci e a rilanciare il progetto. “Per noi è un’operazione assai vantaggiosa – ha spiegato Armao a Le Vie dei Tesori News – perché attualmente spendiamo circa un milione e 700mila euro all’anno di affitti, mentre per i lavori ci vorranno circa 17 milioni di euro. Di solito la capitalizzazione che si fa per le opere di ristrutturazione è a 20 anni, in questo caso acquisiremo direttamente l’immobile a titolo gratuito, risparmiando 35 milioni di affitto e spendendone 17 per il restauro. Ciò significa che già in 10 anni abbiamo ammortizzato i costi”.

Così, dopo quasi 30 anni di abbandono e saccheggi, è pronto a risorgere Palazzo Vicaria, edificio neoclassico in stile dorico-siculo, in via Vittorio Emanuele, davanti a piazza Marina, sorto dalla ristrutturazione delle carceri della Vicaria, edificate negli ultimi anni del Cinquecento e danneggiate più volte nel corso dei secoli. Dopo la costruzione delle nuove carceri borboniche nel piano dell’Ucciardone, all’inizio dell’800, il palazzo cambiò destinazione d’uso e fu ristrutturato tra il 1840 e il 1844 sotto la direzione dell’architetto Emanuele Palazzotto, per ospitare pochi anni dopo il Banco Regio dei Reali Domini, l’Intendenza delle Finanze e, in seguito, l’Agenzia delle Entrate.

Vecchio cartello dell’Agenzia delle Entrate

Quando gli uffici furono trasferiti agli inizi del 1990, iniziò un lento e inesorabile abbandono, costellato di saccheggi e vandalismi, che portò al sequestro preventivo nel 2013 da parte del nucleo Tutela del Patrimonio artistico della polizia municipale di Palermo. Nel corso degli anni furono rubati parecchi infissi dalla facciata rivolta verso il mare, parte della cancellata storica fu divelta o asportata, trasformando il palazzo in ricovero per senzatetto. Gli interni, poi, furono danneggiati pesantemente, con il furto di cavi e impianti elettrici, ma anche di fregi e elementi decorativi, come la grande statua raffigurante la Vittoria alata, opera di Antonio Ugo, rubata nel 2013, poi ritrovata in un deposito nel quartiere Danisinni e recentemente restaurata e esposta a Palazzo Ajutamicristo (ve ne abbiamo parlato qui). Adesso la Vicaria potrebbe lasciarsi alle spalle gli anni bui per sempre.

Dopo decenni di abbandono, l’edificio nel cuore di Palermo passerà dallo Stato alla Regione Siciliana che si occuperà del restauro, per poi trasformarlo in sede della Corte dei Conti

di Giulio Giallombardo

Il conto alla rovescia è iniziato. Mancano ormai pochi giorni e l’ex Palazzo delle Finanze, da decenni abbandonato nel centro storico di Palermo, passerà dallo Stato alla Regione Siciliana che è pronta a restaurarlo e a trasferirvi gli uffici della Corte dei Conti. Il passaggio di consegne del monumento è nell’elenco all’esame della Commissione paritetica Stato-Regione, presieduta da Enrico La Loggia, che si riunirà il 5 e 6 maggio. Dopo anni di tentativi andati a vuoto, dunque, lo storico palazzo di proprietà del ministero delle Finanze e assegnato in custodia all’Agenzia del Demanio, sarà acquisito a titolo gratuito dalla Regione.

Particolare della facciata

Un’idea che risale al 2011, quando il governo regionale era presieduto da Raffaele Lombardo ed era assessore all’Economia, Gaetano Armao, che oggi è tornato a ricoprire lo stesso incarico nella giunta Musumeci e a rilanciare il progetto. “Per noi è un’operazione assai vantaggiosa – ha spiegato Armao a Le Vie dei Tesori News – perché attualmente spendiamo circa un milione e 700mila euro all’anno di affitti, mentre per i lavori ci vorranno circa 17 milioni di euro. Di solito la capitalizzazione che si fa per le opere di ristrutturazione è a 20 anni, in questo caso acquisiremo direttamente l’immobile a titolo gratuito, risparmiando 35 milioni di affitto e spendendone 17 per il restauro. Ciò significa che già in 10 anni abbiamo ammortizzato i costi”.

Così, dopo quasi 30 anni di abbandono e saccheggi, è pronto a risorgere Palazzo Vicaria, edificio neoclassico in stile dorico-siculo, in via Vittorio Emanuele, davanti a piazza Marina, sorto dalla ristrutturazione delle carceri della Vicaria, edificate negli ultimi anni del Cinquecento e danneggiate più volte nel corso dei secoli. Dopo la costruzione delle nuove carceri borboniche nel piano dell’Ucciardone, all’inizio dell’800, il palazzo cambiò destinazione d’uso e fu ristrutturato tra il 1840 e il 1844 sotto la direzione dell’architetto Emanuele Palazzotto, per ospitare pochi anni dopo il Banco Regio dei Reali Domini, l’Intendenza delle Finanze e, in seguito, l’Agenzia delle Entrate.

Vecchio cartello dell’Agenzia delle Entrate

Quando gli uffici furono trasferiti agli inizi del 1990, iniziò un lento e inesorabile abbandono, costellato di saccheggi e vandalismi, che portò al sequestro preventivo nel 2013 da parte del nucleo Tutela del Patrimonio artistico della polizia municipale di Palermo. Nel corso degli anni furono rubati parecchi infissi dalla facciata rivolta verso il mare, parte della cancellata storica fu divelta o asportata, trasformando il palazzo in ricovero per senzatetto. Gli interni, poi, furono danneggiati pesantemente, con il furto di cavi e impianti elettrici, ma anche di fregi e elementi decorativi, come la grande statua raffigurante la Vittoria alata, opera di Antonio Ugo, rubata nel 2013, poi ritrovata in un deposito nel quartiere Danisinni e recentemente restaurata e esposta a Palazzo Ajutamicristo (ve ne abbiamo parlato qui). Adesso la Vicaria potrebbe lasciarsi alle spalle gli anni bui per sempre.

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Palermo riabbraccia il suo Genio fresco di restauro

Riconsegnata alla città la fontana di piazza della Rivoluzione, il cui recupero è stato finanziato da “Opera tua”, il progetto di Coop Alleanza 3.0 che sostiene la valorizzazione dei beni culturali italiani

di Giulio Giallombardo

È l’alter ego laico di Santa Rosalia, nume tutelare archetipico e ancestrale, che vive sotto la pelle dei palermitani. Tiene in braccio un serpente che nutre al suo petto, simbolo di rinascita, prudenza e conoscenza. Con la sua lunga barba, il volto austero sormontato da una corona, seduto sul suo scettro, appare in diversi luoghi della città, tutti dall’alto valore simbolico. Uno di questi è piazza della Rivoluzione, dove da oggi il Genio di Palermo che troneggia sulla sua fontana è tornato a risplendere, dopo tre mesi di restauro.

La cerimonia in piazza Rivoluzione

Il lavoro di recupero, realizzato da Lares Restauri, è stato finanziato grazie a Opera Tua, il progetto di Coop Alleanza 3.0 che dal 2017 sostiene il restauro di beni culturali in giro per l’Italia, scelti dai soci con una votazione online. Un investimento che ammonta a 150mila euro suddivisi per sette opere d’arte restaurate, selezionate con Fondaco Italia, società attiva nella valorizzazione dei beni culturali, in collaborazione con le istituzioni territoriali.

Annerita da una patina scura che ne aveva alterato il colore originale, la fontana era piena di incrostazioni, in alcuni casi talmente estese che avevano completamente ricoperto la pietra. Per non parlare di muschi e alghe che proliferavano a causa dell’acqua. L’intervento di restauro, ha riguardato gli elementi lapidei e la cancellata. Nel dettaglio, sono state eliminate le incrostazioni che si erano depositate sulla pietra, mettendo a rischio la loro conservazione. Le scaglie che stavano per staccarsi sono state fissate con microiniezioni di una speciale resina fluida, provvedendo al consolidamento delle parti più a rischio soggette a polverizzazioni o microfessurizzazioni.

Sono state estirpate, inoltre, le piante infestanti presenti sulla roccia e rimossi con un microincisore tutti i sedimenti. Infine, sono state incollate le porzioni distaccate, smontate quelle in procinto di cadere e, al termine dei lavori, è stato applicato un trattamento protettivo invisibile con prodotti idrorepellenti, per proteggere il monumento dall’acqua. Pulita anche la cancellata in tutte le superfici, sigillate eventuali lesioni, con l’applicazione finale di una soluzione per preservarla dalla corrosione.

