La magia di Ballarò tra passato e presente

Con i suoi murales colorati e le tipiche “abbanniate” dei venditori, l’antico mercato nel centro storico di Palermo è diventato negli anni sempre più attrattivo e frequentato

di Emanuele Drago*

Camminare in mezzo al ritmo cantilenante delle “abbanniate”, ovvero il tipico vociare dei mercati, per il turista che giunge a Palermo è un vero spasso. E se prima per i turisti il monopolio dei mercati, complice il quadro realizzato da Guttuso, era esercitato dalla Vucciria, con gli anni quello che per grandezza e colori ha acquistato una sempre maggiore attrattiva e notorietà è il mercato di Ballarò, che si trova nel quartiere dell’Albergheria.

Per quanto concerne quest’ultimo, dopo una fase in cui venne denominato Daysin, per la cospicua originaria presenza di ebrei che lavoravano il cordame, a cui poi si aggiunsero dopo il X secoli anche i musulmani, il quartiere fu soggetto a fronteggiare continue e cicliche inondazioni del torrente Kemonia, che insieme ad altre cause endemiche provocò una forte contrazione demografica. Tuttavia, agli inizi del XIII secolo venne ripopolato da Federico II grazie agli esuli deportati dalla città di Certorbe (Enna) e Capizzi. Da allora divenne Albelgaria Centurbi et Capicii, per poi, col passare dei secoli, come nel caso di Caput Seralcadì, essere denominato con la semplice contrazione “Albergaria”.

Uno scorcio del mercato

Per quanto concerne invece l’origine del termine Ballarò, si è dibattuto a lungo quale fosse il motivo, ma in questo caso, complice anche la mancanza di atti e documenti ufficiali, non si è ancora giunti a una soluzione condivisa. C’è chi afferma che derivi da Segel Ballarat, ovvero una piazza del mercato in cui si stanziavano i venditori di specchi. Altri fanno derivare il termine da Balalah, ovvero confusione; fatto davvero singolare se si pensa che per anni si è sempre associato il termine confusione al mercato Vucciria, che invero è un termine che non ha nulla che vedere con la confusione, ma bensì con Bocceria, ovvero il luogo in cui si macellava la carne.

Un’altra interpretazione sembra voglia ricondurre l’origine del termine a Bel Rom, che altro non è che la contrazione del latino bellum romanorum, in ossequio e onore alla nuova dominazione romana. Tra le interpretazioni più plausibili e consolidatesi nel tempo sembra esserci quella che leghi il termine ad una piccola località posta vicino Monreale, denominata Bahlara, da cui provenivano i venditori di frutta che giungevano poi a Palermo.

Vicolo Cagliostro

Ma al di là di quale sia la soluzione in questa intricata storia etimologica, Ballarò non ha ancora perso il suo grande fascino. Il modo più semplice per accedervi dal centro è quello di percorrere la via del Ponticello, a pochi passi da piazza Pretoria, ovviamente non prima di aver visitato l’incredibile chiesa del Gesù e la biblioteca della Casa appartenuta all’ordine dei Gesuiti. Proprio subito dopo la casa, sulla destra, un murales in cui v’e scritto “Ballarò è magia” dà il benvenuto a turisti e passanti.

Superate le “sgarrupate” case, rimaste ancora in piedi grazie a delle squallide strutture in ferro, si giunge presso uno slargo in cui è possibile ammirare una suggestiva torre medievale, la torre di San Nicolò. Mentre la strada posta a destra della piazza conduce in via Porta di Castro – magari passando dal vicolo in cui nacque quel genio fannullone di Giuseppe Balsamo, più noto come conte di Cagliostro – percorrendo invece la strada posta a sinistra ci si immette nel cuore del mercato. Ebbene, quasi a metà del percorso, in mezzo all’odore di fritto e tra i negozietti di spezie e quant’altro, si giunge in una piazzetta con un muro su cui vi sono disegnate alcune pecorelle che camminano tra stelle e cielo. La piazzetta si chiama PR3 e dopo essere stata ripulita dal degrado e dall’immondizia, è stata dedicata al poeta di strada Giuseppe Schiera; uomo arguto e autoironico, che non aveva mai dimenticato le sue umili origini, tanto che amava definirsi “a fabbrica ru pitittu” (“la fabbrica della fame”) ma che era allo stesso tempo capace, grazie alla sua satira tagliente, di mettere in discussione durante il Fascismo il potere costituito.

Murales in piazza Mediterraneo

Insomma, ecco un po’ spiegato il senso di quel murales realizzato dai bambini del quartiere, e a cui è stato dato il nome di “Peppe Senza Suola” (poi diventato anche un libro di Alberto Nicolino e Igor Scalisi Palminteri). Si tratta di un’operazione che ha anticipato i murales realizzati l’anno successivo nel quartiere dallo stesso Scalisi Palminteri. Ma forse il più affascinante di tutti è quello che si trova in piazzetta Mediterraneo (un luogo posto tra via Porta di Castro e via San Nicolò). Il murales ritrae un bimbo su uno sfondo celeste, mentre tiene nelle mani una scatola di cartone con delle verdure che gridano sul silenzioso e ignaro fanciullo. Il messaggio è chiaro: qui a Ballarò anche la merce “abbannia”.

*Docente e scrittore

Con i suoi murales colorati e le tipiche “abbanniate” dei venditori, l’antico mercato nel centro storico di Palermo è diventato negli anni sempre più attrattivo e frequentato

di Emanuele Drago*

Camminare in mezzo al ritmo cantilenante delle “abbanniate”, ovvero il tipico vociare dei mercati, per il turista che giunge a Palermo è un vero spasso. E se prima per i turisti il monopolio dei mercati, complice il quadro realizzato da Guttuso, era esercitato dalla Vucciria, con gli anni quello che per grandezza e colori ha acquistato una sempre maggiore attrattiva e notorietà è il mercato di Ballarò, che si trova nel quartiere dell’Albergheria.

Per quanto concerne quest’ultimo, dopo una fase in cui venne denominato Daysin, per la cospicua originaria presenza di ebrei che lavoravano il cordame, a cui poi si aggiunsero dopo il X secoli anche i musulmani, il quartiere fu soggetto a fronteggiare continue e cicliche inondazioni del torrente Kemonia, che insieme ad altre cause endemiche provocò una forte contrazione demografica. Tuttavia, agli inizi del XIII secolo venne ripopolato da Federico II grazie agli esuli deportati dalla città di Certorbe (Enna) e Capizzi. Da allora divenne Albelgaria Centurbi et Capicii, per poi, col passare dei secoli, come nel caso di Caput Seralcadì, essere denominato con la semplice contrazione “Albergaria”.

Uno scorcio del mercato

Per quanto concerne invece l’origine del termine Ballarò, si è dibattuto a lungo quale fosse il motivo, ma in questo caso, complice anche la mancanza di atti e documenti ufficiali, non si è ancora giunti a una soluzione condivisa. C’è chi afferma che derivi da Segel Ballarat, ovvero una piazza del mercato in cui si stanziavano i venditori di specchi. Altri fanno derivare il termine da Balalah, ovvero confusione; fatto davvero singolare se si pensa che per anni si è sempre associato il termine confusione al mercato Vucciria, che invero è un termine che non ha nulla che vedere con la confusione, ma bensì con Bocceria, ovvero il luogo in cui si macellava la carne.

Un’altra interpretazione sembra voglia ricondurre l’origine del termine a Bel Rom, che altro non è che la contrazione del latino bellum romanorum, in ossequio e onore alla nuova dominazione romana. Tra le interpretazioni più plausibili e consolidatesi nel tempo sembra esserci quella che leghi il termine ad una piccola località posta vicino Monreale, denominata Bahlara, da cui provenivano i venditori di frutta che giungevano poi a Palermo.

Vicolo Cagliostro

Ma al di là di quale sia la soluzione in questa intricata storia etimologica, Ballarò non ha ancora perso il suo grande fascino. Il modo più semplice per accedervi dal centro è quello di percorrere la via del Ponticello, a pochi passi da piazza Pretoria, ovviamente non prima di aver visitato l’incredibile chiesa del Gesù e la biblioteca della Casa appartenuta all’ordine dei Gesuiti. Proprio subito dopo la casa, sulla destra, un murales in cui v’e scritto “Ballarò è magia” dà il benvenuto a turisti e passanti.

Superate le “sgarrupate” case, rimaste ancora in piedi grazie a delle squallide strutture in ferro, si giunge presso uno slargo in cui è possibile ammirare una suggestiva torre medievale, la torre di San Nicolò. Mentre la strada posta a destra della piazza conduce in via Porta di Castro – magari passando dal vicolo in cui nacque quel genio fannullone di Giuseppe Balsamo, più noto come conte di Cagliostro – percorrendo invece la strada posta a sinistra ci si immette nel cuore del mercato. Ebbene, quasi a metà del percorso, in mezzo all’odore di fritto e tra i negozietti di spezie e quant’altro, si giunge in una piazzetta con un muro su cui vi sono disegnate alcune pecorelle che camminano tra stelle e cielo. La piazzetta si chiama PR3 e dopo essere stata ripulita dal degrado e dall’immondizia, è stata dedicata al poeta di strada Giuseppe Schiera; uomo arguto e autoironico, che non aveva mai dimenticato le sue umili origini, tanto che amava definirsi “a fabbrica ru pitittu” (“la fabbrica della fame”) ma che era allo stesso tempo capace, grazie alla sua satira tagliente, di mettere in discussione durante il Fascismo il potere costituito.

Murales in piazza Mediterraneo

Insomma, ecco un po’ spiegato il senso di quel murales realizzato dai bambini del quartiere, e a cui è stato dato il nome di “Peppe Senza Suola” (poi diventato anche un libro di Alberto Nicolino e Igor Scalisi Palminteri). Si tratta di un’operazione che ha anticipato i murales realizzati l’anno successivo nel quartiere dallo stesso Scalisi Palminteri. Ma forse il più affascinante di tutti è quello che si trova in piazzetta Mediterraneo (un luogo posto tra via Porta di Castro e via San Nicolò). Il murales ritrae un bimbo su uno sfondo celeste, mentre tiene nelle mani una scatola di cartone con delle verdure che gridano sul silenzioso e ignaro fanciullo. Il messaggio è chiaro: qui a Ballarò anche la merce “abbannia”.

*Docente e scrittore

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La Vucciria, antico regno dell’aromataio guaritore

Giovanni Luigi Garillo diventò famoso per una serie di preparati che aveva inventato e prodotto, antidoti che vendette in grande quantità all’aristocrazia del tempo

di Emanuele Drago*

Quando Sciascia parlava della Vucciria di Guttuso la descriveva come il sogno di un affamato. Per la verità, anche se il termine deriva dal francese boucherie – luogo in cui si macellava la carne – l’attuale Vucciria era in realtà indicata come la Bocceria della frutta, da distinguersi dalla Bocceria propriamente detta, la quale era ubicata più a nord, in un’area compresa tra le attuali piazza Venezia e piazza Sant’Onofrio.

Eppure, il destino del mercato in cui le balate non si asciugavano mai sembra essere stato scandito da un’altra attività commerciale, che nulla aveva a che fare né con la carne, né col pesce, e neppure con la frutta. L’attività a cui vogliamo riferirci è quella degli aromatai, un mestiere che era assimilabile agli antichi speziali medievali, ma anche ai moderni farmacisti. Un’aromateria che a Palermo divenne celebre fu quella che nel 1793, in via Materassai, impiantarono – dopo essere giunti da giunti da Bagnara in seguito al terribile terremoto che aveva devastato la cittadina calabra – Paolo Florio e il cognato Barbaro.

