Fondi in arrivo per i luoghi della cultura

Approvato l’elenco dei progetti per interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio siciliano, che potranno essere finanziati con risorse europee

di Giulio Giallombardo

Nuovi percorsi di fruizione nella Galleria di arte moderna di Palermo, lavori di restauro nel chiostro della basilica di San Francesco d’Assisi, la creazione di un museo multimediale nel Castello di Nelson a Bronte, ed anche una videoinstallazione immersiva sulla Venere Ericina. Questi sono solo alcuni dei tanti progetti che potranno essere oggetto di interventi di valorizzazione da finanziare con i fondi europei del Po Fesr 2014-2020. L’elenco è stato approvato pochi giorni fa dal Dipartimento regionale dei Beni culturali, attraverso due distinti decreti firmati dal dirigente generale, Sergio Alessandro.

Il Museo Mandralisca di Cefalù

Nel primo elenco, si contano 26 progetti ammissibili per interventi di tutela, valorizzazione e messa in rete del patrimonio culturale; nel secondo, invece, i progetti selezionati sono 21 e rientrano nell’azione per la diffusione della conoscenza, con la creazione di sistemi innovativi e l’uso di tecnologie avanzate. Entrambi i decreti fanno riferimento a quei siti classificati come “luoghi della cultura”: un elenco approvato dalla Regione, che contiene tutti quei beni di proprietà statale, di enti locali ed ecclesiastici o di fondazioni, oggetto di progetti di valorizzazione da finanziare tramite la partecipazione a bandi per le operazioni a regia sulle risorse del Po Fesr. Tutti i progetti ammessi, ma anche quelli giudicati non ricevibili o non ammissibili, saranno sottoposti al successivo esame da parte della Commissione di valutazione, per il definitivo via libera alla concessione dei finanziamenti che ammontano complessivamente a oltre 5 milioni e mezzo di euro.

I progetti presi in esame spaziano da un capo all’altro della Sicilia. A Palermo, riflettori accesi sulla Gam, la Galleria d’arte moderna, che punta a nuovi percorsi di fruizione per un museo diffuso e accessibile, anche attraverso nuove illuminazioni a risparmio energetico. Poi ci sono i lavori di recupero e valorizzazione del chiostro di San Francesco d’Assisi, interventi di miglioramento a Villa Malfitano e di salvaguardia per il patrimonio geopaleontologico del Museo Gemmellaro. A Catania, protagonista Castello Ursino, con un tour di suggestioni storiche nel fossato, attraverso un nuovo percorso espositivo. Ammessi, inoltre, progetti per la valorizzazione multimediale delle terrazze del Museo Diocesano, per un’inedita fruizione del Monastero dei Benedettini e del suo Museo della Fabbrica, ed anche per il Museo dello Sbarco e per quello del cinema.

Il chiostro della chiesa di San Francesco d’Assisi a Palermo

E ancora, tra gli altri progetti ritenuti ammissibili, previsti lavori e acquisti per migliorare l’esperienza di visita al Museo Whitaker di Mozia, anche con un’app, e l’ampliamento degli spazi espositivi con un nuovo percorso al Mandralisca di Cefalù. A Erice, spazio anche ad una videoinstallazione immersiva dal titolo “La Venere Ericina dal sogno al mito” ed altri interventi all’interno del polo museale Cordici. C’è poi il progetto per realizzare un museo virtuale diffuso sugli itinerari francescani in Sicilia; quello di ristrutturazione dell’ex Carcere borbonico di Caltagirone, sede del museo civico e di valorizzazione del complesso monumentale di San Francesco dell’Immacolata a Trapani.

Approvato l’elenco dei progetti per interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio siciliano, che potranno essere finanziati con risorse europee

di Giulio Giallombardo

Nuovi percorsi di fruizione nella Galleria di arte moderna di Palermo, lavori di restauro nel chiostro della basilica di San Francesco d’Assisi, la creazione di un museo multimediale nel Castello di Nelson a Bronte, ed anche una videoinstallazione immersiva sulla Venere Ericina. Questi sono solo alcuni dei tanti progetti che potranno essere oggetto di interventi di valorizzazione da finanziare con i fondi europei del Po Fesr 2014-2020. L’elenco è stato approvato pochi giorni fa dal Dipartimento regionale dei Beni culturali, attraverso due distinti decreti firmati dal dirigente generale, Sergio Alessandro.

Il Museo Mandralisca di Cefalù

Nel primo elenco, si contano 26 progetti ammissibili per interventi di tutela, valorizzazione e messa in rete del patrimonio culturale; nel secondo, invece, i progetti selezionati sono 21 e rientrano nell’azione per la diffusione della conoscenza, con la creazione di sistemi innovativi e l’uso di tecnologie avanzate. Entrambi i decreti fanno riferimento a quei siti classificati come “luoghi della cultura”: un elenco approvato dalla Regione, che contiene tutti quei beni di proprietà statale, di enti locali ed ecclesiastici o di fondazioni, oggetto di progetti di valorizzazione da finanziare tramite la partecipazione a bandi per le operazioni a regia sulle risorse del Po Fesr. Tutti i progetti ammessi, ma anche quelli giudicati non ricevibili o non ammissibili, saranno sottoposti al successivo esame da parte della Commissione di valutazione, per il definitivo via libera alla concessione dei finanziamenti che ammontano complessivamente a oltre 5 milioni e mezzo di euro.

Il chiostro della chiesa di San Francesco d’Assisi a Palermo

I progetti presi in esame spaziano da un capo all’altro della Sicilia. A Palermo, riflettori accesi sulla Gam, la Galleria d’arte moderna, che punta a nuovi percorsi di fruizione per un museo diffuso e accessibile, anche attraverso nuove illuminazioni a risparmio energetico. Poi ci sono i lavori di recupero e valorizzazione del chiostro di San Francesco d’Assisi, interventi di miglioramento a Villa Malfitano e di salvaguardia per il patrimonio geopaleontologico del Museo Gemmellaro. A Catania, protagonista Castello Ursino, con un tour di suggestioni storiche nel fossato, attraverso un nuovo percorso espositivo. Ammessi, inoltre, progetti per la valorizzazione multimediale delle terrazze del Museo Diocesano, per un’inedita fruizione del Monastero dei Benedettini e del suo Museo della Fabbrica, ed anche per il Museo dello Sbarco e per quello del cinema.

E ancora, tra gli altri progetti ritenuti ammissibili, previsti lavori e acquisti per migliorare l’esperienza di visita al Museo Whitaker di Mozia, anche con un’app, e l’ampliamento degli spazi espositivi con un nuovo percorso al Mandralisca di Cefalù. A Erice, spazio anche ad una videoinstallazione immersiva dal titolo “La Venere Ericina dal sogno al mito” ed altri interventi all’interno del polo museale Cordici. C’è poi il progetto per realizzare un museo virtuale diffuso sugli itinerari francescani in Sicilia; quello di ristrutturazione dell’ex Carcere borbonico di Caltagirone, sede del museo civico e di valorizzazione del complesso monumentale di San Francesco dell’Immacolata a Trapani.

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L’Isola negli occhi con il Museo virtuale siciliano

Indossando visori speciali, si potrà vivere un’esperienza a 360 gradi esplorando oltre venti siti, tra musei e parchi archeologici

di Giulio Giallombardo

Un viaggio da un capo all’altro della Sicilia, senza muovere un piede. Basta guardare dentro un visore per sprofondare tra le bellezze dell’Isola, da Levanzo a Siracusa. Sono oltre venti i siti culturali che potranno essere visitati nella prima versione del “Sicilia Virtual Museum”, presentato ieri pomeriggio nella sala Kounellis di Palazzo Riso, a Palermo, dall’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa. Indossando occhiali speciali per la realtà virtuale, con l’aiuto di un controller, si potrà vivere un’esperienza immersiva a 360 gradi, che mette insieme innovazione tecnologica e valorizzazione del patrimonio.

Angelo Scuderi e Sebastiano Tusa durante la presentazione

Così, come in un avveniristico teletrasporto, ci si potrà perdere nella Valle dei Templi di Agrigento o visitare le aree archeologiche di Selinunte, Tindari, Segesta, Himera, Pantelleria e Siracusa. E ancora si potrà arrivare in barca a Mozia, per visitare il Museo Whitaker, e pochi istanti dopo ritrovarsi nelle sale del Museo Salinas di Palermo oppure in quello di Aidone, ad ammirare la Dea di Morgantina, o magari a Mazara del Vallo a lasciarsi incantare dal Satiro danzante. Si potrà, infine, fare tappa al teatro antico di Taormina, all’anfiteatro romano di Catania, alla Villa romana del Casale di Piazza Armerina, per poi concludere il viaggio a Lipari, entrando nel museo archeologico, o a Terrasini, nelle sale di Palazzo D’Aumale.

Questi sono alcuni dei primi siti inseriti nel museo virtuale, progettato dalla cooperativa Nexus, società capofila che gestisce il laboratorio multimediale dell’Università di Palermo e realizzato dalla Playmaker Produzioni. Ogni visita, accompagnata da un’audioguida in italiano e in inglese, avrà la durata media di circa quattro minuti, per un totale di due ore di “viaggio”. L’utente potrà decidere se visitare una singola struttura o sottoporsi all’intera visione, decidendo anche l’ordine delle mete da scoprire. I primi visori del modello Oculus Go, saranno distribuiti a partire da marzo a Palermo, al Museo Salinas, Palazzo Riso e all’Abatellis, per poi arrivare in estate nei maggiori siti culturali dell’Isola.