La conferenza stampa per il restauro della fontana

L’opera fresca di restauro è stata inaugurata questa mattina, nel corso di una cerimonia a cui hanno partecipato il sindaco Leoluca Orlando; l’assessore comunale alle Culture, Adham Darawsha; il coordinatore Politiche sociali di Coop Alleanza 3.0, Enrico Quarello; il presidente di Fondaco Italia, Enrico Bressan; la docente Antonella Chiazza e Mario Massimo Cherido, amministratore unico di Lares. “Si tratta di un progetto di grande importanza – ha commentato il sindaco nel corso della conferenza stampa nella sede dell’assessorato comunale alle Attività sociali – perché rappresenta l’ennesima conferma della rinascita culturale della città, che si è lasciata alle spalle la pesantezza degli anni bui. È un intervento di alto valore perché mostra come la vera cultura non sia rappresentata soltanto dal monumento in sé, ma da ciò che quel monumento esprime. In questo caso, il Genio ci ricorda come sia importante per una città avere un nume tutelare laico, insieme a quello religioso, che oscilla tra mitologia e storia”.

Riconsegnata alla città la fontana di piazza della Rivoluzione, il cui recupero è stato finanziato da “Opera tua”, il progetto di Coop Alleanza 3.0 che sostiene la valorizzazione dei beni culturali italiani

di Giulio Giallombardo

È l’alter ego laico di Santa Rosalia, nume tutelare archetipico e ancestrale, che vive sotto la pelle dei palermitani. Tiene in braccio un serpente che nutre al suo petto, simbolo di rinascita, prudenza e conoscenza. Con la sua lunga barba, il volto austero sormontato da una corona, seduto sul suo scettro, appare in diversi luoghi della città, tutti dall’alto valore simbolico. Uno di questi è piazza della Rivoluzione, dove da oggi il Genio di Palermo che troneggia sulla sua fontana è tornato a risplendere, dopo tre mesi di restauro.

Il lavoro di recupero, realizzato da Lares Restauri, è stato finanziato grazie a Opera Tua, il progetto di Coop Alleanza 3.0 che dal 2017 sostiene il restauro di beni culturali in giro per l’Italia, scelti dai soci con una votazione online. Un investimento che ammonta a 150mila euro suddivisi per sette opere d’arte restaurate, selezionate con Fondaco Italia, società attiva nella valorizzazione dei beni culturali, in collaborazione con le istituzioni territoriali.

La cerimonia in piazza Rivoluzione

Annerita da una patina scura che ne aveva alterato il colore originale, la fontana era piena di incrostazioni, in alcuni casi talmente estese che avevano completamente ricoperto la pietra. Per non parlare di muschi e alghe che proliferavano a causa dell’acqua. L’intervento di restauro, ha riguardato gli elementi lapidei e la cancellata. Nel dettaglio, sono state eliminate le incrostazioni che si erano depositate sulla pietra, mettendo a rischio la loro conservazione. Le scaglie che stavano per staccarsi sono state fissate con microiniezioni di una speciale resina fluida, provvedendo al consolidamento delle parti più a rischio soggette a polverizzazioni o microfessurizzazioni.

Sono state estirpate, inoltre, le piante infestanti presenti sulla roccia e rimossi con un microincisore tutti i sedimenti. Infine, sono state incollate le porzioni distaccate, smontate quelle in procinto di cadere e, al termine dei lavori, è stato applicato un trattamento protettivo invisibile con prodotti idrorepellenti, per proteggere il monumento dall’acqua. Pulita anche la cancellata in tutte le superfici, sigillate eventuali lesioni, con l’applicazione finale di una soluzione per preservarla dalla corrosione.

Un momento della conferenza stampa

L’opera fresca di restauro è stata inaugurata questa mattina, nel corso di una cerimonia a cui hanno partecipato il sindaco Leoluca Orlando; l’assessore comunale alle Culture, Adham Darawsha; il coordinatore Politiche sociali di Coop Alleanza 3.0, Enrico Quarello; il presidente di Fondaco Italia, Enrico Bressan; la docente Antonella Chiazza e Mario Massimo Cherido, amministratore unico di Lares. “Si tratta di un progetto di grande importanza – ha commentato il sindaco nel corso della conferenza stampa nella sede dell’assessorato comunale alle Attività sociali – perché rappresenta l’ennesima conferma della rinascita culturale della città, che si è lasciata alle spalle la pesantezza degli anni bui. È un intervento di alto valore perché mostra come la vera cultura non sia rappresentata soltanto dal monumento in sé, ma da ciò che quel monumento esprime. In questo caso, il Genio ci ricorda come sia importante per una città avere un nume tutelare laico, insieme a quello religioso, che oscilla tra mitologia e storia”.

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Tornano insieme gli arredi barocchi ritrovati

Esposti all’Oratorio dei Bianchi, a Palermo, i pezzi lignei che ornavano la chiesa di Santa Maria della Grotta e del Collegio Massimo sul Cassaro

di Giulio Giallombardo

Un tempo decoravano l’antico complesso gesuitico del Cassaro, oggi sede della Biblioteca regionale e in parte del convitto nazionale. Adesso per la prima volta gli arredi lignei barocchi della chiesa di Santa Maria della Grotta e del Collegio Massimo, espressione del dominio della cultura che l’ordine detenne dalla metà del Cinquecento al 1767, sono riuniti tutti insieme nella settecentesca chiesa superiore del complesso dell’Oratorio dei Bianchi in via dello Spasimo, a Palermo.

Cariatidi lignee

Saranno esposti a partire da oggi una ventina di pezzi, tra cui sei inginocchiatoi decorati con storie della Passione di Cristo, nove ante monumentali che appartenevano agli armadi della sacrestia, un bancone da farmacia e alcune cariatidi che separavano le ante dell’armadiatura. La storia di questi arredi è stata molto travagliata. Parte dei pezzi era custodita nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis, dove erano arrivati dal museo nazionale. Altri pezzi, come le grandi ante decorate con storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, sono stati trafugati alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, durante il passaggio dal museo nazionale alla nuova sede dell’Abatellis. Le ante erano stato in seguito ritrovate dal Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, poi consegnate alla Soprintendenza ai Beni culturali, che ha curato il recupero e le ha custodite fino a oggi.

Gli arredi del Collegio Massimo si andranno, così, ad aggiungere ai settecenteschi stucchi di Giacomo Serpotta, conservati nella parte inferiore dell’oratorio e provenienti dalla chiesa del convento delle Stimmate, successivamente demolita alla fine dell’800 per la costruzione del Teatro Massimo. Si tratta di arredi lignei di grande pregio, realizzati a partire dal 1673 fino al primo decennio del XVIII secolo, da una collaudata équipe di intagliatori tra i quali Pietro Marabitti, su un progetto architettonico ampio e unitario che ebbe Paolo Amato come riferimento propulsore.

L’Oratorio dei Bianchi

Questa mattina all’Oratorio dei Bianchi presentano gli arredi lignei il direttore della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Evelina De Castro; il soprintendente per i Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca; la storica dell’arte di Palazzo Abatellis, Valeria Sola, e l’antropologo Claudio Paterna, del Centro regionale di progettazione e restauro. “Abbiamo voluto riunire insieme questi preziosissimi arredi che una volta si trovavano tutti nello stesso luogo, pezzi bellissimi che hanno avuto storie e vicende diverse – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelina De Castro – . Con questa acquisizione, mettiamo insieme due grandi cantieri e committenti artistici della città. Sono manufatti che collegano la cultura alta alla devozione popolare e alla tradizione dei misteri, che in Sicilia è sempre stata molto radicata molto radicata. Opere oltre che pregiate da un punto di vista artistico, anche dall’alto valore storico e antropologico”.

Esposti all’Oratorio dei Bianchi, a Palermo, i pezzi lignei che ornavano la chiesa di Santa Maria della Grotta e del Collegio Massimo sul Cassaro

di Giulio Giallombardo

Un tempo decoravano l’antico complesso gesuitico del Cassaro, oggi sede della Biblioteca regionale e in parte del convitto nazionale. Adesso per la prima volta gli arredi lignei barocchi della chiesa di Santa Maria della Grotta e del Collegio Massimo, espressione del dominio della cultura che l’ordine detenne dalla metà del Cinquecento al 1767, sono riuniti tutti insieme nella settecentesca chiesa superiore del complesso dell’Oratorio dei Bianchi in via dello Spasimo, a Palermo.

Cariatidi lignee

Saranno esposti a partire da oggi una ventina di pezzi, tra cui sei inginocchiatoi decorati con storie della Passione di Cristo, nove ante monumentali che appartenevano agli armadi della sacrestia, un bancone da farmacia e alcune cariatidi che separavano le ante dell’armadiatura. La storia di questi arredi è stata molto travagliata. Parte dei pezzi era custodita nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis, dove erano arrivati dal museo nazionale. Altri pezzi, come le grandi ante decorate con storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, sono stati trafugati alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, durante il passaggio dal museo nazionale alla nuova sede dell’Abatellis. Le ante erano stato in seguito ritrovate dal Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, poi consegnate alla Soprintendenza ai Beni culturali, che ha curato il recupero e le ha custodite fino a oggi.