La chiesa di Sant’Andrea

Ma, come già accennato precedentemente, quando i Florio s’imbatterono in questa nuova attività probabilmente non seppero che in realtà Palermo, appena due secoli prima, aveva avuto in ciò un illustre antesignano, un uomo d’ingegno quale fu appunto Giovanni Luigi Garillo. E d’altronde è la stessa chiesa di Sant’Andrea, detta appunto degli aromatai, sorta ancor prima che nascesse l’attività dei Florio e ubicata a pochi passi da piazza San Domenico che comprova quanto appena affermato.

Da alcune ricerche risulta che Giovanni Luigi Garillo svolgesse la propria attività in via Coltellieri, strada che nel 1543 gli era intitolata per volontà del “Salutifero Collegio della Felice Città di Palermo”, dopo che per ben 47 anni si era distinto nella preparazione di medicamenti e pozioni “salutifere”, che vendeva nella sua bottega della Vucciria. Fu infatti dopo quella fatidica data che la stretta viuzza, che ancora oggi corre quasi parallela alla Discesa dei Maccheronai, fu conosciuta appunto come la “la strada di Garillo”.

Vaso con ritratto di Giovanni Luigi Garillo

Ora, per comprendere l’importanza svolta da questo speziale antesignano dei moderni farmacisti, basterà ricordare le lodi che ad esso riservò il protomedico Gian Filippo Ingrassia. Infatti, secondo quest’ultimo, Garillo diventò famoso in tutta la Penisola per una serie di preparati che aveva inventato e prodotto. Ad esempio, tra i tanti si ricordano soprattutto “l’olio di scorpione” ed alcune particolari “pillole della vita”, antidoti che vendette in grande quantità all’aristocrazia del tempo. Ma la specialità con la quale il Garillo ottenne i massimi riconoscimenti presso gli accademici del tempo fu una sua personale elaborazione della Theriaca o Triaca, farmaco che risale al tempo di Mitridate re del Ponto e che accrebbe nei secoli la propria fama. La Theriaca arrivò ad essere, ancora a metà dell’Ottocento, panacea universale, capace, se sapientemente somministrata, di curare praticamente ogni male. Sembra che Garillo componesse questo contravveleno regolarmente in pubblico, sotto la sorveglianza del citato Collegio Salutifero e col costante supporto dell’Ingrassia.

Oggi è davvero desolante muoversi in mezzo al degrado della zona, senza tra l’altro riuscire a cogliere alcun riferimento né all’antica strada dei Coltellieri, né all’aromateria del Garillo. Sarebbe allora interessante poter scoprire, magari tramite ulteriori studi e approfondimenti, quale fosse l’esatto punto in cui era ubicata l’aromateria. Per adesso, in attesa di un positivo riscontro, non ci resta che accontentarci di scoprire quale fosse il volto del Garillo. Lo si può ammirare dipinto in un vaso che fa parte della collezione della famiglia Scalea.

*Docente e scrittore

Giovanni Luigi Garillo diventò famoso per una serie di preparati che aveva inventato e prodotto, antidoti che vendette in grande quantità all’aristocrazia del tempo

di Emanuele Drago*

Quando Sciascia parlava della Vucciria di Guttuso la descriveva come il sogno di un affamato. Per la verità, anche se il termine deriva dal francese boucherie – luogo in cui si macellava la carne – l’attuale Vucciria era in realtà indicata come la Bocceria della frutta, da distinguersi dalla Bocceria propriamente detta, la quale era ubicata più a nord, in un’area compresa tra le attuali piazza Venezia e piazza Sant’Onofrio.

Eppure, il destino del mercato in cui le balate non si asciugavano mai sembra essere stato scandito da un’altra attività commerciale, che nulla aveva a che fare né con la carne, né col pesce, e neppure con la frutta. L’attività a cui vogliamo riferirci è quella degli aromatai, un mestiere che era assimilabile agli antichi speziali medievali, ma anche ai moderni farmacisti. Un’aromateria che a Palermo divenne celebre fu quella che nel 1793, in via Materassai, impiantarono – dopo essere giunti da giunti da Bagnara in seguito al terribile terremoto che aveva devastato la cittadina calabra – Paolo Florio e il cognato Barbaro.

La chiesa di Sant’Andrea

Ma, come già accennato precedentemente, quando i Florio s’imbatterono in questa nuova attività probabilmente non seppero che in realtà Palermo, appena due secoli prima, aveva avuto in ciò un illustre antesignano, un uomo d’ingegno quale fu appunto Giovanni Luigi Garillo. E d’altronde è la stessa chiesa di Sant’Andrea, detta appunto degli aromatai, sorta ancor prima che nascesse l’attività dei Florio e ubicata a pochi passi da piazza San Domenico che comprova quanto appena affermato.

Da alcune ricerche risulta che Giovanni Luigi Garillo svolgesse la propria attività in via Coltellieri, strada che nel 1543 gli era intitolata per volontà del “Salutifero Collegio della Felice Città di Palermo”, dopo che per ben 47 anni si era distinto nella preparazione di medicamenti e pozioni “salutifere”, che vendeva nella sua bottega della Vucciria. Fu infatti dopo quella fatidica data che la stretta viuzza, che ancora oggi corre quasi parallela alla Discesa dei Maccheronai, fu conosciuta appunto come la “la strada di Garillo”.

Vaso con ritratto di Giovanni Luigi Garillo

Ora, per comprendere l’importanza svolta da questo speziale antesignano dei moderni farmacisti, basterà ricordare le lodi che ad esso riservò il protomedico Gian Filippo Ingrassia. Infatti, secondo quest’ultimo, Garillo diventò famoso in tutta la Penisola per una serie di preparati che aveva inventato e prodotto. Ad esempio, tra i tanti si ricordano soprattutto “l’olio di scorpione” ed alcune particolari “pillole della vita”, antidoti che vendette in grande quantità all’aristocrazia del tempo. Ma la specialità con la quale il Garillo ottenne i massimi riconoscimenti presso gli accademici del tempo fu una sua personale elaborazione della Theriaca o Triaca, farmaco che risale al tempo di Mitridate re del Ponto e che accrebbe nei secoli la propria fama. La Theriaca arrivò ad essere, ancora a metà dell’Ottocento, panacea universale, capace, se sapientemente somministrata, di curare praticamente ogni male. Sembra che Garillo componesse questo contravveleno regolarmente in pubblico, sotto la sorveglianza del citato Collegio Salutifero e col costante supporto dell’Ingrassia.

Oggi è davvero desolante muoversi in mezzo al degrado della zona, senza tra l’altro riuscire a cogliere alcun riferimento né all’antica strada dei Coltellieri, né all’aromateria del Garillo. Sarebbe allora interessante poter scoprire, magari tramite ulteriori studi e approfondimenti, quale fosse l’esatto punto in cui era ubicata l’aromateria. Per adesso, in attesa di un positivo riscontro, non ci resta che accontentarci di scoprire quale fosse il volto del Garillo. Lo si può ammirare dipinto in un vaso che fa parte della collezione della famiglia Scalea.

*Docente e scrittore

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Palermo e i suoi fantasmi tra storia e leggenda

La vecchia dell’aceto, il figlio del re di Tunisi, la suora del Capo e quella del Teatro Massimo, sono alcuni degli “spettri” illustri della città

di Emanuele Drago*

“Una gaia casetta in via Papireto, all’ultimo piano, ariosa: quattro lucide stanzette col pavimento di mattoni di Valenza. Marta aveva trovato questa casa guidata da un lontano ricordo”. Questa è la descrizione che nel romanzo “L’esclusa”, Luigi Pirandello faceva della dimora palermitana della famiglia Ayala. Oggi viene un po’ da sorridere nel ripensare che proprio in quello stesso esatto punto si trovava alcuni secoli prima un’altra casa che nell’immaginario palermitano divenne altrettanto famosa. Posta al centro di un luogo malsano e maleodorante, secondo alcune leggende era stata utilizzata da molti mariti per far ammalare o sbarazzarsi delle rispettive mogli. Infatti, l’esposizione prolungata ai miasmi del fiume Papireto non lasciava scampo ai polmoni delle giovani mogli.

Vicolo di Colluzio

Ora, per una sorte di legge del contrappasso, proprio in quei paraggi – esattamente in via Gioiamia – quasi due secoli dopo la megera Giovanna Bonanno aveva trovato a sua volta il rimedio per vendicare le molte mogli tradite dai mariti fedifraghi. Fu infatti in questa via che la donna nota come la vecchia dell’aceto, acquistava, in un negozio, l’acido per pidocchi che avrebbe addizionato con l’arsenico. La leggenda vuole che il fantasma della stessa Bonanno – dopo la tragica esecuzione avvenuta nelle forche più alte issate ai Quattro Canti nel giugno del 1789 – la notte si aggiri ancora in vicolo de’ Colluzio, nel quartiere dell’Albergheria.

Per chi non conosce nel dettaglio la storia della Bonanno, la cosa può apparire strana: che ci fa infatti la vecchia dell’aceto all’Albergheria, visto che aveva sempre operato tra i quartieri della Zisa e del Noviziato? Ma c’è chi giura che non si tratti di un fatto per niente strano, in quanto le prime apparizioni – secondo la tradizione – avvennero fin subito dopo la sua condanna a morte, ed esattamente in prossimità della chiesa dell’Annunziata alle Balate. In buona sostanza, c’è chi afferma che ella voleva impaurire gli “sbirri” che insieme al Santo Uffizio la condussero al patibolo e che proprio all’interno della chiesa dell’Annunziata avevano la propria confraternita.

Palazzo Molinelli di Santa Rosalia

Ma se la storia dei fantasmi avvistati a Palermo è essenzialmente stata declinata al femminile – basta ricordare la vicenda delle Sette Fate nell’omonima piazza o del fantasma della suora del Teatro Massimo e del palazzo Molinelli di Santa Rosalia – esiste tuttavia almeno un caso in cui il fantasma avvistato non solo è un uomo, ma addirittura un sovrano, e per giunta di colore. Molti cronisti del tempo, lo indicarono come il fantasma del turco, termine con cui, nell’immaginario palermitano, si era soliti riferirsi non tanto agli abitanti della Turchia, bensì ai musulmani o alle persone di colore in generale.

Dunque, secondo la leggenda – ma anche Folco di Verdura ce ne parla in “Estati Felici” – questo cosiddetto turco si aggirava in piena notte tra le stanze del palazzo De Castillo dei Marchesi di Sant’Isodoro, in piazza Guilla. Ma qual era la vera identità di questo misterioso turco? E per quale motivo si aggirava proprio in quel palazzo? Ebbene, sembra che l’uomo non fosse altro che il figlio del re di Tunisi Mulay Amida, ovvero Amida II, da alcuni indicato anche col nome di Ajajà. Quest’ultimo, a quanto pare, si era convertito al Cristianesimo, tant’è che il suo corpo prima di essere sepolto presso il cimitero dei Cappuccini, era stato conservato nel giardino di palazzo De Castillo, diviso dalla dimora signorile mediante un cavalcavia ancora oggi visibile. E d’altronde c’è chi ancora all’inizio del XIX secolo affermava che – così ad esempio fece Gaspare Palermo nella sua “Guida della città” – il corpo del sovrano di colore, mummificato in un angolo delle Catacombe, fosse proprio quello di Ajajà.

La suora del Capo

Ma a Palermo il tour per i “ghostbusters” potrebbe non limitarsi a queste storie. Ad esempio, potrebbe proseguire facendo una visita all’interno di villa Caboto, a Mondello, oppure nella chiesa della Madonna della Mercede al Capo. In questa chiesa infatti nel 2016, per uno strano effetto prodotto dall’umidità delle pareti del campanile, sembrò affacciarsi una suora. C’è chi giura che ogni fenomeno, se razionalizzato, ha sempre una spiegazione. Ma c’è chi afferma anche il contrario: ovvero che le anime si avvalgono dell’astuzia della ragione per manifestarsi al mondo.