Sebastiano Tusa

“Si tratta di uno strumento di promozione importante – ha detto l’assessore Tusa, nel corso della presentazione del progetto – perché posto in un museo o anche in un aeroporto o una stazione, può contribuire a far conoscere sempre più il nostro territorio. Noi abbiamo un patrimonio splendido in parte poco conosciuto, perché difettiamo in comunicazione, che finora abbiamo un po’ improvvisato. Per questo il nostro assessorato è molto aperto alle nuove tecnologie, che magari consentiranno di attirare anche quel pubblico di giovanissimi, di solito poco propenso alla tradizionale visita del museo”.

“Si tratta di una visione alternativa, che non sostituisce quella diretta, ma in qualche modo la integra – ha aggiungo Angelo Scuderi, che insieme a Laura Compagnino ha curato il coordinamento editoriale del progetto – . Certamente è anche uno strumento di marketing, che avvicina l’immenso patrimonio culturale siciliano. Pensiamo, ad esempio, alla massa di crocieristi, che avendo poco tempo possono visitare al massimo due musei, solo nelle città d’attracco, questo è solo un antipasto di quello che potrebbero scoprire in Sicilia”.

Indossando visori speciali, si potrà vivere un’esperienza a 360 gradi esplorando oltre venti siti, tra musei e parchi archeologici

di Giulio Giallombardo

Un viaggio da un capo all’altro della Sicilia, senza muovere un piede. Basta guardare dentro un visore per sprofondare tra le bellezze dell’Isola, da Levanzo a Siracusa. Sono oltre venti i siti culturali che potranno essere visitati nella prima versione del “Sicilia Virtual Museum”, presentato ieri pomeriggio nella sala Kounellis di Palazzo Riso, a Palermo, dall’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa. Indossando occhiali speciali per la realtà virtuale, con l’aiuto di un controller, si potrà vivere un’esperienza immersiva a 360 gradi, che mette insieme innovazione tecnologica e valorizzazione del patrimonio.

Angelo Scuderi e Sebastiano Tusa durante la presentazione

Così, come in un avveniristico teletrasporto, ci si potrà perdere nella Valle dei Templi di Agrigento o visitare le aree archeologiche di Selinunte, Tindari, Segesta, Himera, Pantelleria e Siracusa. E ancora si potrà arrivare in barca a Mozia, per visitare il Museo Whitaker, e pochi istanti dopo ritrovarsi nelle sale del Museo Salinas di Palermo oppure in quello di Aidone, ad ammirare la Dea di Morgantina, o magari a Mazara del Vallo a lasciarsi incantare dal Satiro danzante. Si potrà, infine, fare tappa al teatro antico di Taormina, all’anfiteatro romano di Catania, alla Villa romana del Casale di Piazza Armerina, per poi concludere il viaggio a Lipari, entrando nel museo archeologico, o a Terrasini, nelle sale di Palazzo D’Aumale.

Questi sono alcuni dei primi siti inseriti nel museo virtuale, progettato dalla cooperativa Nexus, società capofila che gestisce il laboratorio multimediale dell’Università di Palermo e realizzato dalla Playmaker Produzioni. Ogni visita, accompagnata da un’audioguida in italiano e in inglese, avrà la durata media di circa quattro minuti, per un totale di due ore di “viaggio”. L’utente potrà decidere se visitare una singola struttura o sottoporsi all’intera visione, decidendo anche l’ordine delle mete da scoprire. I primi visori del modello Oculus Go, saranno distribuiti a partire da marzo a Palermo, al Museo Salinas, Palazzo Riso e all’Abatellis, per poi arrivare in estate nei maggiori siti culturali dell’Isola.

Sebastiano Tusa

“Si tratta di uno strumento di promozione importante – ha detto l’assessore Tusa, nel corso della presentazione del progetto – perché posto in un museo o anche in un aeroporto o una stazione, può contribuire a far conoscere sempre più il nostro territorio. Noi abbiamo un patrimonio splendido in parte poco conosciuto, perché difettiamo in comunicazione, che finora abbiamo un po’ improvvisato. Per questo il nostro assessorato è molto aperto alle nuove tecnologie, che magari consentiranno di attirare anche quel pubblico di giovanissimi, di solito poco propenso alla tradizionale visita del museo”.

“Si tratta di una visione alternativa, che non sostituisce quella diretta, ma in qualche modo la integra – ha aggiungo Angelo Scuderi, che insieme a Laura Compagnino ha curato il coordinamento editoriale del progetto – . Certamente è anche uno strumento di marketing, che avvicina l’immenso patrimonio culturale siciliano. Pensiamo, ad esempio, alla massa di crocieristi, che avendo poco tempo possono visitare al massimo due musei, solo nelle città d’attracco, questo è solo un antipasto di quello che potrebbero scoprire in Sicilia”.

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L’incerto futuro del kouros ritrovato e conteso

Tanti pretendenti per la statua greca, da poco riassemblata. Ma il torso appartiene a Siracusa e la testa a Catania, incalzano anche Lentini e Carlentini

di Giulio Giallombardo

Una statua per due, anzi per cinque. Perché tanti potrebbero essere i pretendenti al kouros da poco “ritrovato”, ma dal futuro ancora incerto. Sono molte le attenzioni sull’elegante statua greca in marmo, sottoposta nei mesi scorsi a un delicato intervento di restauro e ricomposizione di torso e testa, rinvenuti in epoche diverse a Lentini, e in mostra nella Sala della Cavallerizza di Palazzo Branciforte, a Palermo. Da un lato c’è il torso, venduto nel 1904 dal marchese di Castelluccio all’archeologo Paolo Orsi e conservato nel museo archeologico di Siracusa; dall’altro, la testa trovata nel Settecento dal principe di Biscari e di proprietà del museo di Castello Ursino a Catania.

I due pezzi del kouros

Il kouros di Leontinoi, classico esempio di statua di giovane, con funzione funeraria o votiva, molto diffusa nel periodo arcaico e classico, tra il VII e il V secolo avanti Cristo, ha ritrovato dunque la sua unità, ma non senza polemiche. L’idea era stata lanciata dall’ex assessore regionale ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi, e dal Comune di Catania, per poi essere sposata dal successore e attuale assessore Sebastiano Tusa, che ha promosso e curato la ricomposizione dell’opera, con il sostegno della Fondazione Sicilia. Dopo aver raggiunto la certezza sulla concordanza dei due frammenti della statua, ricavata da un unico blocco di marmo bianco proveniente dalle isole Cicladi (anche se non tutti gli esperti sono d’accordo), l’intervento conservativo è stato eseguito nei laboratori del Centro regionale di progettazione e restauro della Regione Siciliana. I due pezzi rimontati sono stati poggiati su un basamento in marmo grigio del palermitano Monte Billiemi, opera dello scultore Giacomo Rizzo.

Adesso, il kouros resterà ancora per qualche settimana a Palermo, dopo la proroga della mostra fino al 31 marzo. Poi si sposterà al Museo civico di Catania, per trasferirsi successivamente a Siracusa, al Museo archeologico Paolo Orsi, dove è previsto un convegno internazionale sull’opera. Incerti ancora i tempi di permanenza dell’opera nelle due sedi di appartenenza, anche se non si esclude che possa in seguito essere esposta a turno nei due musei, dal momento che la testa appartiene al Museo civico di Catania e il busto al Paolo Orsi di Siracusa.

La ricomposizione del kouros

Ma è facile immaginare che la statua non possa in eterno peregrinare da una sede all’altra, e sia probabilmente più opportuno individuare una “casa” definitiva. È qui che si aprono scenari ancora tutti da scrivere. Perché, oltre le due sedi storiche che potrebbero far valere una disputa sulla maggiore importanza del proprio pezzo di statua, voce in capitolo potrebbe averla anche la Fondazione Sicilia, che ha finanziato l’operazione. Per non parlare poi di Lentini e Carlentini, i cui sindaci, risentiti per non essere stati invitati all’inaugurazione di Palermo, hanno chiesto che il “caruso” torni lì dove è stato trovato, anche in vista dell’istituzione del Parco archeologico di Leontinoi, annunciato dal governo regionale.

L’ultima ipotesi in campo, ma che sembrerebbe quasi paradossale, è che la statua possa tornare a dividersi, con busto e testa nelle rispettive sedi proprietarie, come se nulla fosse successo. Idea questa fermamente osteggiata dall’assessore Tusa. “Nella convenzione stipulata con i musei – spiega l’assessore a Le Vie dei Tesori News – abbiamo specificato che decideremo se e come esporlo periodicamente a Siracusa a Catania. Abbiamo comunque lasciato aperte altre eventuali opzioni che vedremo in seguito. Una cosa è certa, finché io sarò in carica, farò di tutto affinché non la statua non venga nuovamente separata”.

Tanti pretendenti per la statua greca, da poco riassemblata. Ma il torso appartiene a Siracusa e la testa a Catania, incalzano anche Lentini e Carlentini

di Giulio Giallombardo

Una statua per due, anzi per cinque. Perché tanti potrebbero essere i pretendenti al kouros da poco “ritrovato”, ma dal futuro ancora incerto. Sono molte le attenzioni sull’elegante statua greca in marmo, sottoposta nei mesi scorsi a un delicato intervento di restauro e ricomposizione di torso e testa, rinvenuti in epoche diverse a Lentini, e in mostra nella Sala della Cavallerizza di Palazzo Branciforte, a Palermo. Da un lato c’è il torso, venduto nel 1904 dal marchese di Castelluccio all’archeologo Paolo Orsi e conservato nel museo archeologico di Siracusa; dall’altro, la testa trovata nel Settecento dal principe di Biscari e di proprietà del museo di Castello Ursino a Catania.