L’Oratorio dei Bianchi

Gli arredi del Collegio Massimo si andranno, così, ad aggiungere ai settecenteschi stucchi di Giacomo Serpotta, conservati nella parte inferiore dell’oratorio e provenienti dalla chiesa del convento delle Stimmate, successivamente demolita alla fine dell’800 per la costruzione del Teatro Massimo. Si tratta di arredi lignei di grande pregio, realizzati a partire dal 1673 fino al primo decennio del XVIII secolo, da una collaudata équipe di intagliatori tra i quali Pietro Marabitti, su un progetto architettonico ampio e unitario che ebbe Paolo Amato come riferimento propulsore.

Questa mattina all’Oratorio dei Bianchi presentano gli arredi lignei il direttore della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Evelina De Castro; il soprintendente per i Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca; la storica dell’arte di Palazzo Abatellis, Valeria Sola, e l’antropologo Claudio Paterna, del Centro regionale di progettazione e restauro. “Abbiamo voluto riunire insieme questi preziosissimi arredi che una volta si trovavano tutti nello stesso luogo, pezzi bellissimi che hanno avuto storie e vicende diverse – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelina De Castro – . Con questa acquisizione, mettiamo insieme due grandi cantieri e committenti artistici della città. Sono manufatti che collegano la cultura alta alla devozione popolare e alla tradizione dei misteri, che in Sicilia è sempre stata molto radicata molto radicata. Opere oltre che pregiate da un punto di vista artistico, anche dall’alto valore storico e antropologico”.

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Il decoro a Palermo, le sfide di Fabio Giambrone

Intervista all’assessore e vicesindaco che ha annunciato il pugno duro contro chi sporca la città e diversi interventi di riqualificazione e pulizia

di Giulio Giallombardo

C’è la Palermo che cambia volto. Quella di strade e piazze che rinascono, anche grazie alle pedonalizzazioni, del centro storico rivitalizzato, di aree verdi che rifioriscono con l’aiuto dei cittadini. Poi c’è il suo lato oscuro che appare a tratti irredimibile, foraggiato dai cumuli di rifiuti che invadono le strade, costellato di quartieri-ghetto, marciapiedi impraticabili e abusi di ogni tipo. È una Palermo dalle mille facce, in cui gli opposti convivono da sempre con una naturalezza irripetibile. In questo coacervo di contraddizioni, il tema del decoro diventa cruciale, perché non rimanda soltanto al concetto di strade pulite o quartieri riqualificati, ma contiene in sé anche i significati più profondi di dignità, prestigio e valore, che si conquistano soprattutto cambiando la mentalità di chi in quelle strade vive.

Per questo la scommessa dell’assessore comunale e vicesindaco di Palermo, Fabio Giambrone, punta in alto. Le sue sono deleghe pesanti: Decoro urbano, Verde, Polizia municipale e Personale. L’assessore, già segretario regionale di Idv, ex senatore, poi alla guida della Gesap e ora braccio destro del sindaco Leoluca Orlando, ha mostrato il pugno duro contro chi sporca la città, annunciando la creazione di una squadra speciale di vigili urbani che avrà il compito di stanare e sanzionare gli incivili. In arrivo anche nuove riqualificazioni, con interventi di abbellimento in strade e piazze, a partire dai dissuasori a scomparsa che presto andranno a sostituire i blocchi di cemento piazzati agli ingressi dei varchi della Ztl nel centro storico.

Fabio Giambrone

Assessore Giambrone, il suo incarico è estremamente delicato, visto il momento cruciale che sta vivendo la città. Quali sono i suoi obiettivi da qui al 2022?

“In questa seconda fase della legislatura cercheremo di riqualificare quelle zone della città che ne hanno bisogno, anche se quando parliamo di decoro, a proposito della mia delega, dobbiamo circoscrivere la cosa, se no rischiamo di mettere dentro tutto. Il tema del decoro passa certamente dalla riqualificazione e fruibilità di alcune aree che sono in una condizione che va migliorata. Faccio riferimento ad esempio ad alcuni interventi che già sono stati fatti, come in piazzetta Bagnasco, o ad altri che saranno pronti a breve, come in piazza Noce, piazza Marina, dove sarà collocata una passerella davanti al ficus secolare, oppure a Borgo Vecchio, dove dopo Pasqua inizieranno i lavori per recuperare il campetto di calcio abbandonato da anni. Altri interventi, inoltre, sono in corso a Vergine Maria, Mondello e Sferracavallo”.

Dissuasori di cemento ai Quattro Canti

Vedremo sparire anche i blocchi di cemento all’ingresso dei varchi principali della Ztl?

“Sì, è nostra intenzione, sostituire i blocchi con dissuasori a scomparsa. Aspettiamo l’approvazione del bilancio. È un modo valido per dotarci di strumenti innovativi, promuovendo allo stesso tempo il decoro della città. I blocchi di cemento non sono belli esteticamente, ma rispondono a precise esigenze di sicurezza, i nuovi dissuasori saranno altrettanto sicuri ma anche più gradevoli da vedere. Abbiamo intenzione di installarli ai Quattro Canti, davanti alla Cattedrale, in piazza Marina e alla stazione centrale”.

Rendering della passerella in piazza Marina

C’è poi l’eterno problema dei rifiuti. Basterà il potenziamento della squadra di vigili urbani a scoraggiare gli incivili?

“È certamente un inizio. Noi amministratori, come tantissimi cittadini, siamo stanchi di chi non ha rispetto per la città e poi magari vive in case pulitissime. In questo momento sono fermamente convinto che la repressione di comportamenti scorretti possa servire. C’è già un nucleo dei vigili urbani che fa questo lavoro, noi potenzieremo il servizio con agenti in borghese, dal momento che la città è grande e occorre controllare ovunque. Bisogna sanzionare con forza i comportamenti insopportabili di tutti quelli che, anche da fuori Palermo, abbandonano a qualsiasi ora rifiuti per strada”.

Il problema è solo dei cittadini incivili? Secondo lei gli operatori della Rap fanno fino in fondo il loro lavoro?

“Noi pensiamo che la Rap stia facendo uno sforzo enorme, ma deve farne uno ancora maggiore. L’azienda deve essere nelle condizioni di garantire un servizio più adeguato, come noi abbiamo già richiesto, e la Rap sta lavorando in questo senso”.

Avete pensato anche a installare più telecamere di sorveglianza nelle zone sensibili?

“Sì, certo, anche in questo caso aspettiamo l’approvazione del bilancio”.

L’asilo demolito allo Sperone

Ci sono associazioni culturali e privati cittadini che si fanno in quattro per restituire un’immagine più dignitosa della città, ma poi inevitabilmente si scontrano problemi che vanno al di là delle loro possibilità. In questo senso, quanto è importante per lei la collaborazione tra pubblico e privato per la valorizzazione della città?

“È fondamentale. Noi dobbiamo creare queste sinergie che sono importantissime per far crescere una cultura diversa che è quella della partecipazione. Dobbiamo assolutamente aprirci alla città. All’interno dell’amministrazione abbiamo figure professionali brillanti e di alta competenza, ma questo non basta, dobbiamo essere capaci di intercettare abilità anche all’esterno, come stiamo facendo allo Sperone, dove quello che doveva essere un asilo, poi diventato simbolo di abbandono, è stato demolito e adesso stiamo immaginando un percorso di riqualificazione dell’area, con la partecipazione della scuola, dell’Ordine degli architetti e delle nostre professionalità”.

Lei ricopre anche l’incarico di vicesindaco, come vive questa responsabilità?

“È un ruolo che ho assunto con il massimo dell’impegno, come ho sempre cercato di fare in passato, nelle mie precedenti esperienze professionali. Cercherò di seguire il percorso già tracciato da chi mi ha preceduto, facendo di più e sempre meglio”.

Intervista all’assessore e vicesindaco che ha annunciato il pugno duro contro chi sporca la città e diversi interventi di riqualificazione e pulizia

di Giulio Giallombardo

C’è la Palermo che cambia volto. Quella di strade e piazze che rinascono, anche grazie alle pedonalizzazioni, del centro storico rivitalizzato, di aree verdi che rifioriscono con l’aiuto dei cittadini. Poi c’è il suo lato oscuro che appare a tratti irredimibile, foraggiato dai cumuli di rifiuti che invadono le strade, costellato di quartieri-ghetto, marciapiedi impraticabili e abusi di ogni tipo. È una Palermo dalle mille facce, in cui gli opposti convivono da sempre con una naturalezza irripetibile. In questo coacervo di contraddizioni, il tema del decoro diventa cruciale, perché non rimanda soltanto al concetto di strade pulite o quartieri riqualificati, ma contiene in sé anche i significati più profondi di dignità, prestigio e valore, che si conquistano soprattutto cambiando la mentalità di chi in quelle strade vive.

Per questo la scommessa dell’assessore comunale e vicesindaco di Palermo, Fabio Giambrone, punta in alto. Le sue sono deleghe pesanti: Decoro urbano, Verde, Polizia municipale e Personale. L’assessore, già segretario regionale di Idv, ex senatore, poi alla guida della Gesap e ora braccio destro del sindaco Leoluca Orlando, ha mostrato il pugno duro contro chi sporca la città, annunciando la creazione di una squadra speciale di vigili urbani che avrà il compito di stanare e sanzionare gli incivili. In arrivo anche nuove riqualificazioni, con interventi di abbellimento in strade e piazze, a partire dai dissuasori a scomparsa che presto andranno a sostituire i blocchi di cemento piazzati agli ingressi dei varchi della Ztl nel centro storico.

