Palermo lancia la sfida della mobilità sostenibile

L’obiettivo è scoraggiare l’uso dell’auto in favore dei mezzi pubblici, elettrici e delle biciclette. Adesso arriva anche un torneo virtuale tra diverse città d’Europa

di Antonio Schembri

Mobilità sostenibile: ovvero un sistema dei trasporti idoneo a ridurre l’inquinamento, messo in pratica ormai da un numero crescente di città nel mondo; ma anche un combinato di desideri ancora lontano per molte altre realtà urbane. Perché presuppone progettualità pubbliche impegnative e cambi di mentalità, privati e collettivi. Dalla realizzazione di piste ciclabili vere e sicure, a comportamenti orientati verso la scelta di auto ibride o elettriche, l’utilizzo massiccio dei mezzi pubblici e, soprattutto, lo spostarsi a piedi o in bici. Opzioni fondamentali per salvaguardare la salute individuale e pubblica.

Un ambito in cui Palermo vuole fare la sua parte con un’accattivante iniziativa pilota: una competizione internazionale tra città sulla mobilità sostenibile. Si tratta del primo torneo al mondo con questa finalità, che ha anche l’utilità di raccogliere dati sulla reale coscienza ecologica e l’effettivo livello di mobilità sostenibile nelle città. Informazioni difficili da acquisire altrimenti, indispensabili per programmare il futuro.

Torneo del progetto Muv

È l’azione promossa dal laboratorio palermitano di design Push, in collaborazione con l’assessorato all’Ambiente e alla Mobilità urbana del Comune di Palermo, nell’ambito del Muv (Mobility Urban Values), progetto europeo di ricerca applicata finanziato da un fondo di Horizon 2020, il Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione. Dote assegnata per lo sviluppo del progetto, 4 milioni di euro, che verrà distribuita dalla Commissione europea tra i partner, 14 in tutto, distribuiti in 8 paesi dell’Ue: laboratori di innovazione, centri di ricerca, università e comuni. Dal canto loro, invece, gli sponsor palermitani (ristoranti, negozi, e tra gli altri, l’associazione culturale Civita), hanno scelto volontariamente di sposare il progetto per premiare gli utenti della app e ottenere una “revenue” in termini di comunicazione e relazioni con i clienti.

In questa prima edizione, che partirà il 3 giugno e si concluderà il 21 luglio, a sfidarsi saranno otto città, tra loro molto diverse per abitudini e sistemi di mobilità: con Palermo, la lista dei contendenti include Roma (grazie al coinvolgimento della sede capitolina della maltese Link Campus University), Amsterdam, Barcellona, Helsinki, la fiamminga Gent e la cittadina portoghese di Fundao. A queste realtà se ne aggiunge un’altra extraeuropea, la città di Teresina, nel centro-nord del Brasile.

Il tram di Palermo

Il gioco consisterà in scontri diretti tra due città, della durata di una settimana. I “match” si susseguiranno per sette settimane. Il primo vedrà competere Palermo con Barcellona. Una volta ultimata la raccolta dei dati, a settembre è prevista la seconda edizione del torneo, stavolta con 16 città in lizza e tanto di regular season e play off, mentre entro fine anno la medesima formula di competizione verrà rilanciata tra le università d’Europa. Tutti i cittadini possono sentirsi “squadra” e partecipare alla competizione. Per iscriversi basta scaricare gratuitamente l’app “Muv”, per Android e iOS. “Mediante questa formula competitiva, che trasforma i cittadini in atleti e campioni delle buone pratiche di mobilità, puntiamo a creare una efficiente rete di interazione tra le comunità locali – spiega Salvatore Di Dio, managing director di Push – . L’approccio è innovativo perché incoraggia i cittadini a muoversi in maniera sana secondo regole di un gioco che mescola esperienza reale e digitale e consente di arricchire il rapporto tra le pubbliche amministrazioni, gli imprenditori locali e i loro clienti”. Un circolo virtuoso, insomma, il cui funzionamento si basa su una semplice meccanica di gioco: l’utente guadagna punti ogni qualvolta si muove in modo sostenibile, va cioè a piedi, usa la bici, rinuncia all’auto utilizzando il bus. E guadagna punta extra se lo fa durante le ore di punta oppure sfidando la pioggia.

Attraverso la app si registrano i propri spostamenti, aggiornando ogni settimana il proprio “ranking”, in base al cui punteggio è possibile accedere a premi e sconti offerti dai partner dell’iniziativa: “Per esempio – specifica Di Dio – l’aver consumato mille calorie camminando o pedalando può tradursi in un pranzo offerto da un ristorante pari allo stesso quantitativo d’energia bruciata. Lo prevede già un accordo che abbiamo concluso pochi giorni fa con la trattoria siculo-etnica Moltivolti, uno degli sponsor dell’iniziativa”. Naturalmente per ottenere questi risultati, non si improvvisa nulla: per sfidare altri utenti e rappresentare la propria città in tornei internazionali, occorre allenarsi su specifici task: per esempio prendere il bus almeno una volta alla settimana. Sempre per mezzo della app è inoltre possibile accedere alle informazioni di mobilità e ambientali raccolte dalle stazioni di monitoraggio che verranno presto collocate nei quartieri coinvolti.