Così a quanto pare, per chi crede a questa vicenda, sembra abbia fatto la donna di servizio di casa Serenario, la quale dopo essere stata violata, fu costretta a farsi suora e da quel giorno ancora si affacci dal campanile della chiesa per scorgere la piccola figlia che abitava nel vicino palazzo in cui per anni aveva prestato servizio. Leggende – direte voi – come quella della suora del teatro Massimo, che per vendicarsi dell’abbattimento del monastero di San Giuliano e delle Stimmate, o della profanazione della sua tomba, di tanto in tanto si diverte a sgambettare, davanti al primo gradino della prima rampa di scale, tutti quegli scettici visitatori che non sanno che anche Palermo ha i suoi fantasmi.

*Docente e scrittore

La vecchia dell’aceto, il figlio del re di Tunisi, la suora del Capo e quella del Teatro Massimo, sono alcuni degli “spettri” illustri della città

di Emanuele Drago*

“Una gaia casetta in via Papireto, all’ultimo piano, ariosa: quattro lucide stanzette col pavimento di mattoni di Valenza. Marta aveva trovato questa casa guidata da un lontano ricordo”. Questa è la descrizione che nel romanzo “L’esclusa”, Luigi Pirandello faceva della dimora palermitana della famiglia Ayala. Oggi viene un po’ da sorridere nel ripensare che proprio in quello stesso esatto punto si trovava alcuni secoli prima un’altra casa che nell’immaginario palermitano divenne altrettanto famosa. Posta al centro di un luogo malsano e maleodorante, secondo alcune leggende era stata utilizzata da molti mariti per far ammalare o sbarazzarsi delle rispettive mogli. Infatti, l’esposizione prolungata ai miasmi del fiume Papireto non lasciava scampo ai polmoni delle giovani mogli.

Vicolo di Colluzio

Ora, per una sorte di legge del contrappasso, proprio in quei paraggi – esattamente in via Gioiamia – quasi due secoli dopo la megera Giovanna Bonanno aveva trovato a sua volta il rimedio per vendicare le molte mogli tradite dai mariti fedifraghi. Fu infatti in questa via che la donna nota come la vecchia dell’aceto, acquistava, in un negozio, l’acido per pidocchi che avrebbe addizionato con l’arsenico. La leggenda vuole che il fantasma della stessa Bonanno – dopo la tragica esecuzione avvenuta nelle forche più alte issate ai Quattro Canti nel giugno del 1789 – la notte si aggiri ancora in vicolo de’ Colluzio, nel quartiere dell’Albergheria.

Per chi non conosce nel dettaglio la storia della Bonanno, la cosa può apparire strana: che ci fa infatti la vecchia dell’aceto all’Albergheria, visto che aveva sempre operato tra i quartieri della Zisa e del Noviziato? Ma c’è chi giura che non si tratti di un fatto per niente strano, in quanto le prime apparizioni – secondo la tradizione – avvennero fin subito dopo la sua condanna a morte, ed esattamente in prossimità della chiesa dell’Annunziata alle Balate. In buona sostanza, c’è chi afferma che ella voleva impaurire gli “sbirri” che insieme al Santo Uffizio la condussero al patibolo e che proprio all’interno della chiesa dell’Annunziata avevano la propria confraternita.

Palazzo Molinelli di Santa Rosalia

Ma se la storia dei fantasmi avvistati a Palermo è essenzialmente stata declinata al femminile – basta ricordare la vicenda delle Sette Fate nell’omonima piazza o del fantasma della suora del Teatro Massimo e del palazzo Molinelli di Santa Rosalia – esiste tuttavia almeno un caso in cui il fantasma avvistato non solo è un uomo, ma addirittura un sovrano, e per giunta di colore. Molti cronisti del tempo, lo indicarono come il fantasma del turco, termine con cui, nell’immaginario palermitano, si era soliti riferirsi non tanto agli abitanti della Turchia, bensì ai musulmani o alle persone di colore in generale.

Dunque, secondo la leggenda – ma anche Folco di Verdura ce ne parla in “Estati Felici” – questo cosiddetto turco si aggirava in piena notte tra le stanze del palazzo De Castillo dei Marchesi di Sant’Isodoro, in piazza Guilla. Ma qual era la vera identità di questo misterioso turco? E per quale motivo si aggirava proprio in quel palazzo? Ebbene, sembra che l’uomo non fosse altro che il figlio del re di Tunisi Mulay Amida, ovvero Amida II, da alcuni indicato anche col nome di Ajajà. Quest’ultimo, a quanto pare, si era convertito al Cristianesimo, tant’è che il suo corpo prima di essere sepolto presso il cimitero dei Cappuccini, era stato conservato nel giardino di palazzo De Castillo, diviso dalla dimora signorile mediante un cavalcavia ancora oggi visibile. E d’altronde c’è chi ancora all’inizio del XIX secolo affermava che – così ad esempio fece Gaspare Palermo nella sua “Guida della città” – il corpo del sovrano di colore, mummificato in un angolo delle Catacombe, fosse proprio quello di Ajajà.

La suora del Capo

Ma a Palermo il tour per i “ghostbusters” potrebbe non limitarsi a queste storie. Ad esempio, potrebbe proseguire facendo una visita all’interno di villa Caboto, a Mondello, oppure nella chiesa della Madonna della Mercede al Capo. In questa chiesa infatti nel 2016, per uno strano effetto prodotto dall’umidità delle pareti del campanile, sembrò affacciarsi una suora. C’è chi giura che ogni fenomeno, se razionalizzato, ha sempre una spiegazione. Ma c’è chi afferma anche il contrario: ovvero che le anime si avvalgono dell’astuzia della ragione per manifestarsi al mondo.

Così a quanto pare, per chi crede a questa vicenda, sembra abbia fatto la donna di servizio di casa Serenario, la quale dopo essere stata violata, fu costretta a farsi suora e da quel giorno ancora si affacci dal campanile della chiesa per scorgere la piccola figlia che abitava nel vicino palazzo in cui per anni aveva prestato servizio. Leggende – direte voi – come quella della suora del teatro Massimo, che per vendicarsi dell’abbattimento del monastero di San Giuliano e delle Stimmate, o della profanazione della sua tomba, di tanto in tanto si diverte a sgambettare, davanti al primo gradino della prima rampa di scale, tutti quegli scettici visitatori che non sanno che anche Palermo ha i suoi fantasmi.

*Docente e scrittore

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Porta Felice, tra albe d’equinozio e corna alla luna

Una delle antiche vie d’accesso più importanti di Palermo, in un preciso momento dell’anno, diventa palcoscenico per un affascinante fenomeno naturale

di Emanuele Drago*

C’è un momento dell’anno in cui una porta storica di Palermo diventa il palcoscenico per un fenomeno naturale affascinante ed unico. Il monumento a cui ci riferiamo è la sontuosa Porta Felice e il fenomeno, che si verifica durante l’equinozio di primavera, è il sorgere del sole dal mare in un perfetto allineamento con la più antica strada di Palermo, appunto il Cassaro.

Porta Felice

Il fenomeno è davvero suggestivo ed ha un che di magico ed esoterico, in quanto, intorno alle sei del mattino, il sole sembra emergere dal mare per poi porsi al centro dei due piloni della porta. E si tratta di un fenomeno che, in questo periodo dell’anno, desta l’interesse di turisti e palermitani appassionati di fotografia, conoscitori dei segreti della luce della città, più di molti ignari passanti. È davvero emozionante ciò che si presenta in quelle ore del mattino nel Cassaro morto; un tratto di strada che, per la mancanza di attività commerciali, sembra riscattarsi da quell’ingenerosa nomea di esser senza vita.

Ma qual è la storia di questa elegante porta ormai da secoli conosciuta come Porta Felice? Edificata nel 1582, per volontà dall’allora viceré di Sicilia Marcantonio Colonna di Lanuvio, venne dedicata alla moglie Donna Felice Orsini. Ora, la cosa strana è che, proprio non distante dal pilone di sinistra, gli venne collocata la cosiddetta fontana della sirena, le cui fattezze, secondo alcune malelingue del tempo, ricordavano il volto e le movenze dell’amante dello stesso vicerè, la bella Eufrosina Valdaura, baronessa di Miserendino. La porta di fatto era stata realizzata in seguito al raddrizzamento e al prolungamento fino al mare della più antica strada di Palermo, la strada marmorea.

Aquila coronata su Porta Felice

Ma essa, oltre ad essere una delle poche realizzate con piloni monumentali e non in pietra d’Aspra, a volte, soprattutto durante la festa di Santa Rosalia, veniva trasformata in arco trionfale mediante la collocazione di decorazioni posticce che univano alla sommità i due piloni. Inoltre, per l’aristocrazia di metà Settecento iniziò a rappresentare una sorta di zona franca, il luogo da cui uscire dall’asfittico centro storico, fatto di vicoli e trazzere, per concedersi qualche licenza, o semplicemente un paio d’ore di vero e proprio libertinaggio.

Tant’è che in seguito a ciò ne nacque un detto popolare, che ironizzando sul fatto che la porta oltre a garantire la sicurezza, avrebbe dovuto garantire la morale pubblica, si domandasse “Cu’ fussi lu mastru quali fabbricau lu catinazzu di porta Felici?”. Infatti, Porta Felice era l’unica porta civica che dopo il suono delle campane dell’Avemaria rimaneva aperta. Questa consuetudine – unita all’ormai noto tradimento consumato dal committente Marcantonio Colonna – fece sì che la porta a partire dal Settecento venisse denominata allusivamente “i corna a luna”.

Il Cassaro visto da Porta Felice

Ma il caso volle che questa maligna allusione finisse per mimetizzarsi in un altro celebre evento: la cosiddetta festa dei cornuti. Si badi bene, questa denominazione non aveva nulla di ufficiale né di libertino; anzi, al contrario, era una ricorrenza di carattere religioso che coincideva con la festa dell’Ascensione di Gesù al cielo, che cadeva quasi sempre a maggio, quaranta giorni dopo la Pasqua. In quella circostanza, infatti, una massa di pastori e storpi, con al seguito i loro rumorosi armenti – da qui appunto i cornuti – partivano dal piano del Palazzo Reale e scendevano a valle, in direzione del mare, per poi immergersi a mezzanotte in punto in acqua. La processione era legata ad un’antica credenza popolare, secondo la quale, in quel particolarissimo giorno dell’anno, le acque avessero un carattere catartico e salvifico.

Di questa antica processione la pittrice Kiyohara Tama ce ne ha lasciato un’affascinante rappresentazione, in un suo quadro che si trova all’interno del museo Pitrè, dal titolo appunto “La notte dell’Ascensione”. Oggi Porta Felice, più che per questa particolare festa, viene ricordata come il luogo dell’apoteosi della Santa Patrona di Palermo. È qui che il quattordici luglio di ogni anno – da tempo ormai ben oltre la mezzanotte – il carro trionfale di Santa Rosalia giunge in prossimità del mare. Ed è sempre qui che superati i due piloni viene accolta da assordanti e scintillanti giochi d’artificio. Oggi come tre secoli fa, quando il viaggiatore scozzese Patrick Brydone la considerava la più bella d’Europa.