I due pezzi del kouros

Il kouros di Leontinoi, classico esempio di statua di giovane, con funzione funeraria o votiva, molto diffusa nel periodo arcaico e classico, tra il VII e il V secolo avanti Cristo, ha ritrovato dunque la sua unità, ma non senza polemiche. L’idea era stata lanciata dall’ex assessore regionale ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi, e dal Comune di Catania, per poi essere sposata dal successore e attuale assessore Sebastiano Tusa, che ha promosso e curato la ricomposizione dell’opera, con il sostegno della Fondazione Sicilia. Dopo aver raggiunto la certezza sulla concordanza dei due frammenti della statua, ricavata da un unico blocco di marmo bianco proveniente dalle isole Cicladi (anche se non tutti gli esperti sono d’accordo), l’intervento conservativo è stato eseguito nei laboratori del Centro regionale di progettazione e restauro della Regione Siciliana. I due pezzi rimontati sono stati poggiati su un basamento in marmo grigio del palermitano Monte Billiemi, opera dello scultore Giacomo Rizzo.

Adesso, il kouros resterà ancora per qualche settimana a Palermo, dopo la proroga della mostra fino al 31 marzo. Poi si sposterà al Museo civico di Catania, per trasferirsi successivamente a Siracusa, al Museo archeologico Paolo Orsi, dove è previsto un convegno internazionale sull’opera. Incerti ancora i tempi di permanenza dell’opera nelle due sedi di appartenenza, anche se non si esclude che possa in seguito essere esposta a turno nei due musei, dal momento che la testa appartiene al Museo civico di Catania e il busto al Paolo Orsi di Siracusa.

La ricomposizione del kouros

Ma è facile immaginare che la statua non possa in eterno peregrinare da una sede all’altra, e sia probabilmente più opportuno individuare una “casa” definitiva. È qui che si aprono scenari ancora tutti da scrivere. Perché, oltre le due sedi storiche che potrebbero far valere una disputa sulla maggiore importanza del proprio pezzo di statua, voce in capitolo potrebbe averla anche la Fondazione Sicilia, che ha finanziato l’operazione. Per non parlare poi di Lentini e Carlentini, i cui sindaci, risentiti per non essere stati invitati all’inaugurazione di Palermo, hanno chiesto che il “caruso” torni lì dove è stato trovato, anche in vista dell’istituzione del Parco archeologico di Leontinoi, annunciato dal governo regionale.

L’ultima ipotesi in campo, ma che sembrerebbe quasi paradossale, è che la statua possa tornare a dividersi, con busto e testa nelle rispettive sedi proprietarie, come se nulla fosse successo. Idea questa fermamente osteggiata dall’assessore Tusa. “Nella convenzione stipulata con i musei – spiega l’assessore a Le Vie dei Tesori News – abbiamo specificato che decideremo se e come esporlo periodicamente a Siracusa a Catania. Abbiamo comunque lasciato aperte altre eventuali opzioni che vedremo in seguito. Una cosa è certa, finché io sarò in carica, farò di tutto affinché non la statua non venga nuovamente separata”.

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La nuova vita dei palazzi storici da salvare

Approvata dall’Ars una norma della Finanziaria, che prevede il recupero del patrimonio immobiliare grazie a partnership tra pubblico e privato

di Giulio Giallombardo

Una collaborazione tra pubblico e privato per il rilancio del patrimonio immobiliare storico. Questa la sintesi di una norma contenuta nella Finanziaria regionale, approvata ieri dall’Assemblea regionale siciliana. L’idea è quella di dare la possibilità ai privati di recuperare, anche con l’aiuto di contributi pubblici, beni di valore che versano in cattive condizioni, garantendone al contempo la fruizione, pur rimanendo coerenti con la loro destinazione d’uso. L’elenco dei beni, dunque, è eterogeneo: si va dalle semplici abitazioni private, alle sedi di attività commerciali e ricettive o di enti come banche o fondazioni.

L’articolo 15 della manovra “Recupero e valorizzazione del patrimonio culturale immobiliare”, prevede esattamente che l’assessorato regionale dei Beni culturali, nonché gli enti preposti alla gestione dei siti che fanno capo a quelli previsti dal Codice dei beni culturali, “possono autonomamente attivare tutti gli strumenti di partenariato pubblico privato previsti dalla legislazione vigente”, compreso il project financing, “al fine di assicurare gli interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio culturale immobiliare direttamente gestito e, in tale contesto, garantire l’apposito di risorse aggiuntive per la fruizione pubblica e l’utilizzo degli immobili, anche a scopo ricettivo”.

Sebastiano Tusa

Quest’ultimo riferimento alla destinazione ricettiva degli immobili è però stato soppresso da un emendamento presentato dall’opposizione, ma ciò non toglie che tra gli immobili beneficiari della norma possano esserci anche alberghi o altre strutture ricettive. L’idea era quella dei “paradores” spagnoli, ovvero non classici hotel, ma edifici di grande valore artistico, in cui poter soggiornare, all’insegna di un turismo lontano dagli stereotipi. In altri termini – come prevede il project financing, ovvero “finanza di progetto” – i privati si fanno carico dei lavori per un’opera pubblica ed in cambio l’ente pubblico garantisce la gestione, con i conseguenti ricavi, della struttura per un determinato numero di anni, permettendo così al privato di rientrare dall’investimento fatto.

“La norma dispone ciò che in parte è già prevede il Codice dei Beni culturali – spiega l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa a Le Vie dei Tesori News – cioè la possibilità che gli edifici storici di proprietà privata possano diventare oggetto di visita e di attenzione da parte del pubblico, ovviamente continuando la loro funzione, che può essere quella abitativa, ricettiva, o di attività commerciali, sede di fondazioni o banche. L’attenzione da parte della Regione è per quegli edifici storici bisognosi di recupero, che in questo modo possono ricevere contribuzioni, non solo regionali, ma anche europee, di privati, o elargizioni varie, rafforzando la possibilità da parte dei privati di continuare a esercitare le loro attività, ma al contempo garantire la fruibilità del bene”.

Approvata dall’Ars una norma della Finanziaria, che prevede il recupero del patrimonio immobiliare grazie a partnership tra pubblico e privato

di Giulio Giallombardo

Una collaborazione tra pubblico e privato per il rilancio del patrimonio immobiliare storico. Questa la sintesi di una norma contenuta nella Finanziaria regionale, approvata ieri dall’Assemblea regionale siciliana. L’idea è quella di dare la possibilità ai privati di recuperare, anche con l’aiuto di contributi pubblici, beni di valore che versano in cattive condizioni, garantendone al contempo la fruizione, pur rimanendo coerenti con la loro destinazione d’uso. L’elenco dei beni, dunque, è eterogeneo: si va dalle semplici abitazioni private, alle sedi di attività commerciali e ricettive o di enti come banche o fondazioni.

L’articolo 15 della manovra “Recupero e valorizzazione del patrimonio culturale immobiliare”, prevede esattamente che l’assessorato regionale dei Beni culturali, nonché gli enti preposti alla gestione dei siti che fanno capo a quelli previsti dal Codice dei beni culturali, “possono autonomamente attivare tutti gli strumenti di partenariato pubblico privato previsti dalla legislazione vigente”, compreso il project financing, “al fine di assicurare gli interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio culturale immobiliare direttamente gestito e, in tale contesto, garantire l’apposito di risorse aggiuntive per la fruizione pubblica e l’utilizzo degli immobili, anche a scopo ricettivo”.

Sebastiano Tusa

Quest’ultimo riferimento alla destinazione ricettiva degli immobili è però stato soppresso da un emendamento presentato dall’opposizione, ma ciò non toglie che tra gli immobili beneficiari della norma possano esserci anche alberghi o altre strutture ricettive. L’idea era quella dei “paradores” spagnoli, ovvero non classici hotel, ma edifici di grande valore artistico, in cui poter soggiornare, all’insegna di un turismo lontano dagli stereotipi. In altri termini – come prevede il project financing, ovvero “finanza di progetto” – i privati si fanno carico dei lavori per un’opera pubblica ed in cambio l’ente pubblico garantisce la gestione, con i conseguenti ricavi, della struttura per un determinato numero di anni, permettendo così al privato di rientrare dall’investimento fatto.

“La norma dispone ciò che in parte è già prevede il Codice dei Beni culturali – spiega l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa a Le Vie dei Tesori News – cioè la possibilità che gli edifici storici di proprietà privata possano diventare oggetto di visita e di attenzione da parte del pubblico, ovviamente continuando la loro funzione, che può essere quella abitativa, ricettiva, o di attività commerciali, sede di fondazioni o banche. L’attenzione da parte della Regione è per quegli edifici storici bisognosi di recupero, che in questo modo possono ricevere contribuzioni, non solo regionali, ma anche europee, di privati, o elargizioni varie, rafforzando la possibilità da parte dei privati di continuare a esercitare le loro attività, ma al contempo garantire la fruibilità del bene”.

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Un museo archeologico sepolto sotto la città

Nel corso dei lavori per la rete idrica di Gela, sono riaffiorati nuovi tesori nascosti, tra cui una necropoli con tombe perfettamente conservate

di Giulio Giallombardo

Un gigantesco museo sotterraneo a pochi centimetri dal manto stradale. Non è un mistero che Gela possieda un patrimonio archeologico unico in Sicilia, ma le ultime scoperte lasciano a bocca aperta. Da qualche mese, dopo l’avvio dei lavori di rifacimento per la rete idrica della città, sono riaffiorati durante gli scavi nuovi tesori nascosti. Da via Cicerone, a via Genova fino alla centralissima via Navarra Bresmes, a due passi dalla cattedrale, i cantieri stanno portando alla luce antiche necropoli, con decine di tombe e varie suppellettili, risalenti verosimilmente al V secolo avanti Cristo. Tra le varie scoperte, in via Cicerone, è spuntato un grande sarcofago in terracotta decorato all’interno con due piccole colonne in stile ionico, una cisterna in via Bresmes, e tra le altre tombe, quella di un adulto in via Niscemi, con accanto un’altra di un bambino, perfettamente sigillata, aperta pochi giorni fa.