Fabio Giambrone

Assessore Giambrone, il suo incarico è estremamente delicato, visto il momento cruciale che sta vivendo la città. Quali sono i suoi obiettivi da qui al 2022?

“In questa seconda fase della legislatura cercheremo di riqualificare quelle zone della città che ne hanno bisogno, anche se quando parliamo di decoro, a proposito della mia delega, dobbiamo circoscrivere la cosa, se no rischiamo di mettere dentro tutto. Il tema del decoro passa certamente dalla riqualificazione e fruibilità di alcune aree che sono in una condizione che va migliorata. Faccio riferimento ad esempio ad alcuni interventi che già sono stati fatti, come in piazzetta Bagnasco, o ad altri che saranno pronti a breve, come in piazza Noce, piazza Marina, dove sarà collocata una passerella davanti al ficus secolare, oppure a Borgo Vecchio, dove dopo Pasqua inizieranno i lavori per recuperare il campetto di calcio abbandonato da anni. Altri interventi, inoltre, sono in corso a Vergine Maria, Mondello e Sferracavallo”.

Vedremo sparire anche i blocchi di cemento all’ingresso dei varchi principali della Ztl?

“Sì, è nostra intenzione, sostituire i blocchi con dissuasori a scomparsa. Aspettiamo l’approvazione del bilancio. È un modo valido per dotarci di strumenti innovativi, promuovendo allo stesso tempo il decoro della città. I blocchi di cemento non sono belli esteticamente, ma rispondono a precise esigenze di sicurezza, i nuovi dissuasori saranno altrettanto sicuri ma anche più gradevoli da vedere. Abbiamo intenzione di installarli ai Quattro Canti, davanti alla Cattedrale, in piazza Marina e alla stazione centrale”.

Dissuasori di cemento ai Quattro Canti

C’è poi l’eterno problema dei rifiuti. Basterà il potenziamento della squadra di vigili urbani a scoraggiare gli incivili?

“È certamente un inizio. Noi amministratori, come tantissimi cittadini, siamo stanchi di chi non ha rispetto per la città e poi magari vive in case pulitissime. In questo momento sono fermamente convinto che la repressione di comportamenti scorretti possa servire. C’è già un nucleo dei vigili urbani che fa questo lavoro, noi potenzieremo il servizio con agenti in borghese, dal momento che la città è grande e occorre controllare ovunque. Bisogna sanzionare con forza i comportamenti insopportabili di tutti quelli che, anche da fuori Palermo, abbandonano a qualsiasi ora rifiuti per strada”.

Rendering della passerella in piazza Marina

Il problema è solo dei cittadini incivili? Secondo lei gli operatori della Rap fanno fino in fondo il loro lavoro?

“Noi pensiamo che la Rap stia facendo uno sforzo enorme, ma deve farne uno ancora maggiore. L’azienda deve essere nelle condizioni di garantire un servizio più adeguato, come noi abbiamo già richiesto, e la Rap sta lavorando in questo senso”.

Avete pensato anche a installare più telecamere di sorveglianza nelle zone sensibili?

“Sì, certo, anche in questo caso aspettiamo l’approvazione del bilancio”.

L’asilo demolito allo Sperone

Ci sono associazioni culturali e privati cittadini che si fanno in quattro per restituire un’immagine più dignitosa della città, ma poi inevitabilmente si scontrano problemi che vanno al di là delle loro possibilità. In questo senso, quanto è importante per lei la collaborazione tra pubblico e privato per la valorizzazione della città?

“È fondamentale. Noi dobbiamo creare queste sinergie che sono importantissime per far crescere una cultura diversa che è quella della partecipazione. Dobbiamo assolutamente aprirci alla città. All’interno dell’amministrazione abbiamo figure professionali brillanti e di alta competenza, ma questo non basta, dobbiamo essere capaci di intercettare abilità anche all’esterno, come stiamo facendo allo Sperone, dove quello che doveva essere un asilo, poi diventato simbolo di abbandono, è stato demolito e adesso stiamo immaginando un percorso di riqualificazione dell’area, con la partecipazione della scuola, dell’Ordine degli architetti e delle nostre professionalità”.

Lei ricopre anche l’incarico di vicesindaco, come vive questa responsabilità?

“È un ruolo che ho assunto con il massimo dell’impegno, come ho sempre cercato di fare in passato, nelle mie precedenti esperienze professionali. Cercherò di seguire il percorso già tracciato da chi mi ha preceduto, facendo di più e sempre meglio”.

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Tutte le sfide per il rilancio turistico della Sicilia

Da Palermo a Erice, amministratori, operatori del settore ed esperti a confronto per discutere di strategie e proposte su come aumentare gli arrivi nell’Isola

di Giulio Giallombardo

Si ripete spesso che la Sicilia potrebbe vivere solo di turismo. Un vecchio adagio che salta fuori davanti alle tante potenzialità inespresse, ma anche in relazione agli esempi virtuosi che contribuiscono a far più bella l’Isola. Luci e ombre di un settore strategico che viene scandagliato nell’arco di due giorni, in due eventi quasi gemelli, che si svolgono in contemporanea, oggi e domani. Il primo a Palermo, nella Sala Mattarella del Palazzo Reale, organizzato dal Distretto 2110 del Rotary International, dal titolo “Turismo in Sicilia, Tre volte meglio si può”; il secondo, invece, si svolge a Erice, dove sono in corso fino a domani pomeriggio gli Stati generali del turismo, sotto l’egida della Regione Siciliana. Il tutto quando, appena una settimana fa, a Terrasini, si è conclusa la 21esima edizione di Travelexpo, la Borsa globale dei Turismi promossa da Logos, con oltre 90 tra tour operator e imprenditori del settore.

La Notte Bianca Unesco a Palazzo Reale

Tre eventi accomunati dai temi strategici che vanno dalla promozione dello sviluppo economico e sociale delle comunità in aree turistiche, all’individuazione di una pianificazione per aumentare i flussi turistici in Sicilia, fino alla valorizzazione di modelli vincenti, da esportare in più località, a seconda delle specifiche peculiarità territoriali, come quello del Festival Le Vie dei Tesori, presentato come buona pratica al convegno del Rotary. Nell’ambito dei due eventi, sia a Palermo che a Erice, si svolgono dibattiti e momenti di confronto tra amministratori locali, operatori del settore, esperti e rappresentanti istituzionali, con la presenza a entrambe le manifestazioni dell’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo e, a Erice, del presidente della Regione, Nello Musumeci.

Tra le idee e proposte discusse oggi a Palermo, il decalogo di dieci sfide lanciate da Giovanni Ruggieri, presidente dell’Otie, l’Osservatorio turistico delle isole europee e professore di Economia dell’Industria turistica all’Università di Palermo. Una sorta di manifesto programmatico per far sì che il turismo in Sicilia, nei prossimi anni, diventi anche volano economico per creare risorse da redistribuire. Perché, nonostante il momento d’oro in Sicilia, resta irrisolto il problema della destagionalizzazione. E il rapporto tra cittadini e di turisti resta di uno a uno (un turista per ogni cittadino) mentre nelle Baleari ci si chiede come fronteggiare l’invasione riducendo i flussi di visitatori almeno del 3-4 per cento.

Giovanni Ruggieri

“Si tratta di sfide che vanno condivise – ha detto Ruggieri a Le Vie dei Tesori News – ognuno deve giocare la sua parte senza fare il mestiere dell’altro. L’obiettivo comune è quello numerico, ovvero aumentare i flussi turistici e trasformare il turismo in risorsa economica per tutti i settori protagonisti”. Per questo occorre – secondo Ruggieri – prima di tutto puntare all’aumento dei pernottamenti in Sicilia: dagli attuali 15 milioni di notti all’anno, raddoppiare entro il 2020 arrivando a 30 milioni. Per farlo è necessario formare almeno 10mila nuovi addetti del settore aperti anche ai nuovi mercati, come quello cinese o dell’Europa dell’est. Altra voce del decalogo, è fare emergere quel 50 per cento di flussi che sono sommersi o non dichiarati, regolarizzando anche la tassa di soggiorno. Poi gli aeroporti – secondo i dati diffusi dall’Otie – dovrebbero attrezzarsi per aumentare i voli in arrivo, dal momento che i posti sugli aerei che atterrano in Sicilia sono occupati in media per il 90-95 cento. Dunque, se non aumentano i posti sui voli, di conseguenza non possono crescere i pernottamenti. Per questo l’Otie auspica un programma triennale di marketing per tutti gli aeroporti dell’Isola, con la creazione di una authority regionale di coordinamento del turismo per la gestione del piano strategico.