*Docente e scrittore

La foto dell’alba a Porta Felice in alto è di Zoran Mariovic

Una delle antiche vie d’accesso più importanti di Palermo, in un preciso momento dell’anno, diventa palcoscenico per un affascinante fenomeno naturale

di Emanuele Drago*

C’è un momento dell’anno in cui una porta storica di Palermo diventa il palcoscenico per un fenomeno naturale affascinante ed unico. Il monumento a cui ci riferiamo è la sontuosa Porta Felice e il fenomeno, che si verifica durante l’equinozio di primavera, è il sorgere del sole dal mare in un perfetto allineamento con la più antica strada di Palermo, appunto il Cassaro.

Porta Felice

Il fenomeno è davvero suggestivo ed ha un che di magico ed esoterico, in quanto, intorno alle sei del mattino, il sole sembra emergere dal mare per poi porsi al centro dei due piloni della porta. E si tratta di un fenomeno che, in questo periodo dell’anno, desta l’interesse di turisti e palermitani appassionati di fotografia, conoscitori dei segreti della luce della città, più di molti ignari passanti. È davvero emozionante ciò che si presenta in quelle ore del mattino nel Cassaro morto; un tratto di strada che, per la mancanza di attività commerciali, sembra riscattarsi da quell’ingenerosa nomea di esser senza vita.

Ma qual è la storia di questa elegante porta ormai da secoli conosciuta come Porta Felice? Edificata nel 1582, per volontà dall’allora viceré di Sicilia Marcantonio Colonna di Lanuvio, venne dedicata alla moglie Donna Felice Orsini. Ora, la cosa strana è che, proprio non distante dal pilone di sinistra, gli venne collocata la cosiddetta fontana della sirena, le cui fattezze, secondo alcune malelingue del tempo, ricordavano il volto e le movenze dell’amante dello stesso vicerè, la bella Eufrosina Valdaura, baronessa di Miserendino. La porta di fatto era stata realizzata in seguito al raddrizzamento e al prolungamento fino al mare della più antica strada di Palermo, la strada marmorea.

Aquila coronata su Porta Felice

Ma essa, oltre ad essere una delle poche realizzate con piloni monumentali e non in pietra d’Aspra, a volte, soprattutto durante la festa di Santa Rosalia, veniva trasformata in arco trionfale mediante la collocazione di decorazioni posticce che univano alla sommità i due piloni. Inoltre, per l’aristocrazia di metà Settecento iniziò a rappresentare una sorta di zona franca, il luogo da cui uscire dall’asfittico centro storico, fatto di vicoli e trazzere, per concedersi qualche licenza, o semplicemente un paio d’ore di vero e proprio libertinaggio.

Tant’è che in seguito a ciò ne nacque un detto popolare, che ironizzando sul fatto che la porta oltre a garantire la sicurezza, avrebbe dovuto garantire la morale pubblica, si domandasse “Cu’ fussi lu mastru quali fabbricau lu catinazzu di porta Felici?”. Infatti, Porta Felice era l’unica porta civica che dopo il suono delle campane dell’Avemaria rimaneva aperta. Questa consuetudine – unita all’ormai noto tradimento consumato dal committente Marcantonio Colonna – fece sì che la porta a partire dal Settecento venisse denominata allusivamente “i corna a luna”.

Il Cassaro visto da Porta Felice

Ma il caso volle che questa maligna allusione finisse per mimetizzarsi in un altro celebre evento: la cosiddetta festa dei cornuti. Si badi bene, questa denominazione non aveva nulla di ufficiale né di libertino; anzi, al contrario, era una ricorrenza di carattere religioso che coincideva con la festa dell’Ascensione di Gesù al cielo, che cadeva quasi sempre a maggio, quaranta giorni dopo la Pasqua. In quella circostanza, infatti, una massa di pastori e storpi, con al seguito i loro rumorosi armenti – da qui appunto i cornuti – partivano dal piano del Palazzo Reale e scendevano a valle, in direzione del mare, per poi immergersi a mezzanotte in punto in acqua. La processione era legata ad un’antica credenza popolare, secondo la quale, in quel particolarissimo giorno dell’anno, le acque avessero un carattere catartico e salvifico.

Di questa antica processione la pittrice Kiyohara Tama ce ne ha lasciato un’affascinante rappresentazione, in un suo quadro che si trova all’interno del museo Pitrè, dal titolo appunto “La notte dell’Ascensione”. Oggi Porta Felice, più che per questa particolare festa, viene ricordata come il luogo dell’apoteosi della Santa Patrona di Palermo. È qui che il quattordici luglio di ogni anno – da tempo ormai ben oltre la mezzanotte – il carro trionfale di Santa Rosalia giunge in prossimità del mare. Ed è sempre qui che superati i due piloni viene accolta da assordanti e scintillanti giochi d’artificio. Oggi come tre secoli fa, quando il viaggiatore scozzese Patrick Brydone la considerava la più bella d’Europa.

*Docente e scrittore

La foto dell’alba a Porta Felice in alto è di Zoran Mariovic

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Le mille vite del carcere Malaspina, scrigno di tesori

Era l’antica residenza dei duchi Oneto di Sperlinga, poi diventata fabbrica di terracotta, ricovero per giovani indigenti e infine istituto penale per minorenni

di Emanuele Drago*

È impensabile immaginare Palermo, facendo esclusivamente ricorso ai quattro mandamenti della città storica. Infatti, dopo l’abbattimento delle mura cinquecentesche si svilupparono a raggiera una serie di rioni, di cui molto spesso ancora oggi chi vi risiede ne disconosce le origini e la storia. Uno di questi quartieri, sviluppatosi nella direttrice nord ovest, è rione Malaspina Palagonia.

Corte interna del carcere Malaspina

Uno dei primi documenti in cui si fa riferimento alla contrada Malaspina è contenuto tra le pergamene del tabulario di San Bartolomeo e risale alla seconda metà del XIV secolo. Se il nome sia riconducibile ad uno dei primi proprietari fondiari che iniziò a edificarvi case, o sia invece piuttosto legato al cronista Saba Malaspina, che al tempo di re Martino scrisse un’opera – Rerum Sicularum Historia – dedicata alla Sicilia, ancora oggi non è dato saperlo con certezza. Da una attenta analisi topografica si evince chiaramente che la contrada, dopo aver avuto inizio da piazza San Francesco, ed essersi dipanata per una stretta e tortuosa viuzza denominata appunto vicolo Malaspina, giungesse in piazza Ottavio Ziino, che era l’ultimo tratto del primo tronco.

Il secondo tronco della via Malaspina, corrispondeva all’attuale via Principe di Palagonia, rientrava in quelli che erano i fondi agricoli degli Oneto duchi di Sperlinga e Palagonia, adiacenti a loro volta ai terreni che possedeva la famiglia Whitaker accanto al canale del torrente Rigano. In origini il quartiere annoverava alcune importanti ville, in primis la villa Valguarnera, in prossimità di piazza Tosti, ma anche le ville Cupane e Lima Mancuso. Tutte quante le ville, nonostante il piano regolatore redatto da Felice Giarrusso lo vietasse, intorno agli anni Cinquanta vennero vendute, espropriate ed abbattute, per far posto a grossi palazzi multipiano che nacquero subito dopo il dopoguerra, molti dei quali divennero sede di assessorati regionali.

Stemma degli Oneto

Per fortuna da quella smania distruttiva e speculativa si salvarono solo la villa Isnello, ubicata in via Monteverdi, e anche il palazzo che è un po’ il simbolo del quartiere Malaspina Palagonia, ovvero la dimora degli Oneto duchi di Sperlinga. Spesso identificato esclusivamente come sede del carcere minorile – citato tra l’altro nel film “Mery per sempre” di Marco Risi col termine “Rosaspina” – la villa meriterebbe una maggiore attenzione sia da un punto di artistico, sia da un punto di vista architettonico. Si tratta di un’amplissima struttura costituita da due corti collegate tra loro tramite un vestibolo, che a sua volta è sormontato da una guardiola che serviva fin dal Settecento a vigilare sulle vie d’accesso.

Ancora oggi sopra la guardiola è possibile ammirare l’orologio che venne collocato nell’Ottocento e sopra il quale v’è scritto “Il tempo fugge e non ritorna”. L’interno della residenza invece presenta, oltre ad un ampio scalone a due rampe, coperto da volte a botte e cupola, una serie di sale collocate nel primo piano e che si affacciano sul terrazzo balaustrato. Tra le principali sale merita una particolare attenzione il salone Baviera, oggi sede di rappresentanza ma in origine cappella privata della villa. Il salone fu decorato da Vito D’Anna, Gaspare Fumagalli e Francesco Manno, e inoltre possiede un delizioso piccolo portico i cui pilastri facevano parte di un teatrino collocato al Foro Italico.

Sala Baviera e portico

Però, solo per i primi sessant’anni la struttura ebbe una funzione esclusivamente residenziale, in quanto, tra il 1761 e il 1780, per volontà del quinto duca di Sperlinga Francesco Oneto e Monreale, venne in parte trasformata in fabbrica di terracotta e ceramica. A quanto pare, la passione per la ceramica smaltata il duca l’aveva maturata durante gli anni in cui aveva vissuto a Napoli, dopo aver a lungo ammirato la fabbrica impiantata da Carlo III nella reggia di Capodimonte. Nel 1780, esattamente dopo vent’anni, il figlio del quinto duca, Saverio Oneto Gravina, decise di chiudere la fabbrica di famiglia. Così nel 1835, per un breve periodo il palazzo venne ceduto al governo borbonico che lo utilizzò come ricovero per i giovani mendicanti.

E questo fin quando nel 1839 la villa non venne acquistata dal Senato palermitano per ospitare una succursale dell’Albergo delle povere di corso Calatafimi. Di questa nuova destinazione d’uso si fece promotore Francesco Paolo Gravina, ottavo principe di Palagonia, e sindaco filantropo della città. Poi nel 1933 la villa passò allo Stato e al Ministero di Grazia e Giustizia che decise di destinarlo a sede del Centro per la Giustizia minorile. L’auspicio è che, nonostante la delicata e ammirevole funzione che la villa attualmente svolge, in futuro possa essere resa fruibili alla cittadinanza, magari grazie anche a progetti educativi che prevedano l’inclusione e sensibilizzazione culturale degli stessi giovani minorenni che vi sono detenuti.

*Docente e scrittore

Era l’antica residenza dei duchi Oneto di Sperlinga, poi diventata fabbrica di terracotta, ricovero per giovani indigenti e infine istituto penale per minorenni

di Emanuele Drago*

È impensabile immaginare Palermo, facendo esclusivamente ricorso ai quattro mandamenti della città storica. Infatti, dopo l’abbattimento delle mura cinquecentesche si svilupparono a raggiera una serie di rioni, di cui molto spesso ancora oggi chi vi risiede ne disconosce le origini e la storia. Uno di questi quartieri, sviluppatosi nella direttrice nord ovest, è rione Malaspina Palagonia.

Corte interna del carcere Malaspina

Uno dei primi documenti in cui si fa riferimento alla contrada Malaspina è contenuto tra le pergamene del tabulario di San Bartolomeo e risale alla seconda metà del XIV secolo. Se il nome sia riconducibile ad uno dei primi proprietari fondiari che iniziò a edificarvi case, o sia invece piuttosto legato al cronista Saba Malaspina, che al tempo di re Martino scrisse un’opera – Rerum Sicularum Historia – dedicata alla Sicilia, ancora oggi non è dato saperlo con certezza. Da una attenta analisi topografica si evince chiaramente che la contrada, dopo aver avuto inizio da piazza San Francesco, ed essersi dipanata per una stretta e tortuosa viuzza denominata appunto vicolo Malaspina, giungesse in piazza Ottavio Ziino, che era l’ultimo tratto del primo tronco.