Alcune delle sepolture in via Genova

Ma il lavoro degli archeologi non si ferma, finché almeno Caltacqua, il gestore del servizio idrico del Nisseno, avrà fondi sufficienti a garantire la prosecuzione degli scavi. La squadra di esperti in questi giorni sta proseguendo la ricerca in via Bresmes, nell’area sacra dove sorgeva un antico tempio, ma restano tanti dubbi sul destino di queste nuove scoperte, che potrebbero diventare occasione di rilancio per una città fuori dai grandi circuiti turistici. Del resto, in un territorio come quello di Gela, dove ad appena 30-40 centimetri di profondità si trova un’intera città sepolta, anche il più banale intervento di pubblica utilità, come l’installazione di un tubo, va ad intercettare tutti gli strati archeologici della città antica. Adesso, infatti, i lavori per la rete idrica sono praticamente fermi, in attesa di capire come far passare i tubi, senza danneggiare i reperti.

“Stiamo conducendo un lavoro di ricerca molto intenso”, racconta a Le Vie dei Tesori News, Marina Congiu, archeologa che si sta occupando degli scavi insieme ad una squadra composta da Gianluca Calà, Angelo Tuttolomondo, Leda Pace e Sebastiano Muratore. Trapelano, però, poche informazioni precise sulle scoperte, perché gli addetti ai lavori non sono autorizzati dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Caltanissetta a diffondere notizie sugli scavi in corso. “Posso solo dire che si tratta di scoperte molto importanti – spiega l’archeologa – fatte nel corso di interventi parziali, a volte difficoltosi, perché siamo costretti a scavare trincee molto ristrette, che ci consentono di fare solo lo stretto necessario. La stratigrafia di Gela è molto complessa e non c’è strada in cui non sia saltato fuori qualcosa”.

La tomba di un bambino in via Butera

Così, adesso, la città è spaccata in due. Secondo alcuni, bisognerebbe ricoprire tutto e far finta di niente; secondo altri, invece, occorre trovare il modo di valorizzare le scoperte, anche se le risorse economiche scarseggiano. La Regione ha fatto sapere di non poter intervenire con finanziamenti pubblici, dal momento che i lavori di scavo sono di competenza di Caltacqua, ma la prossima istituzione del Parco archeologico di Gela, insieme ad altri sparsi per la Sicilia (ve ne abbiamo parlato qui), potrebbe essere l’occasione giusta per la svolta. Un primo passo per ricostruire l’identità perduta della città.

Nel corso dei lavori per la rete idrica di Gela, sono riaffiorati nuovi tesori nascosti, tra cui una necropoli con tombe perfettamente conservate

di Giulio Giallombardo

Un gigantesco museo sotterraneo a pochi centimetri dal manto stradale. Non è un mistero che Gela possieda un patrimonio archeologico unico in Sicilia, ma le ultime scoperte lasciano a bocca aperta. Da qualche mese, dopo l’avvio dei lavori di rifacimento per la rete idrica della città, sono riaffiorati durante gli scavi nuovi tesori nascosti. Da via Cicerone, a via Genova fino alla centralissima via Navarra Bresmes, a due passi dalla cattedrale, i cantieri stanno portando alla luce antiche necropoli, con decine di tombe e varie suppellettili, risalenti verosimilmente al V secolo avanti Cristo. Tra le varie scoperte, in via Cicerone, è spuntato un grande sarcofago in terracotta decorato all’interno con due piccole colonne in stile ionico, una cisterna in via Bresmes, e tra le altre tombe, quella di un adulto in via Niscemi, con accanto un’altra di un bambino, perfettamente sigillata, aperta pochi giorni fa.

Alcune delle sepolture in via Genova

Ma il lavoro degli archeologi non si ferma, finché almeno Caltacqua, il gestore del servizio idrico del Nisseno, avrà fondi sufficienti a garantire la prosecuzione degli scavi. La squadra di esperti in questi giorni sta proseguendo la ricerca in via Bresmes, nell’area sacra dove sorgeva un antico tempio, ma restano tanti dubbi sul destino di queste nuove scoperte, che potrebbero diventare occasione di rilancio per una città fuori dai grandi circuiti turistici. Del resto, in un territorio come quello di Gela, dove ad appena 30-40 centimetri di profondità si trova un’intera città sepolta, anche il più banale intervento di pubblica utilità, come l’installazione di un tubo, va ad intercettare tutti gli strati archeologici della città antica. Adesso, infatti, i lavori per la rete idrica sono praticamente fermi, in attesa di capire come far passare i tubi, senza danneggiare i reperti.

“Stiamo conducendo un lavoro di ricerca molto intenso”, racconta a Le Vie dei Tesori News, Marina Congiu, archeologa che si sta occupando degli scavi insieme ad una squadra composta da Gianluca Calà, Angelo Tuttolomondo, Leda Pace e Sebastiano Muratore. Trapelano, però, poche informazioni precise sulle scoperte, perché gli addetti ai lavori non sono autorizzati dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Caltanissetta a diffondere notizie sugli scavi in corso. “Posso solo dire che si tratta di scoperte molto importanti – spiega l’archeologa – fatte nel corso di interventi parziali, a volte difficoltosi, perché siamo costretti a scavare trincee molto ristrette, che ci consentono di fare solo lo stretto necessario. La stratigrafia di Gela è molto complessa e non c’è strada in cui non sia saltato fuori qualcosa”.

La tomba di un bambino in via Butera

Così, adesso, la città è spaccata in due. Secondo alcuni, bisognerebbe ricoprire tutto e far finta di niente; secondo altri, invece, occorre trovare il modo di valorizzare le scoperte, anche se le risorse economiche scarseggiano. La Regione ha fatto sapere di non poter intervenire con finanziamenti pubblici, dal momento che i lavori di scavo sono di competenza di Caltacqua, ma la prossima istituzione del Parco archeologico di Gela, insieme ad altri sparsi per la Sicilia (ve ne abbiamo parlato qui), potrebbe essere l’occasione giusta per la svolta. Un primo passo per ricostruire l’identità perduta della città.

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Quel rito mediatico chiamato Montalbano

In occasione delle nuove puntate della serie tv, il Museo Pasqualino organizza una visione collettiva critica con il semiologo Gianfranco Marrone

di Giulio Giallombardo

Vent’anni e non sentirli. Il commissario Montalbano diventa grande, tanto che le pagine di un libro gli stanno strette da un po’ di tempo. Il personaggio creato da Andrea Camilleri è uscito ormai dai confini del testo letterario, per trasformarsi in feticcio mediatico grazie soprattutto alla seguitissima serie televisiva. Ma non mancano apparizioni in altri media e con linguaggi diversi: radio, saggistica, fumetti, cd-rom, fino al dibattito politico. Il volto ormai è quello di Luca Zingaretti, attore che ha incarnato un personaggio piacevole e scontroso insieme, in cui convivono contrasti e pulsioni opposte.

La copertina del libro “Storia di Montalbano”

Quando manca ormai poco alla messa in onda delle due nuove puntate della serie televisiva su Rai Uno, con cui si festeggiano i vent’anni del commissario più famoso d’Italia, il Museo Antonio Pasqualino di Palermo ha organizzato una visione collettiva critica, curata dal semiologo Gianfranco Marrone, autore del libro “Storia di Montalbano”, volume che fa parte dei Nuovi quaderni del Circolo semiologico siciliano, editi dal Museo Pasqualino. L’appuntamento è per lunedì 11 e 18 febbraio alle 20.45, in occasione della messa in onda dei nuovi episodi “L’altro capo del filo” e “Un diario del ’43”. Non è un caso che la sede degli incontri sia proprio il Museo della Marionette, alla luce dell’accostamento fatto dal semiologo palermitano, tra la figura di Montalbano e le vicende dei paladini di Francia.

“La struttura e l’organizzazione delle storie di Montalbano sono molto simili a quelle di Orlando e compagni – spiega Marrone a Le Vie dei Tesori News – . L’oralità, la scrittura, la ripetizione, la serialità, la popolarità, e così via. Così come le storie dei paladini erano materiale popolare, poi rielaborato letterariamente, anche in Camilleri c’è un continuo passaggio dalla letteratura ai media e viceversa, con uno scambio tra contesti diversi”.

Gianfranco Marrone

Ci sono poi i temi d’attualità, sempre presenti in quel di Vigata, come quello dei migranti a cui è dedicato l’episodio “L’altro capo del filo”, la cui messa in onda sta suscitando diverse polemiche, alla luce del dibattito attuale sul caso Diciotti e la vicenda della nave Sea Watch. “Mi fa sorridere questo clamore suscitato dai temi di attualità – commenta il semiologo – , sembra che nessuno si sia mai accorto che in tutte le storie di Montalbano, c’è sempre stato un riferimento alle questioni sociali e politiche e alla cronaca, con temi come mafia, prostituzione, pedofilia, droga e così via. Uno dei più importanti da sempre è proprio quello dell’immigrazione, già dal primissimo racconto, ‘Il ladro di merendine’, Montalbano quando nuota sbatte contro i cadaveri degli immigrati. Non è neanche un mistero che lo stesso Camilleri, prenda regolarmente posizione su questi temi”.

Nel corso delle due serate, ci sarà tempo anche per la convivialità, anche questo tema caro sia a Camilleri che al suo personaggio, che ormai pirandellianamente vive di vita propria. Dopo la visione critica ad ingresso libero, preceduta da una presentazione fatta dal semiologo, seguirà una degustazione gratuita di birre artigianali e arancine. Del resto, dove c’è Montalbano, il buon cibo non può mancare.