Concludono il decalogo, la creazione di un programma che comprenda eventi e manifestazioni turistiche invernali, da svolgersi dall’1 novembre al 30 marzo; un programma di investimenti esterni per i poli turistici e di espansione delle attività di tour operator incoming; un modello strategico che si basi sull’insularità e sui siti Unesco e infine un progetto di fidelizzazione dei turisti, per fare in modo che tornino in Sicilia, in occasione di particolari eventi o manifestazioni non rintracciabili altrove.

Toti Piscopo

Del resto, se le isole spagnole come le Baleari o le Canarie ospitano da sole oltre il 50 per cento delle presenze turistiche in Europa, un motivo ci sarà. “Il nostro problema è che la Sicilia ha tanto da offrire, solo che manca la progettualità e l’organizzazione – aggiunge Toti Piscopo, direttore editoriale di Travelexpo, presente oggi a Palermo – . Noi non abbiamo una politica commerciale complessiva che riguarda l’intero sistema del turismo, dobbiamo, invece, avere la capacità di creare un modello che metta a sistema tutte le nostre risorse e incominciare a fare un serio lavoro di programmazione”. Sulla stessa scia anche Emanuele Carnevale, presidente della Commissione turismo del Distretto 2110 del Rotary: “I nostri obiettivi – ha detto – sono quelli di creare dei modelli che in futuro possono essere replicabili in altri posti della Sicilia e di intercettare le nuove tendenze come quelle del trekking e del turismo naturalistico, che stanno prendendo sempre più piede”.

Da Palermo a Erice, amministratori, operatori del settore ed esperti a confronto per discutere di strategie e proposte su come aumentare gli arrivi nell’Isola

di Giulio Giallombardo

Si ripete spesso che la Sicilia potrebbe vivere solo di turismo. Un vecchio adagio che salta fuori davanti alle tante potenzialità inespresse, ma anche in relazione agli esempi virtuosi che contribuiscono a far più bella l’Isola. Luci e ombre di un settore strategico che viene scandagliato nell’arco di due giorni, in due eventi quasi gemelli, che si svolgono in contemporanea, oggi e domani. Il primo a Palermo, nella Sala Mattarella del Palazzo Reale, organizzato dal Distretto 2110 del Rotary International, dal titolo “Turismo in Sicilia, Tre volte meglio si può”; il secondo, invece, si svolge a Erice, dove sono in corso fino a domani pomeriggio gli Stati generali del turismo, sotto l’egida della Regione Siciliana. Il tutto quando, appena una settimana fa, a Terrasini, si è conclusa la 21esima edizione di Travelexpo, la Borsa globale dei Turismi promossa da Logos, con oltre 90 tra tour operator e imprenditori del settore.

Notte Bianca Unesco a Palazzo Reale

Tre eventi accomunati dai temi strategici che vanno dalla promozione dello sviluppo economico e sociale delle comunità in aree turistiche, all’individuazione di una pianificazione per aumentare i flussi turistici in Sicilia, fino alla valorizzazione di modelli vincenti, da esportare in più località, a seconda delle specifiche peculiarità territoriali, come quello del Festival Le Vie dei Tesori, presentato come buona pratica al convegno del Rotary. Nell’ambito dei due eventi, sia a Palermo che a Erice, si svolgono dibattiti e momenti di confronto tra amministratori locali, operatori del settore, esperti e rappresentanti istituzionali, con la presenza a entrambe le manifestazioni dell’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo e, a Erice, del presidente della Regione, Nello Musumeci.

Tra le idee e proposte discusse oggi a Palermo, il decalogo di dieci sfide lanciate da Giovanni Ruggieri, presidente dell’Otie, l’Osservatorio turistico delle isole europee e professore di Economia dell’Industria turistica all’Università di Palermo. Una sorta di manifesto programmatico per far sì che il turismo in Sicilia, nei prossimi anni, diventi anche volano economico per creare risorse da redistribuire. Perché, nonostante il momento d’oro in Sicilia, resta irrisolto il problema della destagionalizzazione. E il rapporto tra cittadini e di turisti resta di uno a uno (un turista per ogni cittadino) mentre nelle Baleari ci si chiede come fronteggiare l’invasione riducendo i flussi di visitatori almeno del 3-4 per cento.

Giovanni Ruggieri

“Si tratta di sfide che vanno condivise – ha detto Ruggieri a Le Vie dei Tesori News – ognuno deve giocare la sua parte senza fare il mestiere dell’altro. L’obiettivo comune è quello numerico, ovvero aumentare i flussi turistici e trasformare il turismo in risorsa economica per tutti i settori protagonisti”. Per questo occorre – secondo Ruggieri – prima di tutto puntare all’aumento dei pernottamenti in Sicilia: dagli attuali 15 milioni di notti all’anno, raddoppiare entro il 2020 arrivando a 30 milioni. Per farlo è necessario formare almeno 10mila nuovi addetti del settore aperti anche ai nuovi mercati, come quello cinese o dell’Europa dell’est. Altra voce del decalogo, è fare emergere quel 50 per cento di flussi che sono sommersi o non dichiarati, regolarizzando anche la tassa di soggiorno. Poi gli aeroporti – secondo i dati diffusi dall’Otie – dovrebbero attrezzarsi per aumentare i voli in arrivo, dal momento che i posti sugli aerei che atterrano in Sicilia sono occupati in media per il 90-95 cento. Dunque, se non aumentano i posti sui voli, di conseguenza non possono crescere i pernottamenti. Per questo l’Otie auspica un programma triennale di marketing per tutti gli aeroporti dell’Isola, con la creazione di una authority regionale di coordinamento del turismo per la gestione del piano strategico.

Concludono il decalogo, la creazione di un programma che comprenda eventi e manifestazioni turistiche invernali, da svolgersi dall’1 novembre al 30 marzo; un programma di investimenti esterni per i poli turistici e di espansione delle attività di tour operator incoming; un modello strategico che si basi sull’insularità e sui siti Unesco e infine un progetto di fidelizzazione dei turisti, per fare in modo che tornino in Sicilia, in occasione di particolari eventi o manifestazioni non rintracciabili altrove.

Toti Piscopo

Del resto, se le isole spagnole come le Baleari o le Canarie ospitano da sole oltre il 50 per cento delle presenze turistiche in Europa, un motivo ci sarà. “Il nostro problema è che la Sicilia ha tanto da offrire, solo che manca la progettualità e l’organizzazione – aggiunge Toti Piscopo, direttore editoriale di Travelexpo, presente oggi a Palermo – . Noi non abbiamo una politica commerciale complessiva che riguarda l’intero sistema del turismo, dobbiamo, invece, avere la capacità di creare un modello che metta a sistema tutte le nostre risorse e incominciare a fare un serio lavoro di programmazione”. Sulla stessa scia anche Emanuele Carnevale, presidente della Commissione turismo del Distretto 2110 del Rotary: “I nostri obiettivi – ha detto – sono quelli di creare dei modelli che in futuro possono essere replicabili in altri posti della Sicilia e di intercettare le nuove tendenze come quelle del trekking e del turismo naturalistico, che stanno prendendo sempre più piede”.

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Aprono per la prima volta le torri del Duomo di Cefalù

È la tappa d’esordio di un progetto che comprende anche la visita al chiostro e alla cappella del Palazzo vescovile, quasi mai aperta al pubblico

di Giulio Giallombardo

Svettano imponenti sui tetti rossi e sul blu del mare. Le loro cuspidi a forma di piramide si vedono da lontano, piccoli dettagli di quel pittoresco quadro fuori dal tempo che è Cefalù. Da sempre ammirate con il naso all’insù o dall’alto della Rocca, adesso le torri normanne del Duomo si mostrano come mai prima d’ora. Sarà possibile, infatti, salire i loro gradini e affacciarsi dalle bifore per godere di un panorama mai visto. Per la prima volta nella storia secolare del monumento, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, si potranno visitare le torri della Basilica cattedrale di Cefalù.

Il portale del Palazzo vescovile di Cefalù

È la prima tappa del progetto Itinerarium Pulchritudinis, che comprende anche la visita al chiostro e alla cappella del Palazzo vescovile, aperta al pubblico soltanto raramente e al tesoro del Duomo. Il progetto, che sarà presentato domani sera nella Sala Sansoni del Palazzo vescovile, prevede la creazione di un Parco culturale ecclesiale, promosso dalla Conferenza episcopale italiana, che raccoglierà tutti i beni della Diocesi. “Siamo al lavoro per scrivere lo statuto di questo nuovo Parco culturale – ha detto a Le Vie dei Tesori News, monsignor Rosario Dispenza, responsabile del Servizio pastorale Turismo della Diocesi di Cefalù – l’obiettivo è fare rete, valorizzando i nostri tesori sia materiali, come chiese e monumenti, sia immateriali, come feste o eventi religiosi. Questo servirà ad accrescere le capacità progettuali della nostra Diocesi nel settore della cultura e del turismo sostenibile”.