L’app del Muv

Intanto alcuni dati ufficiali il progetto Muv li dispone già. A Palermo ci sono 560 profili, 160 utenti attivi e uno screening di 30mila chilometri sostenibilmente percorsi, il 76 per cento dei quali a piedi, il 18 per cento in bici e il 6 per cento con i mezzi di trasporto pubblico. “Perfomance destinate a migliorare”, afferma l’assessore alla Mobilità Giusto Catania, “allenatore” in carica della squadra palermitana. “Questo progetto – spiega – va nella direzione del piano urbano della mobilità sostenibile, nei prossimi giorni oggetto d’approvazione in Giunta ed è in linea con l’obiettivo del 50 per cento di mobilità sostenibile a Palermo entro il 2030. L’impegno è disincentivare l’uso dell’auto in favore dei vettori pubblici, della mobilità ciclabile e, naturalmente, a piedi. La prima partita la disputeremo contro Barcellona e di certo non sarà una sfida facile, visto che la capitale catalana ottiene da tempo risultati rilevanti sul fronte della sostenibilità. Ma, tanto per restare nella metafora calcistica, non ci lasceremo intimorire dal loro ‘tiki taka’, a cui risponderemo con lanci lunghi e tanta corsa, in questo caso camminate e pedalate. Scherzi e campanilismi a parte, si tratta di una seria scelta strategica, cioè un concreto investimento in modalità di trasporto capaci di ridurre di molto le emissioni nocive. Su questa linea, nei prossimi cinque anni contiamo di spostare oltre il 50 per cento dei passeggeri palermitani abituati a muoversi su mezzi privati verso l’utilizzo di quelli pubblici: il traguardo è attivare altre tre linee del tram entro il 2024”.

“L’aggettivo sostenibile ha tanti significati. Per me ha a che vedere col concetto di armonia, che rappresenta la sostanza di quanto Palermo sia cambiata – sottolinea il sindaco Leoluca Orlando –. Non certo nel suo scenario: i monumenti restano sempre dove sono, restaurati o sgarrupati che siano. Semmai è cambiata l’atmosfera a Palermo. E questo progetto ne è una dimostrazione ulteriore. C’è ancora tantissimo da fare sulla mobilità sostenibile, dagli spazi da percorrere a piedi, alle piste ciclabili, all’incentivo all’uso del car sharing. Ma va detto che su questo fronte anche tedeschi, francesi e spagnoli hanno ormai cominciato a apprezzarci”. Adesso la sfida di Muv è pronta a partire. “Palermo è motivata per battere Barcellona, – conclude Orlando – la sindaca blaugrana, l’amica Ada Colau, non canti vittoria troppo presto”.

L’obiettivo è scoraggiare l’uso dell’auto in favore dei mezzi pubblici, elettrici e delle biciclette. Adesso arriva anche un torneo virtuale tra diverse città d’Europa

di Antonio Schembri

Mobilità sostenibile: ovvero un sistema dei trasporti idoneo a ridurre l’inquinamento, messo in pratica ormai da un numero crescente di città nel mondo; ma anche un combinato di desideri ancora lontano per molte altre realtà urbane. Perché presuppone progettualità pubbliche impegnative e cambi di mentalità, privati e collettivi. Dalla realizzazione di piste ciclabili vere e sicure, a comportamenti orientati verso la scelta di auto ibride o elettriche, l’utilizzo massiccio dei mezzi pubblici e, soprattutto, lo spostarsi a piedi o in bici. Opzioni fondamentali per salvaguardare la salute individuale e pubblica.

Un ambito in cui Palermo vuole fare la sua parte con un’accattivante iniziativa pilota: una competizione internazionale tra città sulla mobilità sostenibile. Si tratta del primo torneo al mondo con questa finalità, che ha anche l’utilità di raccogliere dati sulla reale coscienza ecologica e l’effettivo livello di mobilità sostenibile nelle città. Informazioni difficili da acquisire altrimenti, indispensabili per programmare il futuro.