In occasione delle nuove puntate della serie tv, il Museo Pasqualino organizza una visione collettiva critica con il semiologo Gianfranco Marrone

di Giulio Giallombardo

Vent’anni e non sentirli. Il commissario Montalbano diventa grande, tanto che le pagine di un libro gli stanno strette da un po’ di tempo. Il personaggio creato da Andrea Camilleri è uscito ormai dai confini del testo letterario, per trasformarsi in feticcio mediatico grazie soprattutto alla seguitissima serie televisiva. Ma non mancano apparizioni in altri media e con linguaggi diversi: radio, saggistica, fumetti, cd-rom, fino al dibattito politico. Il volto ormai è quello di Luca Zingaretti, attore che ha incarnato un personaggio piacevole e scontroso insieme, in cui convivono contrasti e pulsioni opposte.

La copertina del libro “Storia di Montalbano”

Quando manca ormai poco alla messa in onda delle due nuove puntate della serie televisiva su Rai Uno, con cui si festeggiano i vent’anni del commissario più famoso d’Italia, il Museo Antonio Pasqualino di Palermo ha organizzato una visione collettiva critica, curata dal semiologo Gianfranco Marrone, autore del libro “Storia di Montalbano”, volume che fa parte dei Nuovi quaderni del Circolo semiologico siciliano, editi dal Museo Pasqualino. L’appuntamento è per lunedì 11 e 18 febbraio alle 20.45, in occasione della messa in onda dei nuovi episodi “L’altro capo del filo” e “Un diario del ’43”. Non è un caso che la sede degli incontri sia proprio il Museo della Marionette, alla luce dell’accostamento fatto dal semiologo palermitano, tra la figura di Montalbano e le vicende dei paladini di Francia.

“La struttura e l’organizzazione delle storie di Montalbano sono molto simili a quelle di Orlando e compagni – spiega Marrone a Le Vie dei Tesori News – . L’oralità, la scrittura, la ripetizione, la serialità, la popolarità, e così via. Così come le storie dei paladini erano materiale popolare, poi rielaborato letterariamente, anche in Camilleri c’è un continuo passaggio dalla letteratura ai media e viceversa, con uno scambio tra contesti diversi”.

Gianfranco Marrone

Ci sono poi i temi d’attualità, sempre presenti in quel di Vigata, come quello dei migranti a cui è dedicato l’episodio “L’altro capo del filo”, la cui messa in onda sta suscitando diverse polemiche, alla luce del dibattito attuale sul caso Diciotti e la vicenda della nave Sea Watch. “Mi fa sorridere questo clamore suscitato dai temi di attualità – commenta il semiologo – , sembra che nessuno si sia mai accorto che in tutte le storie di Montalbano, c’è sempre stato un riferimento alle questioni sociali e politiche e alla cronaca, con temi come mafia, prostituzione, pedofilia, droga e così via. Uno dei più importanti da sempre è proprio quello dell’immigrazione, già dal primissimo racconto, ‘Il ladro di merendine’, Montalbano quando nuota sbatte contro i cadaveri degli immigrati. Non è neanche un mistero che lo stesso Camilleri, prenda regolarmente posizione su questi temi”.

Nel corso delle due serate, ci sarà tempo anche per la convivialità, anche questo tema caro sia a Camilleri che al suo personaggio, che ormai pirandellianamente vive di vita propria. Dopo la visione critica ad ingresso libero, preceduta da una presentazione fatta dal semiologo, seguirà una degustazione gratuita di birre artigianali e arancine. Del resto, dove c’è Montalbano, il buon cibo non può mancare.

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Poggioreale Antica rivive in una mappa 3d

Per la prima volta, il paese belicino, distrutto dal terremoto del 1968, è stato immortalato in una riproduzione tridimensionale realizzata coi droni

di Giulio Giallombardo

Un volo tra i ruderi di Poggioreale Antica. Le pietre ferite del paese belicino, distrutto dal terremoto del 1968, si mostrano da una nuova prospettiva. Strade, chiese, palazzi e monumenti appaiono plasticamente grazie alla prima mappa 3d realizzata, su iniziativa dell’associazione Poggioreale Antica, da Gaetano Barbarino e il gruppo DroniSicilia.

Particolare della mappa 3d

La mappa, navigabile liberamente online, è stata creata attraverso l’utilizzo di due droni che hanno eseguito riprese e foto aeree della zona, nell’arco di tre giorni. I tecnici, successivamente, grazie a software mirati, hanno realizzato la veduta tridimensionale del luogo, inserendo anche dei punti di interesse su alcuni edifici storici del paese, con una scheda d’approfondimento. C’è la chiesa di Sant’Antonino, patrono di Poggioreale; il Palazzo Principe Morso Naselli, il primo edificio del paese costruito nel 1642; l’ottocentesco teatro comunale che ospitava fino a 300 posti e di cui oggi s’intravedono ancora le file di palchi ed anche la scuola comunale.

Ma i luoghi sono destinati ad aumentare. La mappa, infatti, è in continua evoluzione, aperta ai contributi dei tanti poggiorealesi che una volta abitavano quella che è ormai diventata una ghost town. “Incontro tanti emigrati che spesso tornano in Sicilia e in più occasioni hanno manifestato il desiderio di un progetto simile, – spiega a Le Vie dei Tesori News, Gino Musso, presidente dell’associazione Poggioreale Antica – . La mappa, che a breve si arricchirà di nuovi punti di interesse, come il convento dei frati cappuccini, l’orfanotrofio, l’ospedale e il municipio, è stata già condivisa e apprezzata dai nostri soci che vivono in Australia e negli Stati Uniti. Aspettiamo adesso che tutti contribuiscano, con l’inserimento delle indicazioni sulle loro vecchie abitazioni, così da rendere la mappa ancora più completa”.

Camera dal letto nel museo di Palazzo Agosta

Il sogno è di creare, dunque, un museo virtuale della memoria, da affiancare a quello vero e proprio che l’associazione, da otto anni attiva sul territorio, ha allestito lo scorso maggio all’interno di Palazzo Agosta, alle porte del paese, uno degli edifici meglio conservati dopo il sisma, ma attualmente chiuso dall’amministrazione comunale per motivi di sicurezza. “Il museo nasce grazie a donazioni di oggetti e mobili che arrivano dal territorio – prosegue Musso – noi abbiamo allestito alcune stanze, riproducendo alcuni ambienti come un’antica camera da letto e mettendo in mostra oggetti d’uso quotidiano e vecchie fotografie. Ma da qualche mese il Comune ha cambiato il lucchetto e non possiamo più entrare. Abbiamo fatto formale richiesta per poter nuovamente accedere all’interno del palazzo, ma aspettiamo ancora una risposta”.

Riprese aeree con i droni a Poggioreale

In questo caso, la riscoperta e la cura della memoria passa attraverso l’innovazione tecnologica, grazie al gruppo DroniSicilia, che presto diventerà un’associazione con circa 350 piloti. “Abbiamo realizzato le immagini in pieno agosto, a mezzogiorno, per avere una perpendicolare esatta e senza ombre che potessero disturbare le immagini – spiega Gaetano Barbarino, pilota catanese riconosciuto dall’Enac – . Sono foto fatte ad altissima risoluzione e poi montate per realizzare la mappa, che presto sarà corredata anche di link interni con ulteriori approfondimenti e fotografie dei luoghi. Questo lavoro – prosegue Barbarino – potrebbe, inoltre, rilevarsi utile per realizzare planimetrie degli edifici qualora dovessero crollare del tutto. Abbiamo sposato la causa dell’associazione, mettendo a disposizione i nostri droni, un modo per aiutare concretamente chi si spende da anni per la valorizzazione di un luogo unico in Sicilia”.

Per la prima volta, il paese belicino, distrutto dal terremoto del 1968, è stato immortalato in una riproduzione tridimensionale realizzata coi droni

di Giulio Giallombardo

Un volo tra i ruderi di Poggioreale Antica. Le pietre ferite del paese belicino, distrutto dal terremoto del 1968, si mostrano da una nuova prospettiva. Strade, chiese, palazzi e monumenti appaiono plasticamente grazie alla prima mappa 3d realizzata, su iniziativa dell’associazione Poggioreale Antica, da Gaetano Barbarino e il gruppo DroniSicilia.

Particolare della mappa 3d

La mappa, navigabile liberamente online, è stata creata attraverso l’utilizzo di due droni che hanno eseguito riprese e foto aeree della zona, nell’arco di tre giorni. I tecnici, successivamente, grazie a software mirati, hanno realizzato la veduta tridimensionale del luogo, inserendo anche dei punti di interesse su alcuni edifici storici del paese, con una scheda d’approfondimento. C’è la chiesa di Sant’Antonino, patrono di Poggioreale; il Palazzo Principe Morso Naselli, il primo edificio del paese costruito nel 1642; l’ottocentesco teatro comunale che ospitava fino a 300 posti e di cui oggi s’intravedono ancora le file di palchi ed anche la scuola comunale.

Ma i luoghi sono destinati ad aumentare. La mappa, infatti, è in continua evoluzione, aperta ai contributi dei tanti poggiorealesi che una volta abitavano quella che è ormai diventata una ghost town. “Incontro tanti emigrati che spesso tornano in Sicilia e in più occasioni hanno manifestato il desiderio di un progetto simile, – spiega a Le Vie dei Tesori News, Gino Musso, presidente dell’associazione Poggioreale Antica – . La mappa, che a breve si arricchirà di nuovi punti di interesse, come il convento dei frati cappuccini, l’orfanotrofio, l’ospedale e il municipio, è stata già condivisa e apprezzata dai nostri soci che vivono in Australia e negli Stati Uniti. Aspettiamo adesso che tutti contribuiscano, con l’inserimento delle indicazioni sulle loro vecchie abitazioni, così da rendere la mappa ancora più completa”.