Uno scorcio di Cefalù

Dunque, dopo alcuni lavori di adeguamento per mettere in sicurezza il percorso e renderlo fruibile, presto le torri del Duomo, saranno aperte alle visite di cittadini e turisti. Si potranno ammirare da vicino bifore, monofore, cuspidi e merli delle possenti architetture, che incorniciano la facciata della chiesa, esempio fulgido di arte normanna, arricchita da influenze arabe. Una delle particolarità delle torri, che conferiscono al Duomo l’immagine di una fortezza, è custodita nelle cuspidi aggiunte successivamente nel Quattrocento e diverse una dall’altra: la prima a pianta quadrata e con merli a forma di fiammelle, che simboleggerebbe la mitria papale e il potere della Chiesa; l’altra, a pianta ottagonale e con merli ghibellini.

Ma la rinascita del monumento normanno passa anche dal restauro e dalla sistemazione dell’accesso monumentale della Cattedrale, con un finanziamento di 600mila euro assegnato dalla Regione al Comune. Il governo guidato da Nello Musumeci ha formalizzato nei giorni scorsi il decreto di finanziamento per un importo compressivo di 619.756 euro che si inquadra in un più ampio progetto di riqualificazione urbana per uno dei territorio turistici e paesaggistici più importanti della Sicilia. “Anche l’apertura delle torri – ha spiegato Valerio Di Vico, responsabile del Servizio informatico della Diocesi – si inserisce in questo percorso di valorizzazione avviato dalla nostra diocesi, per dare un segnale di speranza e di rinascita all’intero territorio madonita”.

È la tappa d’esordio di un progetto che comprende anche la visita al chiostro e alla cappella del Palazzo vescovile, quasi mai aperta al pubblico

di Giulio Giallombardo

Svettano imponenti sui tetti rossi e sul blu del mare. Le loro cuspidi a forma di piramide si vedono da lontano, piccoli dettagli di quel pittoresco quadro fuori dal tempo che è Cefalù. Da sempre ammirate con il naso all’insù o dall’alto della Rocca, adesso le torri normanne del Duomo si mostrano come mai prima d’ora. Sarà possibile, infatti, salire i loro gradini e affacciarsi dalle bifore per godere di un panorama mai visto. Per la prima volta nella storia secolare del monumento, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, si potranno visitare le torri della Basilica cattedrale di Cefalù.

Il portale del Palazzo vescovile di Cefalù

È la prima tappa del progetto Itinerarium Pulchritudinis, che comprende anche la visita al chiostro e alla cappella del Palazzo vescovile, aperta al pubblico soltanto raramente e al tesoro del Duomo. Il progetto, che sarà presentato domani sera nella Sala Sansoni del Palazzo vescovile, prevede la creazione di un Parco culturale ecclesiale, promosso dalla Conferenza episcopale italiana, che raccoglierà tutti i beni della Diocesi. “Siamo al lavoro per scrivere lo statuto di questo nuovo Parco culturale – ha detto a Le Vie dei Tesori News, monsignor Rosario Dispenza, responsabile del Servizio pastorale Turismo della Diocesi di Cefalù – l’obiettivo è fare rete, valorizzando i nostri tesori sia materiali, come chiese e monumenti, sia immateriali, come feste o eventi religiosi. Questo servirà ad accrescere le capacità progettuali della nostra Diocesi nel settore della cultura e del turismo sostenibile”.

Uno scorcio di Cefalù

Dunque, dopo alcuni lavori di adeguamento per mettere in sicurezza il percorso e renderlo fruibile, presto le torri del Duomo, saranno aperte alle visite di cittadini e turisti. Si potranno ammirare da vicino bifore, monofore, cuspidi e merli delle possenti architetture, che incorniciano la facciata della chiesa, esempio fulgido di arte normanna, arricchita da influenze arabe. Una delle particolarità delle torri, che conferiscono al Duomo l’immagine di una fortezza, è custodita nelle cuspidi aggiunte successivamente nel Quattrocento e diverse una dall’altra: la prima a pianta quadrata e con merli a forma di fiammelle, che simboleggerebbe la mitria papale e il potere della Chiesa; l’altra, a pianta ottagonale e con merli ghibellini.

Ma la rinascita del monumento normanno passa anche dal restauro e dalla sistemazione dell’accesso monumentale della Cattedrale, con un finanziamento di 600mila euro assegnato dalla Regione al Comune. Il governo guidato da Nello Musumeci ha formalizzato nei giorni scorsi il decreto di finanziamento per un importo compressivo di 619.756 euro che si inquadra in un più ampio progetto di riqualificazione urbana per uno dei territorio turistici e paesaggistici più importanti della Sicilia. “Anche l’apertura delle torri – ha spiegato Valerio Di Vico, responsabile del Servizio informatico della Diocesi – si inserisce in questo percorso di valorizzazione avviato dalla nostra diocesi, per dare un segnale di speranza e di rinascita all’intero territorio madonita”.

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Una sartoria del centro storico diventa casa di moda

Presentata la nuova collezione di Casa Preti, fondata dallo stilista palermitano Mattia Piazza e dall’architetto svizzero Steve D. Gallay

di Giulio Giallombardo

Se il centro storico di Palermo ha cambiato volto, il merito è anche di chi ha deciso di restarci. Un piccolo esercito di artigiani che si tramandano antichi mestieri e nuovi creativi che hanno reinventato tradizioni quasi scomparse. Uno di questi è il sarto e stilista Mattia Piazza, 25enne palermitano che dopo il diploma al liceo musicale e quello in progettazione della moda all’Accademia di Belle arti, ha fatto il giro d’Europa, per poi tornare nella sua città, dove nel 2017 ha fondato Casa Preti, insieme all’architetto svizzero Steve D. Gallay. Il piccolo atelier di moda, in via Lattarini, ha contribuito insieme agli altri a rivitalizzare il cuore antico di Palermo. Un lungo elenco che è stato censito in una guida creata da Le Vie dei Tesori (ve ne abbiamo parlato qui) e presentata lo scorso ottobre, che mette insieme cento botteghe artigiane, un vero e proprio tesoro immateriale, testimonianza di mestieri che oggi rischiano di scomparire per sempre.

Casa Preti

Così, una piccola sartoria è oggi diventata Casa Preti, maison di moda che nel Culture Concept Store del Museo Salinas ha presentato questa mattina la nuova collezione estiva prêt-à-porter e un’app “vetrina” virtuale dell’atelier, che oggi ha una sede anche a Gruyère, in Svizzera. Una piccola ma ambiziosa realtà sartoriale, giovane e dinamica, che in poco tempo si è ritagliata uno spazio rilevante nel settore della moda, all’insegna del rigore formale e della vestibilità quotidiana. Quelli di Casa Preti, nome che richiama quello del pittore caravaggesco Mattia Preti, sono abiti “colti”, che intrecciano l’eleganza classica dello stile italiano, con un taglio ieratico, a tratti quasi sacerdotale, che rimanda all’antichità greca. Sono abiti androgini, ispirati ad un’idea di bellezza al di sopra dei sessi, impreziositi da tessuti naturali come seta o cotone e ispirati, in alcuni casi, allo stile rinascimentale di Dürer, come nelle maniche a prosciutto delle camice maschili, larghe sopra e più strette sotto.

Steve D. Gallay e Matteo Piazza nel corso della presentazione

“Il lusso più grande per me è di aver portato avanti questo progetto nella mia città, è stata una scommessa vinta – ha detto Mattia Piazza – . Quello che riproponiamo in questa nuova collezione è il gusto razionale che ci contraddistingue. Uno stile minimale dove nulla è lasciato al caso, dove ogni elemento decorativo, se è presente, non è ornamento, ma è funzionale all’abito. Noi partiamo dall’idea che tutto debba avere una sua funzione e utilità. Un po’ come l’architetto progetta una casa che diventa poi viva nel momento in cui si abita, allo stesso modo, noi creiamo degli abiti che, appesi a una gruccia restano vestiti, ma indossati devono avere la stessa comodità di una casa in cui si vive”.

“La collezione è stata ben accolta anche in Svizzera – aggiunge Steve D. Gallay, 34enne di Losanna con una laurea in architettura al Politecnico di Zurigo – . Abbiamo sempre cercato un legame diretto con il cliente, senza troppa pubblicità, e alcuni sono già al secondo acquisto, cosa che ci riempie di soddisfazioni. Poi, a differenza della Svizzera, dove certe tradizioni si stanno perdendo, qui a Palermo ho scoperto un mestiere, ci sono artigiani che sanno lavorare la materia, cosa fondamentale e che fa la differenza”.