Il secondo tronco della via Malaspina, corrispondeva all’attuale via Principe di Palagonia, rientrava in quelli che erano i fondi agricoli degli Oneto duchi di Sperlinga e Palagonia, adiacenti a loro volta ai terreni che possedeva la famiglia Whitaker accanto al canale del torrente Rigano. In origini il quartiere annoverava alcune importanti ville, in primis la villa Valguarnera, in prossimità di piazza Tosti, ma anche le ville Cupane e Lima Mancuso. Tutte quante le ville, nonostante il piano regolatore redatto da Felice Giarrusso lo vietasse, intorno agli anni Cinquanta vennero vendute, espropriate ed abbattute, per far posto a grossi palazzi multipiano che nacquero subito dopo il dopoguerra, molti dei quali divennero sede di assessorati regionali.

Stemma degli Oneto

Per fortuna da quella smania distruttiva e speculativa si salvarono solo la villa Isnello, ubicata in via Monteverdi, e anche il palazzo che è un po’ il simbolo del quartiere Malaspina Palagonia, ovvero la dimora degli Oneto duchi di Sperlinga. Spesso identificato esclusivamente come sede del carcere minorile – citato tra l’altro nel film “Mery per sempre” di Marco Risi col termine “Rosaspina” – la villa meriterebbe una maggiore attenzione sia da un punto di artistico, sia da un punto di vista architettonico. Si tratta di un’amplissima struttura costituita da due corti collegate tra loro tramite un vestibolo, che a sua volta è sormontato da una guardiola che serviva fin dal Settecento a vigilare sulle vie d’accesso.

Ancora oggi sopra la guardiola è possibile ammirare l’orologio che venne collocato nell’Ottocento e sopra il quale v’è scritto “Il tempo fugge e non ritorna”. L’interno della residenza invece presenta, oltre ad un ampio scalone a due rampe, coperto da volte a botte e cupola, una serie di sale collocate nel primo piano e che si affacciano sul terrazzo balaustrato. Tra le principali sale merita una particolare attenzione il salone Baviera, oggi sede di rappresentanza ma in origine cappella privata della villa. Il salone fu decorato da Vito D’Anna, Gaspare Fumagalli e Francesco Manno, e inoltre possiede un delizioso piccolo portico i cui pilastri facevano parte di un teatrino collocato al Foro Italico.

Sala Baviera e portico

Però, solo per i primi sessant’anni la struttura ebbe una funzione esclusivamente residenziale, in quanto, tra il 1761 e il 1780, per volontà del quinto duca di Sperlinga Francesco Oneto e Monreale, venne in parte trasformata in fabbrica di terracotta e ceramica. A quanto pare, la passione per la ceramica smaltata il duca l’aveva maturata durante gli anni in cui aveva vissuto a Napoli, dopo aver a lungo ammirato la fabbrica impiantata da Carlo III nella reggia di Capodimonte. Nel 1780, esattamente dopo vent’anni, il figlio del quinto duca, Saverio Oneto Gravina, decise di chiudere la fabbrica di famiglia. Così nel 1835, per un breve periodo il palazzo venne ceduto al governo borbonico che lo utilizzò come ricovero per i giovani mendicanti.

E questo fin quando nel 1839 la villa non venne acquistata dal Senato palermitano per ospitare una succursale dell’Albergo delle povere di corso Calatafimi. Di questa nuova destinazione d’uso si fece promotore Francesco Paolo Gravina, ottavo principe di Palagonia, e sindaco filantropo della città. Poi nel 1933 la villa passò allo Stato e al Ministero di Grazia e Giustizia che decise di destinarlo a sede del Centro per la Giustizia minorile. L’auspicio è che, nonostante la delicata e ammirevole funzione che la villa attualmente svolge, in futuro possa essere resa fruibili alla cittadinanza, magari grazie anche a progetti educativi che prevedano l’inclusione e sensibilizzazione culturale degli stessi giovani minorenni che vi sono detenuti.

*Docente e scrittore

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Palazzo Butera, viaggio nella “reggia” che diverrà museo

Costruito nel 1692, da semplice casina fu progressivamente trasformato in uno degli edifici monumentali più importanti della città

di Emanuele Drago*

Se c’è a Palermo un palazzo che meglio rappresenta la temperie della città settecentesca, questo è certamente Palazzo Butera. Edificato nel 1692 su un’area in cui si sorgevano una serie di edifici, da semplice casina fu progressivamente trasformato in una sorta di “reggia” cittadina, la cui facciata monumentale si stagliava – fatto assolutamente inedito per la città – sul fronte a mare. Commissionata dal duca Branciforti Girolamo Martini al grande architetto del Barocco palermitano, Giacomo Amato, nel corso degli anni subì varie trasformazioni, complice anche un un drammatico incendio.

Soffitto affrescato

Il momento di massimo splendore del palazzo fu raggiunto nell’ultimo trentennio del Settecento, con il figlio del principe di Butera, quell’Ercole Michele Branciforti e Pignatelli, principe di Pietraperzia, che fu protagonista della vita politica e culturale del tempo. Tra le tante iniziative culturali promosse dal buon Ercole, si ricorda la partenza nel 1784 di una mongolfiera dalle terrazze del Palazzo, esattamente un anno dopo il primo volo pubblico che i fratelli Montgolfier fecero compiere al loro aerostato ad Annonay. In quegli anni Ercole Branciforte, oltre ad ereditare il titolo di principe di Butera, accolse nel suo palazzo uomini di cultura e viaggiatori quali Dominique-Vivant Denon, Jean-Pierre Houel e Friedrich Münter. Grazie ad ulteriori imparentamenti, prima con i Lanza e poi con i Florio, il prestigio di questa antica casata di origine normanna si accrebbe ulteriormente, tant’è che non vi fu sovrano o illustre personalità in visita a Palermo che non facesse visita al palazzo e non si affacciasse dalla sontuosa terrazza che dava sul mare.

Gli anni passarono e dopo alterne vicende, esattamente nel 1982, gli ultimi proprietari ripresero in gestione il palazzo, che venne utilizzato come sede di fiere d’antiquariato, convegni, concerti e ricevimenti. E questo fino al 2016, ovvero fino al giorno in cui la piccola “reggia” di Palermo è entrata a far parte delle mire dell’imprenditore e collezionista lombardo Massimo Valsecchi, il quale, insieme alla moglie Francesca, l’ha acquistato per dodici milioni di euro (si disse con proventi ricavati dalla vendita di un solo Richter) col preciso scopo di trasformarlo in polo museale dentro cui verrà esposta la sua importante collezione d’arte.

Sala neogotica

Eppure, prima ancora di farsi abbagliare da questo progetto, Valsecchi sembra avrebbe voluto donare parte della sua collezione al Getty Museum di Los Angeles. Poi però vi fu l’incontro con Palermo e il palazzo Butera, e nacque così l’idea di realizzarvi un grande polo museale dove esporre la propria personale raccolta. La collezione avrà come obiettivo quello di mettere insieme, in una specie di esperimento inedito, i vertici della produzione artistica di diverse epoche storiche e di varie culture. Si tratterà di una collezione di grande livello – non a caso una prestigiosa rivista internazionale, prima che fosse destinata a Palermo, la definì come la grande collezione privata che Londra avrebbe dovuto conoscere – in cui, in mezzo a notevoli artisti come Annibale Carracci, Andy Warhol, Gerhard Richter e Gilbert & George, si aggiungeranno anche numerosi reperti di arte antica e maioliche.

Ora, in attesa di poterla finalmente apprezzare dal vivo, non resta che godere del magnifico palazzo. Si tratta di ben settemila metri quadrati affacciati sul Foro Italico e i cui luoghi sono così distinti: un piano dedicato alle mostre, un piano dedicato alla collezione e un piano dedicato alle residenze. Tra le stanze che lasciano senza fiato vi è indubbiamente la sala neogotica, primo chiaro esempio dell’integrazione che all’interno del palazzo è stata realizzata tra antico e contemporaneo. Per la stanza due artisti francesi contemporanei, Anne e Patrick Poirier, hanno disegnato un tappeto realizzato in Nepal e una serie di specchi colorati, eseguiti sul modello delle vetrate delle cattedrali francesi. Le iscrizioni, in greco e in latino, rimandavano alle varie stratificazione culturali che stanno alla base del Dna del capoluogo siciliano.

Fallen Fruit, “Theatre of the Sun”

Ma il palazzo ha lasciato dei significativi ricordi anche quando, in pieno cantiere aperto, ha ospitato, durante la Biennale di Arte contemporanea, Manifesta 12, delle suggestive istallazioni. Tra le diverse sarà difficile dimenticare la bellissima installazione all’interno del progetto “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza” e realizzata dall’artista Fallen Fruit: una suggestiva carta da parati in cui dei grovigli psichedelici di rami e foglie si muovevano su una tinta sfumata invadendo ogni parete. Davvero un angolo suggestivo.

Usciti nel grande terrazzo da cui passarono i più importanti sovrani d’Europa, si ci può sporgere oltre l’inferriata, in quella che è ricordata come l’antica passeggiata delle Cattive. Infine, un’altra scoperta è possibile fare visitando i magazzini del piano terra; qui infatti, fin dagli anni Cinquanta, prima che venisse trasferita nel vano dello scalone del Palazzo dei Normanni, si trovava la carrozza d’oro. Un reperto di storia materiale che venne utilizzato dal registra francese Jean Renoir nell’omonimo film, appunto la “Carrozza d’oro”, in cui tra l’altro recitò la straordinaria Anna Magnani. A dimostrazione, per chi ancora nutrisse qualche dubbio, che le storie di Palermo non sono solo fortemente stratificate, ma anche fortemente correlate.

*Docente e scrittore

Costruito nel 1692, da semplice casina fu progressivamente trasformato in uno degli edifici monumentali più importanti della città

di Emanuele Drago*

Se c’è a Palermo un palazzo che meglio rappresenta la temperie della città settecentesca, questo è certamente Palazzo Butera. Edificato nel 1692 su un’area in cui si sorgevano una serie di edifici, da semplice casina fu progressivamente trasformato in una sorta di “reggia” cittadina, la cui facciata monumentale si stagliava – fatto assolutamente inedito per la città – sul fronte a mare. Commissionata dal duca Branciforti Girolamo Martini al grande architetto del Barocco palermitano, Giacomo Amato, nel corso degli anni subì varie trasformazioni, complice anche un un drammatico incendio.

Soffitto affrescato

Il momento di massimo splendore del palazzo fu raggiunto nell’ultimo trentennio del Settecento, con il figlio del principe di Butera, quell’Ercole Michele Branciforti e Pignatelli, principe di Pietraperzia, che fu protagonista della vita politica e culturale del tempo. Tra le tante iniziative culturali promosse dal buon Ercole, si ricorda la partenza nel 1784 di una mongolfiera dalle terrazze del Palazzo, esattamente un anno dopo il primo volo pubblico che i fratelli Montgolfier fecero compiere al loro aerostato ad Annonay. In quegli anni Ercole Branciforte, oltre ad ereditare il titolo di principe di Butera, accolse nel suo palazzo uomini di cultura e viaggiatori quali Dominique-Vivant Denon, Jean-Pierre Houel e Friedrich Münter. Grazie ad ulteriori imparentamenti, prima con i Lanza e poi con i Florio, il prestigio di questa antica casata di origine normanna si accrebbe ulteriormente, tant’è che non vi fu sovrano o illustre personalità in visita a Palermo che non facesse visita al palazzo e non si affacciasse dalla sontuosa terrazza che dava sul mare.