Camera dal letto nel museo di Palazzo Agosta

Il sogno è di creare, dunque, un museo virtuale della memoria, da affiancare a quello vero e proprio che l’associazione, da otto anni attiva sul territorio, ha allestito lo scorso maggio all’interno di Palazzo Agosta, alle porte del paese, uno degli edifici meglio conservati dopo il sisma, ma attualmente chiuso dall’amministrazione comunale per motivi di sicurezza. “Il museo nasce grazie a donazioni di oggetti e mobili che arrivano dal territorio – prosegue Musso – noi abbiamo allestito alcune stanze, riproducendo alcuni ambienti come un’antica camera da letto e mettendo in mostra oggetti d’uso quotidiano e vecchie fotografie. Ma da qualche mese il Comune ha cambiato il lucchetto e non possiamo più entrare. Abbiamo fatto formale richiesta per poter nuovamente accedere all’interno del palazzo, ma aspettiamo ancora una risposta”.

Riprese aeree con i droni a Poggioreale

In questo caso, la riscoperta e la cura della memoria passa attraverso l’innovazione tecnologica, grazie al gruppo DroniSicilia, che presto diventerà un’associazione con circa 350 piloti. “Abbiamo realizzato le immagini in pieno agosto, a mezzogiorno, per avere una perpendicolare esatta e senza ombre che potessero disturbare le immagini – spiega Gaetano Barbarino, pilota catanese riconosciuto dall’Enac – . Sono foto fatte ad altissima risoluzione e poi montate per realizzare la mappa, che presto sarà corredata anche di link interni con ulteriori approfondimenti e fotografie dei luoghi. Questo lavoro – prosegue Barbarino – potrebbe, inoltre, rilevarsi utile per realizzare planimetrie degli edifici qualora dovessero crollare del tutto. Abbiamo sposato la causa dell’associazione, mettendo a disposizione i nostri droni, un modo per aiutare concretamente chi si spende da anni per la valorizzazione di un luogo unico in Sicilia”.

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Il bosco nascosto nel cuore della Favorita

Alle spalle di Villa Niscemi, c’è una lecceta rimasta intatta da due secoli. Un gioiello botanico in piena città, dove la natura dà il meglio di sé

di Giulio Giallombardo

Visto dall’alto è un fitto quadrato verde incastonato nel cuore del Parco della Favorita. Camminarvi dentro è come sprofondare nella natura, dimenticandosi di essere in piena città. Il Bosco Niscemi è una piccola oasi che custodisce una notevole varietà di fauna terrestre e arborea, con una nutrita colonia di barbagianni. Non a caso si trova in zona “A” della Riserva naturale orientata di Monte Pellegrino, ovvero una porzione dell’area protetta dall’importante valore naturalistico.

Bosco Niscemi dall’alto

Il bosco prende il nome da Villa Niscemi, l’antica residenza della famiglia Valguarnera, oggi sede di rappresentanza del Comune di Palermo. Il corridoio verde attraverso cui si entra nel bosco, appare, infatti, oltre il cancello interno a destra della villa, ma si può facilmente raggiungere a piedi lasciando l’auto nel parcheggio delle scuderie reali e percorrendo il grande sentiero che taglia perpendicolarmente viale Diana e viale Ercole. Un altro punto d’accesso si raggiunge dal sentiero che incrocia viale Rocca e che scorre parallelo al campo nomadi. Il bosco si trova proprio lì, protetto dagli agrumeti della Favorita, all’altezza del Teatro di Verdura, ma dall’altro lato di viale del Fante.

Si tratta del lembo più prezioso che è rimasto del grande parco creato nel 1799 da Ferdinando IV di Borbone. La Favorita era allora un’area verde di 400 ettari, dove il sovrano amava ripararsi dal caldo delle giornate estive e si divertiva a cacciare selvaggina tra i fitti boschi di leccio e lentisco. Il Bosco Niscemi è proprio l’ultimo spicchio di una lecceta che da oltre due secoli non subisce interventi dell’uomo: in quel piccolo quadrato la natura si evolve con le sue regole che consentono alla flora esistente di conservarsi integra, senza soffrire la contaminazione di specie esterne.

Bosco Niscemi

Insieme a quello di Diana e Ercole, è un bosco storico di origine, però, artificiale, che risale alla costituzione del parco borbonico. Non sono tante le specie arboree che si trovano all’interno, capaci di affiancarsi al leccio: c’è il comune lentisco, arbusto sempreverde tipico della macchia mediterranea, insieme al più raro viburno, pianta dalla fioritura prolungata e molto ricca di rami e foglie. Poi c’è la fillirea, arbusto della famiglia dell’ulivo; il colorato corbezzolo con i suoi tipici frutti rossi e, come sottobosco, oltre a funghi e muschio, piante erbacee come pungitopo, rovo, acanto, aro, smilace e una particolare specie di clematide. All’interno del bosco, non più ampio di cinque ettari, il lecceto ha caratteristiche singolari. In passato, è stato sfruttato come bosco ceduo, ovvero tagliato periodicamente per la legna, lasciando i ceppi da cui si sarebbero originati i nuovi polloni: le piante presentano, infatti, ceppaie costituite da numerosi polloni spesso affastellati.

Per addentrarsi nel bosco si possono percorrere due sentieri che si intersecano formando una croce, ma ce ne sono altri più stretti che tagliano perpendicolarmente quelli principali, diventando vere e proprie gallerie verdi. È lì che il Bosco Niscemi dà il meglio di sé: fiore all’occhiello della Favorita e gioiello botanico tutto da scoprire.

Alle spalle di Villa Niscemi, c’è una lecceta rimasta intatta da due secoli. Un gioiello botanico in piena città, dove la natura dà il meglio di sé

di Giulio Giallombardo

Visto dall’alto è un fitto quadrato verde incastonato nel cuore del Parco della Favorita. Camminarvi dentro è come sprofondare nella natura, dimenticandosi di essere in piena città. Il Bosco Niscemi è una piccola oasi che custodisce una notevole varietà di fauna terrestre e arborea, con una nutrita colonia di barbagianni. Non a caso si trova in zona “A” della Riserva naturale orientata di Monte Pellegrino, ovvero una porzione dell’area protetta dall’importante valore naturalistico.

Bosco Niscemi dall’alto

Il bosco prende il nome da Villa Niscemi, l’antica residenza della famiglia Valguarnera, oggi sede di rappresentanza del Comune di Palermo. Il corridoio verde attraverso cui si entra nel bosco, appare, infatti, oltre il cancello interno a destra della villa, ma si può facilmente raggiungere a piedi lasciando l’auto nel parcheggio delle scuderie reali e percorrendo il grande sentiero che taglia perpendicolarmente viale Diana e viale Ercole. Un altro punto d’accesso si raggiunge dal sentiero che incrocia viale Rocca e che scorre parallelo al campo nomadi. Il bosco si trova proprio lì, protetto dagli agrumeti della Favorita, all’altezza del Teatro di Verdura, ma dall’altro lato di viale del Fante.

Si tratta del lembo più prezioso che è rimasto del grande parco creato nel 1799 da Ferdinando IV di Borbone. La Favorita era allora un’area verde di 400 ettari, dove il sovrano amava ripararsi dal caldo delle giornate estive e si divertiva a cacciare selvaggina tra i fitti boschi di leccio e lentisco. Il Bosco Niscemi è proprio l’ultimo spicchio di una lecceta che da oltre due secoli non subisce interventi dell’uomo: in quel piccolo quadrato la natura si evolve con le sue regole che consentono alla flora esistente di conservarsi integra, senza soffrire la contaminazione di specie esterne.

Bosco Niscemi

Insieme a quello di Diana e Ercole, è un bosco storico di origine, però, artificiale, che risale alla costituzione del parco borbonico. Non sono tante le specie arboree che si trovano all’interno, capaci di affiancarsi al leccio: c’è il comune lentisco, arbusto sempreverde tipico della macchia mediterranea, insieme al più raro viburno, pianta dalla fioritura prolungata e molto ricca di rami e foglie. Poi c’è la fillirea, arbusto della famiglia dell’ulivo; il colorato corbezzolo con i suoi tipici frutti rossi e, come sottobosco, oltre a funghi e muschio, piante erbacee come pungitopo, rovo, acanto, aro, smilace e una particolare specie di clematide. All’interno del bosco, non più ampio di cinque ettari, il lecceto ha caratteristiche singolari. In passato, è stato sfruttato come bosco ceduo, ovvero tagliato periodicamente per la legna, lasciando i ceppi da cui si sarebbero originati i nuovi polloni: le piante presentano, infatti, ceppaie costituite da numerosi polloni spesso affastellati.

Per addentrarsi nel bosco si possono percorrere due sentieri che si intersecano formando una croce, ma ce ne sono altri più stretti che tagliano perpendicolarmente quelli principali, diventando vere e proprie gallerie verdi. È lì che il Bosco Niscemi dà il meglio di sé: fiore all’occhiello della Favorita e gioiello botanico tutto da scoprire.

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Le Vie dei Tesori, l’effetto Festival abbraccia la Sicilia

Bilancio positivo per una manifestazione che ha inventato un nuovo modello di promozione dei beni culturali. Se ne è discusso nel corso di una giornata di studi

di Giulio Giallombardo

“Una delle esperienze più importanti fatte negli ultimi anni in Sicilia”. Così l’assessore ai Beni culturali della Regione siciliana, Sebastiano Tusa, ha definito il Festival Le Vie dei Tesori, mettendo in evidenza “il grande valore dell’iniziativa, che la Regione ha cercato di sostenere in tutti i modi”. Lo ha fatto a conclusione della giornata di studi organizzata nella sede dell’assessorato, a Palermo, in via delle Croci, alla presenza di soprintendenti, direttori di Poli museali, dirigenti delle istituzioni culturali di tutta la Sicilia. Luoghi coinvolti nella manifestazione che ogni anno trasforma le città in musei diffusi, aprendo le porte di chiese, palazzi e monumenti.