Presentata la nuova collezione di Casa Preti, fondata dallo stilista palermitano Mattia Piazza e dall’architetto svizzero Steve D. Gallay

di Giulio Giallombardo

Se il centro storico di Palermo ha cambiato volto, il merito è anche di chi ha deciso di restarci. Un piccolo esercito di artigiani che si tramandano antichi mestieri e nuovi creativi che hanno reinventato tradizioni quasi scomparse. Uno di questi è il sarto e stilista Mattia Piazza, 25enne palermitano che dopo il diploma al liceo musicale e quello in progettazione della moda all’Accademia di Belle arti, ha fatto il giro d’Europa, per poi tornare nella sua città, dove nel 2017 ha fondato Casa Preti, insieme all’architetto svizzero Steve D. Gallay. Il piccolo atelier di moda, in via Lattarini, ha contribuito insieme agli altri a rivitalizzare il cuore antico di Palermo. Un lungo elenco che è stato censito in una guida creata da Le Vie dei Tesori (ve ne abbiamo parlato qui) e presentata lo scorso ottobre, che mette insieme cento botteghe artigiane, un vero e proprio tesoro immateriale, testimonianza di mestieri che oggi rischiano di scomparire per sempre.

Casa Preti

Così, una piccola sartoria è oggi diventata Casa Preti, maison di moda che nel Culture Concept Store del Museo Salinas ha presentato questa mattina la nuova collezione estiva prêt-à-porter e un’app “vetrina” virtuale dell’atelier, che oggi ha una sede anche a Gruyère, in Svizzera. Una piccola ma ambiziosa realtà sartoriale, giovane e dinamica, che in poco tempo si è ritagliata uno spazio rilevante nel settore della moda, all’insegna del rigore formale e della vestibilità quotidiana. Quelli di Casa Preti, nome che richiama quello del pittore caravaggesco Mattia Preti, sono abiti “colti”, che intrecciano l’eleganza classica dello stile italiano, con un taglio ieratico, a tratti quasi sacerdotale, che rimanda all’antichità greca. Sono abiti androgini, ispirati ad un’idea di bellezza al di sopra dei sessi, impreziositi da tessuti naturali come seta o cotone e ispirati, in alcuni casi, allo stile rinascimentale di Dürer, come nelle maniche a prosciutto delle camice maschili, larghe sopra e più strette sotto.

Steve D. Gallay e Matteo Piazza nel corso della presentazione

“Il lusso più grande per me è di aver portato avanti questo progetto nella mia città, è stata una scommessa vinta – ha detto Mattia Piazza – . Quello che riproponiamo in questa nuova collezione è il gusto razionale che ci contraddistingue. Uno stile minimale dove nulla è lasciato al caso, dove ogni elemento decorativo, se è presente, non è ornamento, ma è funzionale all’abito. Noi partiamo dall’idea che tutto debba avere una sua funzione e utilità. Un po’ come l’architetto progetta una casa che diventa poi viva nel momento in cui si abita, allo stesso modo, noi creiamo degli abiti che, appesi a una gruccia restano vestiti, ma indossati devono avere la stessa comodità di una casa in cui si vive”.

“La collezione è stata ben accolta anche in Svizzera – aggiunge Steve D. Gallay, 34enne di Losanna con una laurea in architettura al Politecnico di Zurigo – . Abbiamo sempre cercato un legame diretto con il cliente, senza troppa pubblicità, e alcuni sono già al secondo acquisto, cosa che ci riempie di soddisfazioni. Poi, a differenza della Svizzera, dove certe tradizioni si stanno perdendo, qui a Palermo ho scoperto un mestiere, ci sono artigiani che sanno lavorare la materia, cosa fondamentale e che fa la differenza”.

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Il campanone che scandiva la vita dei palermitani

Aperta per la prima volta la torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria

di Giulio Giallombardo

Il suo ultimo rintocco risuonò il 25 marzo del 1848, quando fu convocato il parlamento rivoluzionario. Poi un lungo silenzio che dura fino a oggi. Il “campanone di Palermo”, all’interno della torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, in via Roma, scandiva la vita politica e sociale della città. Adesso quella campana, fusa nelle officine dell’artiglieria del Regno di Sicilia, l’1 gennaio del 1575, e dedicata all’imperatore Carlo V, si può ammirare molto da vicino, salendo sulla torre civica per la prima volta aperta a cittadini e turisti. Dopo la definitiva riapertura della chiesa, che i palermitani chiamano anche dell’Ecce Homo, per le due statue del Cristo custodite all’esterno e all’interno dell’edificio, da domenica scorsa è possibile visitare tutti i giorni anche le terrazze e la torre civica, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria da un lato e su via Roma dall’altro.

La chiesa di Sant’Antonio Abate

Vi si accede dall’interno della chiesa, che fa parte dei siti gestiti dall’associazione Amici dei musei siciliani. Salendo una breve rampa di scale in pochi minuti ci si affaccia sulla città, con lo sguardo che spazia fino a mare: si possono riconoscere le cupole delle vicine chiese di Santa Caterina e di San Giuseppe dei Teatini, fino alle più distanti San Giorgio dei Genovesi e San Giovanni dei Napoletani, compreso il tetto del Palazzo delle Finanze. Ma il punto di vista più interessante è quello su San Domenico, che si può apprezzare in tutta la sua imponenza.

Le origini della torre sono antichissime. Fu edificata all’inizio del 1300 da Giovanni e Manfredi Chiaramonte, inglobando la base di una torre preesistente, chiamata col nome arabo Pharat e costruita a presidio del porto sulle antiche mura della città medievale. I simboli dei Chiaramonte sono ancora visibili in un piccolo stemma nel prospetto della torre, accanto a quello con l’aquila del Senato palermitano e dei re d’Aragona. Intorno al 1580 la torre fu rialzata di almeno il doppio rispetto a come la vediamo oggi, diventando la più alta della città. Ma dopo pochi anni, per problemi di sicurezza e in seguito alle proteste degli abitanti della zona che temevano potesse crollare, la torre fu riabbassata nel 1595, fermandosi all’altezza attuale.

La cupola e la torre civica di Sant’Antonio Abate

Il campanone aveva il compito di convocare il Senato palermitano e il Parlamento siciliano. Sotto l’iscrizione si trova una fascia con tre aquile ed una Madonna racchiusa in un rettangolo. Si può scorgere anche un rilievo che raffigura Sant’Antonio Abate con il bastone e il porcellino ai suoi piedi. Al tramonto iI campanone batteva cinquantadue colpi, detti della “Castiddana”, dati anche dalla campana di San Nicolò all’Albergheria, per avvisare gli artigiani che era il momento di chiudere le botteghe. Nello stesso tempo, chiuse le porte della città, ammoniva i cittadini non muniti di licenza, a non circolare per le strade, come prevedeva la legge.

L’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate

Dunque, la torre e la chiesa furono strettamente legate alla vita cittadina. Quella di Sant’Antonio Abate era parrocchia del Senato, e per questo fu arricchita al suo interno di preziosi dipinti e oggetti d’arte, come la monumentale tribuna marmorea per l’abside, commissionata ad Antonello Gagini, oggi dispersa, di cui rimane nella cappella a sinistra dell’abside una nicchia raffigurante il Trionfo dell’Eucarestia con scene della Passione nelle formelle laterali. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate ed il Giovedì Santo, un picchetto d’onore di guardie municipali in alta uniforme presenziava alle sacre celebrazioni e il parroco si recava ogni domenica a celebrare la messa nella cappella del Palazzo delle Aquile. Adesso, torre e chiesa sono di nuovo aperte alla città.

Aperta per la prima volta la torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria

di Giulio Giallombardo

Il suo ultimo rintocco risuonò il 25 marzo del 1848, quando fu convocato il parlamento rivoluzionario. Poi un lungo silenzio che dura fino a oggi. Il “campanone di Palermo”, all’interno della torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, in via Roma, scandiva la vita politica e sociale della città. Adesso quella campana, fusa nelle officine dell’artiglieria del Regno di Sicilia, l’1 gennaio del 1575, e dedicata all’imperatore Carlo V, si può ammirare molto da vicino, salendo sulla torre civica per la prima volta aperta a cittadini e turisti. Dopo la definitiva riapertura della chiesa, che i palermitani chiamano anche dell’Ecce Homo, per le due statue del Cristo custodite all’esterno e all’interno dell’edificio, da domenica scorsa è possibile visitare tutti i giorni anche le terrazze e la torre civica, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria da un lato e su via Roma dall’altro.

La chiesa di Sant’Antonio Abate

Vi si accede dall’interno della chiesa, che fa parte dei siti gestiti dall’associazione Amici dei musei siciliani. Salendo una breve rampa di scale in pochi minuti ci si affaccia sulla città, con lo sguardo che spazia fino a mare: si possono riconoscere le cupole delle vicine chiese di Santa Caterina e di San Giuseppe dei Teatini, fino alle più distanti San Giorgio dei Genovesi e San Giovanni dei Napoletani, compreso il tetto del Palazzo delle Finanze. Ma il punto di vista più interessante è quello su San Domenico, che si può apprezzare in tutta la sua imponenza.