Gli anni passarono e dopo alterne vicende, esattamente nel 1982, gli ultimi proprietari ripresero in gestione il palazzo, che venne utilizzato come sede di fiere d’antiquariato, convegni, concerti e ricevimenti. E questo fino al 2016, ovvero fino al giorno in cui la piccola “reggia” di Palermo è entrata a far parte delle mire dell’imprenditore e collezionista lombardo Massimo Valsecchi, il quale, insieme alla moglie Francesca, l’ha acquistato per dodici milioni di euro (si disse con proventi ricavati dalla vendita di un solo Richter) col preciso scopo di trasformarlo in polo museale dentro cui verrà esposta la sua importante collezione d’arte.

Sala neogotica

Eppure, prima ancora di farsi abbagliare da questo progetto, Valsecchi sembra avrebbe voluto donare parte della sua collezione al Getty Museum di Los Angeles. Poi però vi fu l’incontro con Palermo e il palazzo Butera, e nacque così l’idea di realizzarvi un grande polo museale dove esporre la propria personale raccolta. La collezione avrà come obiettivo quello di mettere insieme, in una specie di esperimento inedito, i vertici della produzione artistica di diverse epoche storiche e di varie culture. Si tratterà di una collezione di grande livello – non a caso una prestigiosa rivista internazionale, prima che fosse destinata a Palermo, la definì come la grande collezione privata che Londra avrebbe dovuto conoscere – in cui, in mezzo a notevoli artisti come Annibale Carracci, Andy Warhol, Gerhard Richter e Gilbert & George, si aggiungeranno anche numerosi reperti di arte antica e maioliche.

Ora, in attesa di poterla finalmente apprezzare dal vivo, non resta che godere del magnifico palazzo. Si tratta di ben settemila metri quadrati affacciati sul Foro Italico e i cui luoghi sono così distinti: un piano dedicato alle mostre, un piano dedicato alla collezione e un piano dedicato alle residenze. Tra le stanze che lasciano senza fiato vi è indubbiamente la sala neogotica, primo chiaro esempio dell’integrazione che all’interno del palazzo è stata realizzata tra antico e contemporaneo. Per la stanza due artisti francesi contemporanei, Anne e Patrick Poirier, hanno disegnato un tappeto realizzato in Nepal e una serie di specchi colorati, eseguiti sul modello delle vetrate delle cattedrali francesi. Le iscrizioni, in greco e in latino, rimandavano alle varie stratificazione culturali che stanno alla base del Dna del capoluogo siciliano.

Fallen Fruit, Theatre of the Sun

Ma il palazzo ha lasciato dei significativi ricordi anche quando, in pieno cantiere aperto, ha ospitato, durante la Biennale di Arte contemporanea, Manifesta 12, delle suggestive istallazioni. Tra le diverse sarà difficile dimenticare la bellissima installazione all’interno del progetto “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza” e realizzata dall’artista Fallen Fruit: una suggestiva carta da parati in cui dei grovigli psichedelici di rami e foglie si muovevano su una tinta sfumata invadendo ogni parete. Davvero un angolo suggestivo.

Usciti nel grande terrazzo da cui passarono i più importanti sovrani d’Europa, si ci può sporgere oltre l’inferriata, in quella che è ricordata come l’antica passeggiata delle Cattive. Infine, un’altra scoperta è possibile fare visitando i magazzini del piano terra; qui infatti, fin dagli anni Cinquanta, prima che venisse trasferita nel vano dello scalone del Palazzo dei Normanni, si trovava la carrozza d’oro. Un reperto di storia materiale che venne utilizzato dal registra francese Jean Renoir nell’omonimo film, appunto la “Carrozza d’oro”, in cui tra l’altro recitò la straordinaria Anna Magnani. A dimostrazione, per chi ancora nutrisse qualche dubbio, che le storie di Palermo non sono solo fortemente stratificate, ma anche fortemente correlate.

*Docente e scrittore

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Arriva una nuova primavera per lo Stand Florio

Dopo un restauro durato quasi due anni, lo storico padiglione progettato da Ernesto Basile, è pronto ad essere aperto alla città

di Emanuele Drago *

La speculazione edilizia dell’Italia post-bellica ha prodotto diversi scempi, sottraendo alla comunità intera dei veri e propri gioielli architettonici. Uno di questi era una villa che si trovava a Roma e che era stata progettata dal grande Ernesto Basile. Stiamo parlando di Villa Villegas Tapazzi, ubicata fino agli anni Cinquanta in via Parioli, nel quartiere Pincio.

Villa Villegas Tapazzi

Quando a Palermo nei primi giorni di dicembre del ’59 venne smontata in piazza Crispi, Villa Deleilla, i palermitani rimasero a braccia conserte. Fu solo qualche tempo dopo, quando il danno era ormai compiuto, che compresero la gravità di quella demolizione. Tant’è che la scomparsa villa da quel momento in poi, divenne il simbolo del grande sacco edilizio che fu perpetrato a danno della città un tempo “felicissima”.

Eppure, se solo avessero voluto, le istituzioni e la cittadinanza avrebbero potuto in parte risarcire l’illustre architetto, non solo di molti scempi che erano stati attuati a Palermo, ma anche dello scempio romano di Villa Villagas. E infatti quale edificio se non lo Stand Florio avrebbe meglio ricordato la villa un tempo ubicata ai Parioli e che nel 1887 era stata realizzata per volontà del pittore sivigliano Josè Villaga y Cordero?

Stand Florio

Proprio lo Stand Florio, l’edificio stilisticamente più affine alla basiliana Villa Villegas, ma anche al complesso neomoresco che venne realizzato, per poi essere smontato, vicino a piazza Castelnuovo, come ingresso della grande esposizione del 1998. Eppure, quando l’esposizione terminò e Villa Villegas scomparve sotto l’azione demolitrice delle ruspe, lo stand era ancora lì, con il suo particolarissimo stile a pianta ottagonale, con la cupola rossa, con gli originali abbellimenti in ferro, col suo il chiostro moresco che richiama l’architettura araba, ma anche gli edifici andalusi, in primis alcuni particolari dell’Alhambra cordovana.

Ma l’insensibilità culturale, unita alla rovinosa china a cui venne abbandonata la costa sud di Palermo, fecero sì che lo stand fosse preda dell’incuria e dell’abbandono. C’era però ancora una schiera di malinconici nostalgici che non riusciva a dimenticare le serate danzanti a cui, dentro il rinomato Kursaal, accanto alla borghesia più in vista della città, un tempo aveva partecipato. Utilizzato a lungo per gare di tiro al piccione – tant’è che veniva anche denominata la Tavernetta del Tiro – oltre che di sport acquatici, durante la guerra svolse anche la funzione di magazzino per le truppe, al termine della quale venne acquisito dal vicino ospedale Buccheri La Ferla per farne un solarium. Poi, dopo un parziale restauro avvenuto nel 1985, un nuovo abbandono.

Lo Stand Florio sul lato mare

Ma quando tutto sembrava perduto, ecco riaffiorare una nuova luce in fondo al tunnel. E non solo per la nuova temperie culturale che negli ultimi anni sembra aver ridestato la città, ma grazie anche al coraggio ed alla lungimiranza dell’architetto Giuseppe Vajana e del fratello Fabio Vajana, amministratore della Servizitalia. Quest’ultima società si è aggiudicata, mediante bando pubblico – dopo aver presentato un progetto alla Soprintendenza – per i prossimi 50 anni la gestione e la valorizzazione di una area di 4mila metri quadrati, che è stata sistemata con fondi interamente privati. Oggi lo spazio e la struttura, dopo un restauro durato quasi due anni, sono pronti a rifiorire e il prossimo 21 marzo verrà finalmente inaugurata e resa fruibile all’intera cittadinanza. Anche la data scelta per l’inaugurazione non è affatto casuale. Il messaggio è chiaro: che sia l’inizio di una nuova e definitiva primavera per la splendida, ma martoriata costa sud di Palermo.

*Docente e scrittore

Dopo un restauro durato quasi due anni, lo storico padiglione progettato da Ernesto Basile, è pronto ad essere aperto alla città

di Emanuele Drago *

La speculazione edilizia dell’Italia post-bellica ha prodotto diversi scempi, sottraendo alla comunità intera dei veri e propri gioielli architettonici. Uno di questi era una villa che si trovava a Roma e che era stata progettata dal grande Ernesto Basile. Stiamo parlando di Villa Villegas Tapazzi, ubicata fino agli anni Cinquanta in via Parioli, nel quartiere Pincio.

Quando a Palermo nei primi giorni di dicembre del ’59 venne smontata in piazza Crispi, Villa Deleilla, i palermitani rimasero a braccia conserte. Fu solo qualche tempo dopo, quando il danno era ormai compiuto, che compresero la gravità di quella demolizione. Tant’è che la scomparsa villa da quel momento in poi, divenne il simbolo del grande sacco edilizio che fu perpetrato a danno della città un tempo “felicissima”.

Eppure, se solo avessero voluto, le istituzioni e la cittadinanza avrebbero potuto in parte risarcire l’illustre architetto, non solo di molti scempi che erano stati attuati a Palermo, ma anche dello scempio romano di Villa Villagas. E infatti quale edificio se non lo Stand Florio avrebbe meglio ricordato la villa un tempo ubicata ai Parioli e che nel 1887 era stata realizzata per volontà del pittore sivigliano Josè Villaga y Cordero?

Stand Florio

Proprio lo Stand Florio, l’edificio stilisticamente più affine alla basiliana Villa Villegas, ma anche al complesso neomoresco che venne realizzato, per poi essere smontato, vicino a piazza Castelnuovo, come ingresso della grande esposizione del 1998. Eppure, quando l’esposizione terminò e Villa Villegas scomparve sotto l’azione demolitrice delle ruspe, lo stand era ancora lì, con il suo particolarissimo stile a pianta ottagonale, con la cupola rossa, con gli originali abbellimenti in ferro, col suo il chiostro moresco che richiama l’architettura araba, ma anche gli edifici andalusi, in primis alcuni particolari dell’Alhambra cordovana.

Ma l’insensibilità culturale, unita alla rovinosa china a cui venne abbandonata la costa sud di Palermo, fecero sì che lo stand fosse preda dell’incuria e dell’abbandono. C’era però ancora una schiera di malinconici nostalgici che non riusciva a dimenticare le serate danzanti a cui, dentro il rinomato Kursaal, accanto alla borghesia più in vista della città, un tempo aveva partecipato. Utilizzato a lungo per gare di tiro al piccione – tant’è che veniva anche denominata la Tavernetta del Tiro – oltre che di sport acquatici, durante la guerra svolse anche la funzione di magazzino per le truppe, al termine della quale venne acquisito dal vicino ospedale Buccheri La Ferla per farne un solarium. Poi, dopo un parziale restauro avvenuto nel 1985, un nuovo abbandono.

Lo Stand Florio sul lato mare

Ma quando tutto sembrava perduto, ecco riaffiorare una nuova luce in fondo al tunnel. E non solo per la nuova temperie culturale che negli ultimi anni sembra aver ridestato la città, ma grazie anche al coraggio ed alla lungimiranza dell’architetto Giuseppe Vajana e del fratello Fabio Vajana, amministratore della Servizitalia. Quest’ultima società si è aggiudicata, mediante bando pubblico – dopo aver presentato un progetto alla Soprintendenza – per i prossimi 50 anni la gestione e la valorizzazione di una area di 4mila metri quadrati, che è stata sistemata con fondi interamente privati. Oggi lo spazio e la struttura, dopo un restauro durato quasi due anni, sono pronti a rifiorire e il prossimo 21 marzo verrà finalmente inaugurata e resa fruibile all’intera cittadinanza. Anche la data scelta per l’inaugurazione non è affatto casuale. Il messaggio è chiaro: che sia l’inizio di una nuova e definitiva primavera per la splendida, ma martoriata costa sud di Palermo.