Un momento dell’incontro

Al centro dell’incontro, cui hanno partecipato anche diversi protagonisti del mondo della cultura, uno studio condotto dall’Osservatorio turistico delle Isole europee (Otie) sugli effetti prodotti dalla manifestazione, capace di moltiplicare i visitatori, ma soprattutto di costituire una rete tra luoghi delle più diverse titolarità (Regione, Comuni, Università, diocesi, privati), con i grandi attrattori a fare da trascinatori di luoghi meno noti o di solito chiusi, all’insegna dell’interesse e della curiosità.

È venuta fuori l’immagine di un festival che l’anno scorso ha chiuso la 12esima edizione con 365mila visitatori in tutta la Sicilia, capace di attrarre nuova domanda turistica, grazie alla continuità e al marchio che ha saputo creare negli anni. I dati resi pubblici dal presidente dell’Otie, Giovanni Ruggieri, nel corso dell’incontro, descrivono una manifestazione con un numero di ingressi sempre crescente e che ha ancora potenzialità di espandersi. Non a caso l’anno scorso il festival si è allargato a dieci città, con altri 24 comuni che hanno già fatto richiesta di partecipare alla prossima edizione.

C’è poi quello che è stato definito “l’effetto festival”, ovvero la circolarità che si è creata nell’ultima edizione, portando i visitatori a spostarsi da una città all’altra, per visitare i luoghi del circuito. “Il 17 per cento dei visitatori – ha spiegato Ruggieri – ha scelto di spostarsi in giro per la Sicilia, questo significa che il festival inizia a diventare un modello culturale con una forte identità”. L’”effetto festival” ha coinvolto anche i luoghi e i musei regionali, che aderiscono con modalità diverse. In tutti c’è stato infatti un significativo aumento degli ingressi rispetto a quelli del resto dell’anno. “Ciò evidenzia – ha aggiunto Ruggieri – il notevole peso della manifestazione in termini di forza promotrice e di attrazione dei visitatori”.

Giovanni Ruggieri e Sebastiano Tusa

Ci sono, poi, le ricadute economiche. Nella sola Palermo, ad esempio, la spesa turistica ha superato i tre milioni e mezzo di euro tra viaggi, alberghi e shopping. “L’87 per cento degli intervistati ha dichiarato di avere speso, mediamente, 22 euro a persona – ha detto ancora il presidente dell’Otie – aumenta inoltre la percentuale di donne tra il pubblico, (63 per cento contro 37 per cento di uomini), ma è interessante notare il cambiamento del tipo di visitatore: per l’80 per cento si tratta di escursionisti-turisti ma non di gruppi organizzati”.

La giornata di oggi è stata occasione di confronto tra diversi esponenti delle istituzioni e del mondo accademico. Oltre all’assessore regionale dei Beni Culturali, Sebastiano Tusa, sono intervenuti il direttore del Centro regionale del Catalogo, Caterina Greco; il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca; il professore di Marketing turistico dell’Università di Palermo, Carlo Amenta; il direttore del Sistema museale dell’Università di Palermo, Paolo Inglese; il direttore del Museo Salinas, Francesca Spatafora; il direttore del Polo museale di Messina, Caterina Di Giacomo; il direttore della Fondazione Unesco Sicilia, Aurelio Angelini, e l’assessore comunale di Caltanissetta, Pasquale Tornatore.

Laura Anello e Caterina Di Giacomo

“Quello che ogni anno facciamo è un piccolo miracolo – ha sottolineato il presidente dell’Associazione Le Vie dei Tesori Onlus, Laura Anello – ogni anno dobbiamo ripartire da zero per organizzare una manifestazione che adesso costa circa 700 mila euro, senza contribuiti pubblici stabili, ma grazie al supporto di un esercito di volontari, professionisti, studenti, innamorati della loro terra. Riusciamo a farlo grazie al piccolo contributo di uno-due euro che chiediamo ai visitatori per la visita guidata, cui si aggiungono gli sponsor privati che ci sostengono. Un progetto di innovazione sociale, che persegue la sostenibilità. Alla base del festival c’è l’idea di fare rete tra pubblico e privato: il cittadino non si chiede se il luogo che visita sia regionale, comunale o di una fondazione, ma attraversa la città come un museo diffuso, seguendo itinerari tematici. E di narrare i luoghi, perché un luogo non raccontato è un luogo muto. È prima di tutto un’esperienza di educazione al patrimonio e alla bellezza, un’esperienza inclusiva che crea una comunità accogliente”.

Bilancio positivo per una manifestazione che ha inventato un nuovo modello di promozione dei beni culturali. Se ne è discusso nel corso di una giornata di studi

di Giulio Giallombardo

“Una delle esperienze più importanti fatte negli ultimi anni in Sicilia”. Così l’assessore ai Beni culturali della Regione siciliana, Sebastiano Tusa, ha definito il Festival Le Vie dei Tesori, mettendo in evidenza “il grande valore dell’iniziativa, che la Regione ha cercato di sostenere in tutti i modi”. Lo ha fatto a conclusione della giornata di studi organizzata nella sede dell’assessorato, a Palermo, in via delle Croci, alla presenza di soprintendenti, direttori di Poli museali, dirigenti delle istituzioni culturali di tutta la Sicilia. Luoghi coinvolti nella manifestazione che ogni anno trasforma le città in musei diffusi, aprendo le porte di chiese, palazzi e monumenti.

Un momento dell’incontro

Al centro dell’incontro, cui hanno partecipato anche diversi protagonisti del mondo della cultura, uno studio condotto dall’Osservatorio turistico delle Isole europee (Otie) sugli effetti prodotti dalla manifestazione, capace di moltiplicare i visitatori, ma soprattutto di costituire una rete tra luoghi delle più diverse titolarità (Regione, Comuni, Università, diocesi, privati), con i grandi attrattori a fare da trascinatori di luoghi meno noti o di solito chiusi, all’insegna dell’interesse e della curiosità.

È venuta fuori l’immagine di un festival che l’anno scorso ha chiuso la 12esima edizione con 365mila visitatori in tutta la Sicilia, capace di attrarre nuova domanda turistica, grazie alla continuità e al marchio che ha saputo creare negli anni. I dati resi pubblici dal presidente dell’Otie, Giovanni Ruggieri, nel corso dell’incontro, descrivono una manifestazione con un numero di ingressi sempre crescente e che ha ancora potenzialità di espandersi. Non a caso l’anno scorso il festival si è allargato a dieci città, con altri 24 comuni che hanno già fatto richiesta di partecipare alla prossima edizione.

Giovanni Ruggieri e Sebastiano Tusa

C’è poi quello che è stato definito “l’effetto festival”, ovvero la circolarità che si è creata nell’ultima edizione, portando i visitatori a spostarsi da una città all’altra, per visitare i luoghi del circuito. “Il 17 per cento dei visitatori – ha spiegato Ruggieri – ha scelto di spostarsi in giro per la Sicilia, questo significa che il festival inizia a diventare un modello culturale con una forte identità”. L’”effetto festival” ha coinvolto anche i luoghi e i musei regionali, che aderiscono con modalità diverse. In tutti c’è stato infatti un significativo aumento degli ingressi rispetto a quelli del resto dell’anno. “Ciò evidenzia – ha aggiunto Ruggieri – il notevole peso della manifestazione in termini di forza promotrice e di attrazione dei visitatori”.

Ci sono, poi, le ricadute economiche. Nella sola Palermo, ad esempio, la spesa turistica ha superato i tre milioni e mezzo di euro tra viaggi, alberghi e shopping. “L’87 per cento degli intervistati ha dichiarato di avere speso, mediamente, 22 euro a persona – ha detto ancora il presidente dell’Otie – aumenta inoltre la percentuale di donne tra il pubblico, (63 per cento contro 37 per cento di uomini), ma è interessante notare il cambiamento del tipo di visitatore: per l’80 per cento si tratta di escursionisti-turisti ma non di gruppi organizzati”.

Laura Anello e Caterina Di Giacomo

La giornata di oggi è stata occasione di confronto tra diversi esponenti delle istituzioni e del mondo accademico. Oltre all’assessore regionale dei Beni Culturali, Sebastiano Tusa, sono intervenuti il direttore del Centro regionale del Catalogo, Caterina Greco; il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca; il professore di Marketing turistico dell’Università di Palermo, Carlo Amenta; il direttore del Sistema museale dell’Università di Palermo, Paolo Inglese; il direttore del Museo Salinas, Francesca Spatafora; il direttore del Polo museale di Messina, Caterina Di Giacomo; il direttore della Fondazione Unesco Sicilia, Aurelio Angelini, e l’assessore comunale di Caltanissetta, Pasquale Tornatore.

“Quello che ogni anno facciamo è un piccolo miracolo – ha sottolineato il presidente dell’Associazione Le Vie dei Tesori Onlus, Laura Anello – ogni anno dobbiamo ripartire da zero per organizzare una manifestazione che adesso costa circa 700 mila euro, senza contribuiti pubblici stabili, ma grazie al supporto di un esercito di volontari, professionisti, studenti, innamorati della loro terra. Riusciamo a farlo grazie al piccolo contributo di uno-due euro che chiediamo ai visitatori per la visita guidata, cui si aggiungono gli sponsor privati che ci sostengono. Un progetto di innovazione sociale, che persegue la sostenibilità. Alla base del festival c’è l’idea di fare rete tra pubblico e privato: il cittadino non si chiede se il luogo che visita sia regionale, comunale o di una fondazione, ma attraversa la città come un museo diffuso, seguendo itinerari tematici. E di narrare i luoghi, perché un luogo non raccontato è un luogo muto. È prima di tutto un’esperienza di educazione al patrimonio e alla bellezza, un’esperienza inclusiva che crea una comunità accogliente”.