Torneo del progetto Muv

È l’azione promossa dal laboratorio palermitano di design Push, in collaborazione con l’assessorato all’Ambiente e alla Mobilità urbana del Comune di Palermo, nell’ambito del Muv (Mobility Urban Values), progetto europeo di ricerca applicata finanziato da un fondo di Horizon 2020, il Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione. Dote assegnata per lo sviluppo del progetto, 4 milioni di euro, che verrà distribuita dalla Commissione europea tra i partner, 14 in tutto, distribuiti in 8 paesi dell’Ue: laboratori di innovazione, centri di ricerca, università e comuni. Dal canto loro, invece, gli sponsor palermitani (ristoranti, negozi, e tra gli altri, l’associazione culturale Civita), hanno scelto volontariamente di sposare il progetto per premiare gli utenti della app e ottenere una “revenue” in termini di comunicazione e relazioni con i clienti.

In questa prima edizione, che partirà il 3 giugno e si concluderà il 21 luglio, a sfidarsi saranno otto città, tra loro molto diverse per abitudini e sistemi di mobilità: con Palermo, la lista dei contendenti include Roma (grazie al coinvolgimento della sede capitolina della maltese Link Campus University), Amsterdam, Barcellona, Helsinki, la fiamminga Gent e la cittadina portoghese di Fundao. A queste realtà se ne aggiunge un’altra extraeuropea, la città di Teresina, nel centro-nord del Brasile.

Il tram di Palermo

Il gioco consisterà in scontri diretti tra due città, della durata di una settimana. I “match” si susseguiranno per sette settimane. Il primo vedrà competere Palermo con Barcellona. Una volta ultimata la raccolta dei dati, a settembre è prevista la seconda edizione del torneo, stavolta con 16 città in lizza e tanto di regular season e play off, mentre entro fine anno la medesima formula di competizione verrà rilanciata tra le università d’Europa. Tutti i cittadini possono sentirsi “squadra” e partecipare alla competizione. Per iscriversi basta scaricare gratuitamente l’app “Muv”, per Android e iOS. “Mediante questa formula competitiva, che trasforma i cittadini in atleti e campioni delle buone pratiche di mobilità, puntiamo a creare una efficiente rete di interazione tra le comunità locali – spiega Salvatore Di Dio, managing director di Push – . L’approccio è innovativo perché incoraggia i cittadini a muoversi in maniera sana secondo regole di un gioco che mescola esperienza reale e digitale e consente di arricchire il rapporto tra le pubbliche amministrazioni, gli imprenditori locali e i loro clienti”. Un circolo virtuoso, insomma, il cui funzionamento si basa su una semplice meccanica di gioco: l’utente guadagna punti ogni qualvolta si muove in modo sostenibile, va cioè a piedi, usa la bici, rinuncia all’auto utilizzando il bus. E guadagna punta extra se lo fa durante le ore di punta oppure sfidando la pioggia.

Attraverso la app si registrano i propri spostamenti, aggiornando ogni settimana il proprio “ranking”, in base al cui punteggio è possibile accedere a premi e sconti offerti dai partner dell’iniziativa: “Per esempio – specifica Di Dio – l’aver consumato mille calorie camminando o pedalando può tradursi in un pranzo offerto da un ristorante pari allo stesso quantitativo d’energia bruciata. Lo prevede già un accordo che abbiamo concluso pochi giorni fa con la trattoria siculo-etnica Moltivolti, uno degli sponsor dell’iniziativa”. Naturalmente per ottenere questi risultati, non si improvvisa nulla: per sfidare altri utenti e rappresentare la propria città in tornei internazionali, occorre allenarsi su specifici task: per esempio prendere il bus almeno una volta alla settimana. Sempre per mezzo della app è inoltre possibile accedere alle informazioni di mobilità e ambientali raccolte dalle stazioni di monitoraggio che verranno presto collocate nei quartieri coinvolti.

L’app del Muv

Intanto alcuni dati ufficiali il progetto Muv li dispone già. A Palermo ci sono 560 profili, 160 utenti attivi e uno screening di 30mila chilometri sostenibilmente percorsi, il 76 per cento dei quali a piedi, il 18 per cento in bici e il 6 per cento con i mezzi di trasporto pubblico. “Perfomance destinate a migliorare”, afferma l’assessore alla Mobilità Giusto Catania, “allenatore” in carica della squadra palermitana. “Questo progetto – spiega – va nella direzione del piano urbano della mobilità sostenibile, nei prossimi giorni oggetto d’approvazione in Giunta ed è in linea con l’obiettivo del 50 per cento di mobilità sostenibile a Palermo entro il 2030. L’impegno è disincentivare l’uso dell’auto in favore dei vettori pubblici, della mobilità ciclabile e, naturalmente, a piedi. La prima partita la disputeremo contro Barcellona e di certo non sarà una sfida facile, visto che la capitale catalana ottiene da tempo risultati rilevanti sul fronte della sostenibilità. Ma, tanto per restare nella metafora calcistica, non ci lasceremo intimorire dal loro ‘tiki taka’, a cui risponderemo con lanci lunghi e tanta corsa, in questo caso camminate e pedalate. Scherzi e campanilismi a parte, si tratta di una seria scelta strategica, cioè un concreto investimento in modalità di trasporto capaci di ridurre di molto le emissioni nocive. Su questa linea, nei prossimi cinque anni contiamo di spostare oltre il 50 per cento dei passeggeri palermitani abituati a muoversi su mezzi privati verso l’utilizzo di quelli pubblici: il traguardo è attivare altre tre linee del tram entro il 2024”.