*Docente e scrittore

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I primi caffè letterari della storia parlano siciliano

Due personaggi legati a Palermo, un gelatiere e un oste, hanno dato vita a locali in cui si discuteva di arte e scienza, mangiando tra i libri

di Emanuele Drago*

Nell’archivio della chiesa di San Ippolito al Capo, nel centro storico di Palermo, alcuni anni fa venne ritrovata la registrazione del documento di battesimo di un personaggio la cui vicenda, solo di recente, è stata rivalutata dalla città. Forse anche in concomitanza con Sherbeth, il festival internazionale del gelato artigianale che ormai da tre anni si svolge in autunno in città.

Francesco Procopio Cutò

Il personaggio di cui stiamo parlando è Francesco Procopio Cutò, figlio di Onofrio Cutò e Domenica Semarqua, che nacque nel quartiere del Capo il 9 febbraio del 1651 e che, utilizzando una macchina brevettata dal nonno, trasformò il “sherbet” – bevanda leggermente gelata a base di acqua, frutta e dolcificanti, inventata dagli arabi proprio in Sicilia – in un dolce freddo da mangiarsi col cucchiaio. Da ulteriori approfondite ricerche è stato appurato che Procopio Francesco Cutò, all’età di vent’anni, fosse poi emigrato in Francia, luogo in cui cominciò a lavorare come cameriere in uno dei primi caffè parigini, di proprietà di un armeno di nome Pascal.

E ciò fin quando, esattamente nel 1686, non riuscì a inaugurare, vicino alla chiesa di St-Germain-des Prés quello che sarebbe diventato il primo caffè letterario del mondo: il Cafè Glacier Le Procope. Fu così che Procopio portò la tradizione del gelato a freddo – che nasceva nelle neviere dei monti siciliani – nel paese d’Oltralpe. E proprio in virtù di ciò, oggi può essere considerato il primo ambasciatore al mondo del gelato di tradizione siciliana.

Non distante dalla chiesa in cui venne battezzato, sul luogo in cui sorgeva un altro edificio di culto distrutto durante il 1943 (la chiesa dei Gerolomitani) il 26 marzo del 2017 – nel giorno della Giornata europea del gelato artigianale – gli è stata intitolata una piazza. Ed è significativo che la memoria di Procopio ritorni proprio nello stesso momento in cui questo martoriato luogo, per anni circondato da uno squallido muro di contenimento, sia rinato grazie alla realizzazione del nuovissimo complesso Quaroni.

Cafè Le Procope a Parigi

Per comprendere la fama che raggiunse questo illustre palermitano, basterebbe almeno una volta recarsi a Parigi, e sedersi tra i tavoli di quello che è ormai considerato una sorta di monumento nazionale; appunto, il Cafè Le Procope. Eppure, un tempo, tra tavoli di marmo, poltrone di pelle, lampadari di cristallo e numerosi ritratti posti su pareti, si potevano gustare gelati di frutta, granite e sorbetti dai nomi suggestivi.

Ora, per una sorta di risarcimento storico, circa un secolo dopo la dipartita di Procopio, la nostra città accolse un forestiero che divenne l’antesignano del caffè letterario: il suo nome era Gian Maria Bassanelli. Giunto a Palermo dalla lontana Como, il Bassanelli sembra che avesse impiantato in via dei Cassari, vicino alla chiesa della Madonna del Lume, una taverna conosciuta poi come a Taverna di li Casciàri. Un luogo in cui il noto oste lombardo accoglieva occasionali avventori, intellettuali e uomini d’ingegno, i quali oltre a nutrirsi di varie prelibatezze, discorrevano di arte, scienza e filosofia, circondati dai numerosi libri che abbellivano gli scaffali dell’osteria.

Una stampa che raffigura Gian Maria Bassanelli

Purtroppo di quella taverna che sembrò anticipare il caffè letterario dei fratelli Verri, oggi non rimane più nulla, neppure una targa celebrativa. Così come non rimane più nulla della chiesa che fino al 1860 accolse le spoglie dell’illustre comasco (chiesa di San Giacomo la Marina). Recentemente la stessa sorte sembra sia toccata a un illustre bar ubicato in via Magliocco, un luogo in cui il grande Tomasi concepì gran parte del suo capolavoro letterario quale fu appunto Il Gattopardo. Speriamo che Palermo faccia presto ammenda delle proprie mancanze storiche e dei propri involontari oblii. In fondo basterebbe poco per rianimare e trasformare questi luoghi in locali di tendenza. Magari facendovi sorgere spazi ed angoli in cui le statue in bronzo di Procopio Coltelli, Gian Maria Bassanelli e Giuseppe Tomasi di Lampedusa facciano compagnia a turisti e non, mentre leggono, bevono una bibita o sorseggiano un caffè.

*Docente e scrittore

Due personaggi legati a Palermo, un gelatiere e un oste, hanno dato vita a locali in cui si discuteva di arte e scienza, mangiando tra i libri

di Emanuele Drago*

Nell’archivio della chiesa di San Ippolito al Capo, nel centro storico di Palermo, alcuni anni fa venne ritrovata la registrazione del documento di battesimo di un personaggio la cui vicenda, solo di recente, è stata rivalutata dalla città. Forse anche in concomitanza con Sherbeth, il festival internazionale del gelato artigianale che ormai da tre anni si svolge in autunno in città.

Francesco Procopio Cutò

Il personaggio di cui stiamo parlando è Francesco Procopio Cutò, figlio di Onofrio Cutò e Domenica Semarqua, che nacque nel quartiere del Capo il 9 febbraio del 1651 e che, utilizzando una macchina brevettata dal nonno, trasformò il “sherbet” – bevanda leggermente gelata a base di acqua, frutta e dolcificanti, inventata dagli arabi proprio in Sicilia – in un dolce freddo da mangiarsi col cucchiaio. Da ulteriori approfondite ricerche è stato appurato che Procopio Francesco Cutò, all’età di vent’anni, fosse poi emigrato in Francia, luogo in cui cominciò a lavorare come cameriere in uno dei primi caffè parigini, di proprietà di un armeno di nome Pascal.

E ciò fin quando, esattamente nel 1686, non riuscì a inaugurare, vicino alla chiesa di St-Germain-des Prés quello che sarebbe diventato il primo caffè letterario del mondo: il Cafè Glacier Le Procope. Fu così che Procopio portò la tradizione del gelato a freddo – che nasceva nelle neviere dei monti siciliani – nel paese d’Oltralpe. E proprio in virtù di ciò, oggi può essere considerato il primo ambasciatore al mondo del gelato di tradizione siciliana.

Cafè Le Procope a Parigi

Non distante dalla chiesa in cui venne battezzato, sul luogo in cui sorgeva un altro edificio di culto distrutto durante il 1943 (la chiesa dei Gerolomitani) il 26 marzo del 2017 – nel giorno della Giornata europea del gelato artigianale – gli è stata intitolata una piazza. Ed è significativo che la memoria di Procopio ritorni proprio nello stesso momento in cui questo martoriato luogo, per anni circondato da uno squallido muro di contenimento, sia rinato grazie alla realizzazione del nuovissimo complesso Quaroni.

Per comprendere la fama che raggiunse questo illustre palermitano, basterebbe almeno una volta recarsi a Parigi, e sedersi tra i tavoli di quello che è ormai considerato una sorta di monumento nazionale; appunto, il Cafè Le Procope. Eppure, un tempo, tra tavoli di marmo, poltrone di pelle, lampadari di cristallo e numerosi ritratti posti su pareti, si potevano gustare gelati di frutta, granite e sorbetti dai nomi suggestivi.

Una stampa che raffigura Gian Maria Bassanelli

Ora, per una sorta di risarcimento storico, circa un secolo dopo la dipartita di Procopio, la nostra città accolse un forestiero che divenne l’antesignano del caffè letterario: il suo nome era Gian Maria Bassanelli. Giunto a Palermo dalla lontana Como, il Bassanelli sembra che avesse impiantato in via dei Cassari, vicino alla chiesa della Madonna del Lume, una taverna conosciuta poi come a Taverna di li Casciàri. Un luogo in cui il noto oste lombardo accoglieva occasionali avventori, intellettuali e uomini d’ingegno, i quali oltre a nutrirsi di varie prelibatezze, discorrevano di arte, scienza e filosofia, circondati dai numerosi libri che abbellivano gli scaffali dell’osteria.

Purtroppo di quella taverna che sembrò anticipare il caffè letterario dei fratelli Verri, oggi non rimane più nulla, neppure una targa celebrativa. Così come non rimane più nulla della chiesa che fino al 1860 accolse le spoglie dell’illustre comasco (chiesa di San Giacomo la Marina). Recentemente la stessa sorte sembra sia toccata a un illustre bar ubicato in via Magliocco, un luogo in cui il grande Tomasi concepì gran parte del suo capolavoro letterario quale fu appunto Il Gattopardo. Speriamo che Palermo faccia presto ammenda delle proprie mancanze storiche e dei propri involontari oblii. In fondo basterebbe poco per rianimare e trasformare questi luoghi in locali di tendenza. Magari facendovi sorgere spazi ed angoli in cui le statue in bronzo di Procopio Coltelli, Gian Maria Bassanelli e Giuseppe Tomasi di Lampedusa facciano compagnia a turisti e non, mentre leggono, bevono una bibita o sorseggiano un caffè.

*Docente e scrittore

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Il Gattopardo e l’ultimo sguardo su Palermo

L’elegante palazzo in via Butera fu la residenza di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e conserva ancora preziosi cimeli legati allo scrittore

di Emanuele Drago*

C’è un palazzo a Palermo dalla particolarissima facciata color ocra, le cui dieci aperture si spalancano sul lungomare. È un edificio imponente, la cui maestosità è tuttavia messa un po’ in ombra dalla quella dell’adiacente palazzo Butera Valsecchi. Parliamo di Palazzo Lanza Tomasi, l’ultima residenza che, all’indomani della Seconda Guerra mondiale, venne acquistata e in cui abitò lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il luogo che avrebbe dovuto far dimenticare l’ormai distrutta casa natia, ubicata nella non distante via Lampedusa.

Sala da pranzo

Il palazzo, edificato tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento sulle casematte militari retrostanti le mura cinquecentesche della città, per un periodo era stato anche adibito dai padri teatini a collegio imperiale per l’educazione dei nobili. Poi nel 1768 il collegio fu chiuso e la dimora venne acquistata da Giuseppe Amato, principe di Galati. Ma il definitivo passaggio di proprietà avvenne novant’anni dopo, quando appunto fu acquistato dal principe Giulio Fabrizio di Lampedusa, astronomo dilettante, con l’indennizzo versatogli dalla corona per l’espropriazione dell’isola di Lampedusa.

E fu proprio lui il personaggio a cui si ispirerà il pronipote, appunto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, per dar vita alla figura del principe di Salina, il protagonista del suo celebre romanzo “Il Gattopardo”. Chi ha avuto il privilegio di visitare il palazzo – oggi residenza del musicologo Giacchino Lanza Tomasi e della consorte – non può che esserne rimasto stupito. E non tanto per bellezze che custodisce – che pure ci sono e sono tante – ma soprattutto per quell’atmosfera letteraria che si respira e trasuda da ogni angolo. A partire già dall’ingresso, luogo in cui, nel ballatoio in fondo alla scala è possibile ammirare il quadro in cui è ritratta suor Maria Crocifissa, la beata Colbera più volte citata da Giuseppe Tomasi e che fu anche al centro di visioni ed estasi. In una di queste sembra fosse stata tentata dal demonio a tal punto da scrivere sotto dettatura una lettera in una lingua indecifrabile che è ancora oggi al centro di numerosi studi.