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Quell’antico villaggio romano su Monte Pellegrino

Tracce di una struttura in muratura, probabilmente una cisterna, sono visibili nell’area di Piano della Grotta, dove furono ritrovate anche monete e ceramiche

di Giulio Giallombardo

Sembra un anonimo muro scalcinato, eppure è un pezzo di storia che sbuca fuori dalla terra. Ciò che resta di una struttura in muratura di epoca romana, affiora dal manto erboso di Piano della Grotta, su Monte Pellegrino, dove è sepolto uno scrigno di tesori. La montagna “sacra” che sovrasta Palermo è disseminata di antichissime testimonianze sedimentate tra le sue rocce, ma il pianoro poco distante dal santuario di Santa Rosalia e facilmente raggiungibile percorrendo via Monte Ercta, la strada asfaltata attualmente chiusa al traffico, nasconde anche un insediamento fortificato di datazione incerta di cui sono visibili oggi soltanto poche tracce.

L’area di Piano della Grotta interessata dagli scavi

Una è quella che – secondo gli studiosi – potrebbe essere stata una cisterna rivestita di cocciopesto, all’interno dell’area fortificata. La fase finale di occupazione della zona, caratterizzata da crolli, è riferibile alla tarda età imperiale, ma quella più antica finora individuata è inquadrabile fra il IV e il III secolo avanti Cristo. La scoperta del sito è frutto di una delle poche indagini archeologiche sistematiche eseguite su Monte Pellegrino, che risale ormai a quasi trent’anni fa. Nel 1992 fu avviato un intervento esplorativo nella zona di Piano della Grotta, dove già in precedenza lo storico Gaetano Pottino aveva segnalato la presenza dei resti di una cinta muraria. “La fortificazione – scrive l’archeologa Carmela Angela Di Stefano nel volume ‘Archeologia e territorio’ – consisteva nei resti di un muraglione largo poco più di un metro, eretto a secco con pietre locali di varia pezzatura. L’area che ricadeva all’interno di questo perimetro fortificato era disseminata di crolli di pietre e laterizi e di frammenti di ceramica”.

Piano della Grotta da Pizzo Monaco

Gli scavi, infatti, hanno portato alla luce, oltre a diverse tegole, anche numerose ceramiche da mensa, diffuse nell’antichità romana, il fondo di una raffinata coppa vicina alla produzione dell’atelier des petites éstampilles, così definita per la presenza di piccole stampiglie di vario tipo, e alcune monete di bronzo della zecca di Panormus. Sotto questo strato, sono stati rinvenuti materiali lapidei e laterizi, che nascondevano in parte resti di strutture murarie realizzate a secco, tra cui la presunta cisterna. Alla fine del 1995, l’esplorazione venne ripresa per completare i saggi iniziati qualche anno prima. Nell’area della cisterna furono rinvenute altre monete e ceramiche di varie epoche, ma sempre inquadrabili tra il III secolo avanti Cristo e il V dopo Cristo. L’impianto della struttura ha fatto pensare ad una fase edilizia più recente.

“Di forma rettangolare, con spigoli arrotondati per meglio contenere le spinte interne – scrive ancora Di Stefano – essa era costruita con pietrame di varia pezzatura legato con malta di calce e presentava un rivestimento interno di cocciopesto. Il riempimento risultò costituito da discariche recenti e da opere di spietramento effettuate probabilmente in relazione ai lavori agricoli. Dai dati di scavo sembra probabile che, dopo l’abbandono del sito, la cisterna abbia subito opere di smantellamento di due delle pareti perimetrali, e l’apertura di un varco nella parete di nord-est”.

Scritta bizantina nella Valle del Porco (foto: Giuseppe Ippolito)

Ma il sito scoperto trent’anni fa, è solo uno dei tanti segni che i secoli hanno lasciato su Monte Pellegrino, chiamato Ercta dai greci per la sua ripidezza e Gebel Grin dagli arabi, ovvero “monte vicino”. Oltre le più note incisioni rupestri che decorano le pareti delle grotte dell’Addaura, oppure la necropoli rupestre della Montagnola, tra i tesori segreti di Monte Pellegrino c’è anche un’antica iscrizione bizantina incisa su una roccia lungo il sentiero della Valle del Porco, che dalle scuderie reali della Favorita, si inerpica fino a raggiungere il Gorgo di Santa Rosalia, piccolo specchio d’acqua a due passi dal santuario. La scritta in greco, risalente ai primi decenni del VII secolo, recita: “Sii glorificato ovunque sempre, o Dio”, alla cui sinistra è rappresentata una croce su un triangolo tra le lettere I e S. La scritta si trova a circa metà del sentiero che sale stretto nella vallata, un cammino devozionale irto e a tratti impervio, ma che ripaga della fatica di averlo percorso.

Tracce di una struttura in muratura, probabilmente una cisterna, sono visibili nell’area di Piano della Grotta, dove furono ritrovate anche monete e ceramiche

di Giulio Giallombardo

Sembra un anonimo muro scalcinato, eppure è un pezzo di storia che sbuca fuori dalla terra. Ciò che resta di una struttura in muratura di epoca romana, affiora dal manto erboso di Piano della Grotta, su Monte Pellegrino, dove è sepolto uno scrigno di tesori. La montagna “sacra” che sovrasta Palermo è disseminata di antichissime testimonianze sedimentate tra le sue rocce, ma il pianoro poco distante dal santuario di Santa Rosalia e facilmente raggiungibile percorrendo via Monte Ercta, la strada asfaltata attualmente chiusa al traffico, nasconde anche un insediamento fortificato di datazione incerta di cui sono visibili oggi soltanto poche tracce.

L’area di Piano della Grotta interessata dagli scavi

Una è quella che – secondo gli studiosi – potrebbe essere stata una cisterna rivestita di cocciopesto, all’interno dell’area fortificata. La fase finale di occupazione della zona, caratterizzata da crolli, è riferibile alla tarda età imperiale, ma quella più antica finora individuata è inquadrabile fra il IV e il III secolo avanti Cristo. La scoperta del sito è frutto di una delle poche indagini archeologiche sistematiche eseguite su Monte Pellegrino, che risale ormai a quasi trent’anni fa. Nel 1992 fu avviato un intervento esplorativo nella zona di Piano della Grotta, dove già in precedenza lo storico Gaetano Pottino aveva segnalato la presenza dei resti di una cinta muraria. “La fortificazione – scrive l’archeologa Carmela Angela Di Stefano nel volume ‘Archeologia e territorio’ – consisteva nei resti di un muraglione largo poco più di un metro, eretto a secco con pietre locali di varia pezzatura. L’area che ricadeva all’interno di questo perimetro fortificato era disseminata di crolli di pietre e laterizi e di frammenti di ceramica”.

Piano della Grotta da Pizzo Monaco

Gli scavi, infatti, hanno portato alla luce, oltre a diverse tegole, anche numerose ceramiche da mensa, diffuse nell’antichità romana, il fondo di una raffinata coppa vicina alla produzione dell’atelier des petites éstampilles, così definita per la presenza di piccole stampiglie di vario tipo, e alcune monete di bronzo della zecca di Panormus. Sotto questo strato, sono stati rinvenuti materiali lapidei e laterizi, che nascondevano in parte resti di strutture murarie realizzate a secco, tra cui la presunta cisterna. Alla fine del 1995, l’esplorazione venne ripresa per completare i saggi iniziati qualche anno prima. Nell’area della cisterna furono rinvenute altre monete e ceramiche di varie epoche, ma sempre inquadrabili tra il III secolo avanti Cristo e il V dopo Cristo. L’impianto della struttura ha fatto pensare ad una fase edilizia più recente.

“Di forma rettangolare, con spigoli arrotondati per meglio contenere le spinte interne – scrive ancora Di Stefano – essa era costruita con pietrame di varia pezzatura legato con malta di calce e presentava un rivestimento interno di cocciopesto. Il riempimento risultò costituito da discariche recenti e da opere di spietramento effettuate probabilmente in relazione ai lavori agricoli. Dai dati di scavo sembra probabile che, dopo l’abbandono del sito, la cisterna abbia subito opere di smantellamento di due delle pareti perimetrali, e l’apertura di un varco nella parete di nord-est”.

Scritta bizantina nella Valle del Porco (foto: Giuseppe Ippolito)

Ma il sito scoperto trent’anni fa, è solo uno dei tanti segni che i secoli hanno lasciato su Monte Pellegrino, chiamato Ercta dai greci per la sua ripidezza e Gebel Grin dagli arabi, ovvero “monte vicino”. Oltre le più note incisioni rupestri che decorano le pareti delle grotte dell’Addaura, oppure la necropoli rupestre della Montagnola, tra i tesori segreti di Monte Pellegrino c’è anche un’antica iscrizione bizantina incisa su una roccia lungo il sentiero della Valle del Porco, che dalle scuderie reali della Favorita, si inerpica fino a raggiungere il Gorgo di Santa Rosalia, piccolo specchio d’acqua a due passi dal santuario. La scritta in greco, risalente ai primi decenni del VII secolo, recita: “Sii glorificato ovunque sempre, o Dio”, alla cui sinistra è rappresentata una croce su un triangolo tra le lettere I e S. La scritta si trova a circa metà del sentiero che sale stretto nella vallata, un cammino devozionale irto e a tratti impervio, ma che ripaga della fatica di averlo percorso.

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