La cupola e la torre civica di Sant’Antonio Abate

Le origini della torre sono antichissime. Fu edificata all’inizio del 1300 da Giovanni e Manfredi Chiaramonte, inglobando la base di una torre preesistente, chiamata col nome arabo Pharat e costruita a presidio del porto sulle antiche mura della città medievale. I simboli dei Chiaramonte sono ancora visibili in un piccolo stemma nel prospetto della torre, accanto a quello con l’aquila del Senato palermitano e dei re d’Aragona. Intorno al 1580 la torre fu rialzata di almeno il doppio rispetto a come la vediamo oggi, diventando la più alta della città. Ma dopo pochi anni, per problemi di sicurezza e in seguito alle proteste degli abitanti della zona che temevano potesse crollare, la torre fu riabbassata nel 1595, fermandosi all’altezza attuale.

Il campanone aveva il compito di convocare il Senato palermitano e il Parlamento siciliano. Sotto l’iscrizione si trova una fascia con tre aquile ed una Madonna racchiusa in un rettangolo. Si può scorgere anche un rilievo che raffigura Sant’Antonio Abate con il bastone e il porcellino ai suoi piedi. Al tramonto iI campanone batteva cinquantadue colpi, detti della “Castiddana”, dati anche dalla campana di San Nicolò all’Albergheria, per avvisare gli artigiani che era il momento di chiudere le botteghe. Nello stesso tempo, chiuse le porte della città, ammoniva i cittadini non muniti di licenza, a non circolare per le strade, come prevedeva la legge.

L’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate

Dunque, la torre e la chiesa furono strettamente legate alla vita cittadina. Quella di Sant’Antonio Abate era parrocchia del Senato, e per questo fu arricchita al suo interno di preziosi dipinti e oggetti d’arte, come la monumentale tribuna marmorea per l’abside, commissionata ad Antonello Gagini, oggi dispersa, di cui rimane nella cappella a sinistra dell’abside una nicchia raffigurante il Trionfo dell’Eucarestia con scene della Passione nelle formelle laterali. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate ed il Giovedì Santo, un picchetto d’onore di guardie municipali in alta uniforme presenziava alle sacre celebrazioni e il parroco si recava ogni domenica a celebrare la messa nella cappella del Palazzo delle Aquile. Adesso, torre e chiesa sono di nuovo aperte alla città.

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Fatti in carcere, venduti nei musei: l’arte si fa solidale

Piccoli oggetti d’artigianato realizzati dai detenuti si potranno acquistare nei più importanti siti culturali di Siracusa. È la tappa conclusiva del progetto “Mercanti del tempo”

di Giulio Giallombardo

Frammenti di storia che diventano simboli di riscatto. Teste di gorgoni, antiche monete, bassorilievi, maschere greche e reperti si fanno in cento per raccontare storie di speranza e di inclusione. Sono i piccoli oggetti d’arte forgiati dai detenuti della Casa di reclusione di Augusta, che saranno venduti a Siracusa, in alcuni siti culturali, tra cui il museo archeologico regionale “Paolo Orsi”, il parco archeologico della Neapolis e la Galleria regionale di Palazzo Bellomo, tutti spazi gestiti da Civita Sicilia. È la tappa conclusiva del progetto “Mercanti del tempo”, promosso dalla cooperativa sociale L’Arcolaio e finanziato dai club Rotary di Augusta, Lentini e Siracusa.

Terracotta raffigurante la Gorgone

Il progetto durato due mesi e terminato a dicembre, ha avuto l’obiettivo di formare un gruppo composto da una decina di detenuti, nella realizzazione di circa 700 pezzi di terracotta, che riproducono alcuni dei tesori custoditi nel museo archeologico siracusano. Il sogno è quello di creare nuovi artigiani, capaci di produrre manufatti artistici e di avviare un’attività lavorativa che possa proseguire nel tempo, grazie alla vendita sul mercato degli oggetti realizzati. Così, l’equipe di maestri d’arte, capeggiata da Gerlando Pantano, restauratore del museo “Orsi”, insieme a Federica Marchesan, Salvatore Melita e Samantha Intelisano, ha guidato i detenuti che hanno imparato a impastare l’argilla, stenderla sugli stampi, infornarla e rifinirla, dando vita a centinaia di pezzi unici.

Gli stampi delle terracotte

La collezione, che sarà messa in vendita anche alla Galleria civica Montevergini, dove è in corso la mostra “Archimede a Siracusa”, viene presentata domenica 7 aprile alle 11 al Museo “Orsi”, alla presenza del sindaco Francesco Italia, della direttrice del museo Maria Musumeci, del coordinatore del progetto Giovanni Romano e dell’amministratore delegato di Civita Sicilia, Renata Sansone. Gli oggetti raffigurano teste di gorgone, il Portello di Castelluccio di Noto, maschere teatrali, una moneta con l’effige di Aretusa da un lato e dall’altro una quadriga, e un’altra moneta con Archimede. Il pezzi più piccoli, a cui è stato applicato un magnete, hanno un costo che si aggira sui 5 euro, mentre i più grandi vanno dai 12 ai 15 euro e sono corredati da un piccolo cavalletto in legno. Il ricavato delle vendite sarà reinvestito nel progetto.

Terracotta con moneta raffigurante Archimede

“Siamo in una fase delicata del nostro lavoro, una specie di prova del fuoco – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Romano della cooperativa L’Arcolaio – tutto dipenderà da come andranno le vendite e dalla risposta da parte dei visitatori dei nostri siti culturali. È stata un’esperienza importante, dal grande valore educativo. I detenuti che hanno partecipato al progetto sono stati fortemente gratificati dal lavoro svolto, e si è creato un bellissimo clima con il gruppo dei formatori. Noi siamo convinti che solo in questo modo, portando delle attività che abbiano una forte valenza educativa, il carcere riesca a svolgere la sua funzione più importante”.

Dal 2003, la cooperativa L’Arcolaio lavora per il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti e di altre categorie svantaggiate. Produce dolci della tradizione siciliana, realizzati all’interno della Casa circondariale di Siracusa, e si occupa anche di agricoltura sociale, dopo aver recuperato 13 ettari di terreni abbandonati nelle campagne di Noto. Un esempio di sviluppo solidale e sostenibile del territorio.

Piccoli oggetti d’artigianato realizzati dai detenuti si potranno acquistare nei più importanti siti culturali di Siracusa. È la tappa conclusiva del progetto “Mercanti del tempo”

di Giulio Giallombardo

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Terracotta raffigurante la Gorgone

Il progetto durato due mesi e terminato a dicembre, ha avuto l’obiettivo di formare un gruppo composto da una decina di detenuti, nella realizzazione di circa 700 pezzi di terracotta, che riproducono alcuni dei tesori custoditi nel museo archeologico siracusano. Il sogno è quello di creare nuovi artigiani, capaci di produrre manufatti artistici e di avviare un’attività lavorativa che possa proseguire nel tempo, grazie alla vendita sul mercato degli oggetti realizzati. Così, l’equipe di maestri d’arte, capeggiata da Gerlando Pantano, restauratore del museo “Orsi”, insieme a Federica Marchesan, Salvatore Melita e Samantha Intelisano, ha guidato i detenuti che hanno imparato a impastare l’argilla, stenderla sugli stampi, infornarla e rifinirla, dando vita a centinaia di pezzi unici.

Gli stampi delle terracotte

La collezione, che sarà messa in vendita anche alla Galleria civica Montevergini, dove è in corso la mostra “Archimede a Siracusa”, viene presentata domenica 7 aprile alle 11 al Museo “Orsi”, alla presenza del sindaco Francesco Italia, della direttrice del museo Maria Musumeci, del coordinatore del progetto Giovanni Romano e dell’amministratore delegato di Civita Sicilia, Renata Sansone. Gli oggetti raffigurano teste di gorgone, il Portello di Castelluccio di Noto, maschere teatrali, una moneta con l’effige di Aretusa da un lato e dall’altro una quadriga, e un’altra moneta con Archimede. Il pezzi più piccoli, a cui è stato applicato un magnete, hanno un costo che si aggira sui 5 euro, mentre i più grandi vanno dai 12 ai 15 euro e sono corredati da un piccolo cavalletto in legno. Il ricavato delle vendite sarà reinvestito nel progetto.

Terracotta con moneta raffigurante Archimede

“Siamo in una fase delicata del nostro lavoro, una specie di prova del fuoco – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Romano della cooperativa L’Arcolaio – tutto dipenderà da come andranno le vendite e dalla risposta da parte dei visitatori dei nostri siti culturali. È stata un’esperienza importante, dal grande valore educativo. I detenuti che hanno partecipato al progetto sono stati fortemente gratificati dal lavoro svolto, e si è creato un bellissimo clima con il gruppo dei formatori. Noi siamo convinti che solo in questo modo, portando delle attività che abbiano una forte valenza educativa, il carcere riesca a svolgere la sua funzione più importante”.

Dal 2003, la cooperativa L’Arcolaio lavora per il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti e di altre categorie svantaggiate. Produce dolci della tradizione siciliana, realizzati all’interno della Casa circondariale di Siracusa, e si occupa anche di agricoltura sociale, dopo aver recuperato 13 ettari di terreni abbandonati nelle campagne di Noto. Un esempio di sviluppo solidale e sostenibile del territorio.

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