La biblioteca dello scrittore

Poi dal ballatoio è possibile salire ai piani superiori per mezzo di una elegante scala in marmo che un tempo si trovava nel convento delle Stimmate. A quanto pare, dopo l’abbattimento del convento, a seguito della costruzione del Teatro Massimo, lo scalone venne acquistato e riutilizzato per abbellire il palazzo. Il piano nobile dell’edificio costituisce per gran parte la casa museo dello scrittore. In esso si trova la biblioteca storica di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, rimasta intatta dall’epoca della sua morte. Dentro le teche di vetro è possibile ammirare il manoscritto completo del Gattopardo – contenente tra l’altro una pagina che non comparve nella pubblicazione – il dattiloscritto, i manoscritti delle lezioni di Letteratura francese e inglese e dei racconti, oltre alla prima stesura dello uno straordinario racconto dal titolo “La Sirena”.

Uno dei saloni

Certamente il fascino del palazzo è anche legato al grande terrazzo che si propende sulle Mura delle Cattive, e che dà sulla grande villa a mare dedicata allo stesso Tomasi. Da questo terrazzo molto della città appare più chiaro. Ad esempio, perché Goethe, che era alloggiato non distante, nel vicino Hotel Benso, avesse definito il monte Pellegrino come il più bel promontorio del mondo. Ed appare altrettanto chiaro l’intento catartico che volle dargli lo stesso Tomasi, quando decise di ambientare la morte del principe di Salina nell’adiacente Hotel Trinacria. Perché fu proprio da questa affascinante prospettiva che il principe si spense, di ritorno dal suo viaggio da Napoli. Era un lunedì di fine luglio e, intorno a mezzogiorno, morì, mentre un mare oleoso e inerte si era reso come invisibile.

*Docente e scrittore

L’elegante palazzo in via Butera fu la residenza di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e conserva ancora preziosi cimeli legati allo scrittore

di Emanuele Drago*

C’è un palazzo a Palermo dalla particolarissima facciata color ocra, le cui dieci aperture si spalancano sul lungomare. È un edificio imponente, la cui maestosità è tuttavia messa un po’ in ombra dalla quella dell’adiacente palazzo Butera Valsecchi. Parliamo di Palazzo Lanza Tomasi, l’ultima residenza che, all’indomani della Seconda Guerra mondiale, venne acquistata e in cui abitò lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il luogo che avrebbe dovuto far dimenticare l’ormai distrutta casa natia, ubicata nella non distante via Lampedusa.

Sala da pranzo

Il palazzo, edificato tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento sulle casematte militari retrostanti le mura cinquecentesche della città, per un periodo era stato anche adibito dai padri teatini a collegio imperiale per l’educazione dei nobili. Poi nel 1768 il collegio fu chiuso e la dimora venne acquistata da Giuseppe Amato, principe di Galati. Ma il definitivo passaggio di proprietà avvenne novant’anni dopo, quando appunto fu acquistato dal principe Giulio Fabrizio di Lampedusa, astronomo dilettante, con l’indennizzo versatogli dalla corona per l’espropriazione dell’isola di Lampedusa.

E fu proprio lui il personaggio a cui si ispirerà il pronipote, appunto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, per dar vita alla figura del principe di Salina, il protagonista del suo celebre romanzo “Il Gattopardo”. Chi ha avuto il privilegio di visitare il palazzo – oggi residenza del musicologo Giacchino Lanza Tomasi e della consorte – non può che esserne rimasto stupito. E non tanto per bellezze che custodisce – che pure ci sono e sono tante – ma soprattutto per quell’atmosfera letteraria che si respira e trasuda da ogni angolo. A partire già dall’ingresso, luogo in cui, nel ballatoio in fondo alla scala è possibile ammirare il quadro in cui è ritratta suor Maria Crocifissa, la beata Colbera più volte citata da Giuseppe Tomasi e che fu anche al centro di visioni ed estasi. In una di queste sembra fosse stata tentata dal demonio a tal punto da scrivere sotto dettatura una lettera in una lingua indecifrabile che è ancora oggi al centro di numerosi studi.

La biblioteca dello scrittore

Poi dal ballatoio è possibile salire ai piani superiori per mezzo di una elegante scala in marmo che un tempo si trovava nel convento delle Stimmate. A quanto pare, dopo l’abbattimento del convento, a seguito della costruzione del Teatro Massimo, lo scalone venne acquistato e riutilizzato per abbellire il palazzo. Il piano nobile dell’edificio costituisce per gran parte la casa museo dello scrittore. In esso si trova la biblioteca storica di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, rimasta intatta dall’epoca della sua morte. Dentro le teche di vetro è possibile ammirare il manoscritto completo del Gattopardo – contenente tra l’altro una pagina che non comparve nella pubblicazione – il dattiloscritto, i manoscritti delle lezioni di Letteratura francese e inglese e dei racconti, oltre alla prima stesura dello uno straordinario racconto dal titolo “La Sirena”.

Uno dei saloni

Certamente il fascino del palazzo è anche legato al grande terrazzo che si propende sulle Mura delle Cattive, e che dà sulla grande villa a mare dedicata allo stesso Tomasi. Da questo terrazzo molto della città appare più chiaro. Ad esempio, perché Goethe, che era alloggiato non distante, nel vicino Hotel Benso, avesse definito il monte Pellegrino come il più bel promontorio del mondo. Ed appare altrettanto chiaro l’intento catartico che volle dargli lo stesso Tomasi, quando decise di ambientare la morte del principe di Salina nell’adiacente Hotel Trinacria. Perché fu proprio da questa affascinante prospettiva che il principe si spense, di ritorno dal suo viaggio da Napoli. Era un lunedì di fine luglio e, intorno a mezzogiorno, morì, mentre un mare oleoso e inerte si era reso come invisibile.

*Docente e scrittore

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C’è un’altra Palermo nascosta sotto i nostri piedi

Il sottosuolo della città è ricco di testimonianze storiche, basta un semplice scavo per far riaffiorare le tante stratificazioni del tessuto urbano

di Emanuele Drago*

Spesso sentiamo favoleggiare di una Palermo sotterranea, di luoghi sconosciuti e ormai inarrivabili; tanto che, se qualcuno dovesse chiederci delle notizie più precise e dettagliate sui luoghi attualmente visitabili, scopriremmo che questo elenco è davvero scarno.

Tuttavia, che non si tratti di favole di romanzieri ce ne rendiamo conto non appena, per pura casualità, l’asfalto che ci separa dal sottosuolo viene eliminato. Insomma, basta un cantiere, o un improvviso squarciò sulla strada, per far riaffiorare le tante stratificazioni storiche che hanno interessato l’originario tessuto urbanistico della città punico romana prima, e cinquecentesca dopo.

Tombe islamiche in via Torremuzza

A comprovare la grande potenzialità archeologica, nonché la “voragine” delle conoscenze che sono ancora seppellite nel sottosuolo palermitano, sono tre diverse scoperte fatte recentemente a Palermo. L’ultima in ordine di tempo è avvenuta lo scorso novembre davanti al settecentesco palazzo che fu abitato dall’erudito principe di Torremuzza, vicino a piazza Kalsa. Durante la posa della fibra ottica, sotto il calpestio della strada, sono stati scoperti i resti di una tomba. Quasi a comprovare l’esistenza, sotto la grande piazza Kalsa, di una necropoli risalente al periodo della dominazione araba. E d’altronde Palermo non è nuova a scoperte del genere, che anzi in questi ultimi anni si sono intensificate.

Infatti, nell’arco di cinque anni – tra il 2013 e il 2017 – in tre diverse zone della città sono stati fatti altrettanti ritrovamenti di notevole importanza. Il primo è avvenuta all’inizio del dicembre del 2017, in via Guardione. Lì, infatti, nel sottosuolo, durante i lavori legati all’ammodernamento della rete idrica, sono emerse delle strutture islamiche e ben trenta tombe risalenti al periodo medievale.

Ponte delle Teste Mozze

La seconda scoperta è invece avvenuta appena un anno prima, in via Venere, ed ha riguardato il ritrovamento di tombe di età preistorica risalenti all’età del Rame, ovvero intorno al terzo millennio avanti Cristo. Infine, l’ultima scoperta è avvenuta in seguito alla realizzazione della rete tranviaria, in corso dei Mille. In quella circostanza, vicino al Ponte delle Teste mozze – che in seguito ai lavori è stato sostituito dal grande ponte bimodale – sono state rinvenute dodici tombe del periodo arabo-normanno. Ma chissà quante altre sono ancora nascoste in prossimità del fiume Oreto; o poste in fosse comuni; magari insieme ai corpi di altre anime e teste “decollate” che a suo tempo non trovarono spazio dentro l’omonima chiesa. Una cosa è certa: c’è ancora tanta Palermo da scoprire sotto i nostri passi.

*Docente e scrittore

Il sottosuolo della città è ricco di testimonianze storiche, basta un semplice scavo per far riaffiorare le tante stratificazioni del tessuto urbano

di Emanuele Drago*

Spesso sentiamo favoleggiare di una Palermo sotterranea, di luoghi sconosciuti e ormai inarrivabili; tanto che, se qualcuno dovesse chiederci delle notizie più precise e dettagliate sui luoghi attualmente visitabili, scopriremmo che questo elenco è davvero scarno.

Tuttavia, che non si tratti di favole di romanzieri ce ne rendiamo conto non appena, per pura casualità, l’asfalto che ci separa dal sottosuolo viene eliminato. Insomma, basta un cantiere, o un improvviso squarciò sulla strada, per far riaffiorare le tante stratificazioni storiche che hanno interessato l’originario tessuto urbanistico della città punico romana prima, e cinquecentesca dopo.

Tombe islamiche in via Torremuzza

A comprovare la grande potenzialità archeologica, nonché la “voragine” delle conoscenze che sono ancora seppellite nel sottosuolo palermitano, sono tre diverse scoperte fatte recentemente a Palermo. L’ultima in ordine di tempo è avvenuta lo scorso novembre davanti al settecentesco palazzo che fu abitato dall’erudito principe di Torremuzza, vicino a piazza Kalsa. Durante la posa della fibra ottica, sotto il calpestio della strada, sono stati scoperti i resti di una tomba. Quasi a comprovare l’esistenza, sotto la grande piazza Kalsa, di una necropoli risalente al periodo della dominazione araba. E d’altronde Palermo non è nuova a scoperte del genere, che anzi in questi ultimi anni si sono intensificate.

Infatti, nell’arco di cinque anni – tra il 2013 e il 2017 – in tre diverse zone della città sono stati fatti altrettanti ritrovamenti di notevole importanza. Il primo è avvenuta all’inizio del dicembre del 2017, in via Guardione. Lì, infatti, nel sottosuolo, durante i lavori legati all’ammodernamento della rete idrica, sono emerse delle strutture islamiche e ben trenta tombe risalenti al periodo medievale.

Ponte delle Teste Mozze

La seconda scoperta è invece avvenuta appena un anno prima, in via Venere, ed ha riguardato il ritrovamento di tombe di età preistorica risalenti all’età del Rame, ovvero intorno al terzo millennio avanti Cristo. Infine, l’ultima scoperta è avvenuta in seguito alla realizzazione della rete tranviaria, in corso dei Mille. In quella circostanza, vicino al Ponte delle Teste mozze – che in seguito ai lavori è stato sostituito dal grande ponte bimodale – sono state rinvenute dodici tombe del periodo arabo-normanno. Ma chissà quante altre sono ancora nascoste in prossimità del fiume Oreto; o poste in fosse comuni; magari insieme ai corpi di altre anime e teste “decollate” che a suo tempo non trovarono spazio dentro l’omonima chiesa. Una cosa è certa: c’è ancora tanta Palermo da scoprire sotto i nostri passi.

*Docente e scrittore

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