“L’aggettivo sostenibile ha tanti significati. Per me ha a che vedere col concetto di armonia, che rappresenta la sostanza di quanto Palermo sia cambiata – sottolinea il sindaco Leoluca Orlando –. Non certo nel suo scenario: i monumenti restano sempre dove sono, restaurati o sgarrupati che siano. Semmai è cambiata l’atmosfera a Palermo. E questo progetto ne è una dimostrazione ulteriore. C’è ancora tantissimo da fare sulla mobilità sostenibile, dagli spazi da percorrere a piedi, alle piste ciclabili, all’incentivo all’uso del car sharing. Ma va detto che su questo fronte anche tedeschi, francesi e spagnoli hanno ormai cominciato a apprezzarci”. Adesso la sfida di Muv è pronta a partire. “Palermo è motivata per battere Barcellona, – conclude Orlando – la sindaca blaugrana, l’amica Ada Colau, non canti vittoria troppo presto”.

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Palermo e il suo parco: alla scoperta della Favorita

Un fine settimana organizzato da Italia Nostra tra conferenze, dibattiti e passeggiate per conoscere meglio la storica area verde

di Antonio Schembri

Più vasto del Central Park a New York. Qualche ettaro in più della Foresta di Sherwood a Nottingham, legata alla leggenda di Robin Hood. E, per restare nel confronto con gli spazi verdi della terra d’Albione, grande più del doppio del londinese Hyde Park. Eppure quel prezioso polmone urbano che è il Parco della Favorita, la “Real Tenuta” voluta nel 1799 da Ferdinando IV di Borbone, è un patrimonio ancora troppo poco conosciuto e vissuto da molti palermitani che se lo lasciano sfilare dai finestrini delle auto in marcia rapida verso la spiaggia e l’abitato di Mondello.

Un contenitore non solo di antichi valori botanici e faunistici ma anche ricco di fascino architettonico, che racconta oltre due secoli di storia attraverso il delizioso gioco di percorsi, tra boschetti e agrumeti, un tempo anche curati vigneti, romantiche passeggiate e viali che inquadravano punti prospettici fino a quattro chilometri di distanza, fin dove cioè l’occhio umano riesce a percorrere in profondità. Un’area che reclama d’essere valorizzata nella sua indiscutibile bellezza. Cominciando dai restauri urgenti di alcuni tra i manufatti sparpagliati nel suo interno e da più efficaci iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza a un uso rispettoso del Parco, incluso nei 1.050 ettari della Riserva di Monte Pellegrino.

Bosco Niscemi

Un appello lanciato tante volte nei decenni dalla società civile. E in questi giorni reiterato da Italia Nostra. Se ne discuterà questo fine settimana nel corso di un evento che la sezione di Palermo dell’associazione attiva da oltre 60 anni sul fronte della tutela del patrimonio storico artistico e naturale del Paese, promuove nell’ambito della Settimana del Patrimonio culturale. Il titolo è “La Nostra Favorita” e si articolerà su tre appuntamenti: una conferenza-dibattito sulle prospettive, la tutela e la fruizione del Parco, in programma venerdì 10 maggio a Villa Niscemi, a partire dalle 16; e due diverse passeggiate guidate: una lungo un percorso storico-artistico, l’altra prettamente naturalistica, entrambe previste tra le 10 e le 13 di sabato 11 e di domenica 12, con partenza dal piazzale della Palazzina Cinese.

Un’azione, questa di Italia Nostra, che punta a coinvolgere tante altre associazioni culturali cittadine per rilanciare con energia l’ennesimo appello sia alla Regione Siciliana, nel cui demanio il Parco della Favorita è stato trasferito dal 2010, sia all’amministrazione comunale di Palermo, che ne ha avuto concesso l’uso, a raccordarsi sul fronte decisionale per realizzare un ventaglio di interventi, alcuni dei quali già avviati: da opere di restauro a migliorie per la fruizione degli spazi verdi, passando per  l’incremento dei livelli di sicurezza tra sentieri e viali alberati.

“Va precisato che oggi la Favorita versa tutt’altro che in una situazione di totale abbandono – dice Adriana Chirco, presidente della sezione palermitana di Italia Nostra -. Il Comune di Palermo si è dotato di un accurato piano particolareggiato su cui programmare azioni di recupero e salvaguardia, gli operatori della Rap intervengono quando il Parco viene aperto alla popolazione e i Rangers d’Italia (5 in tutto), che gestiscono la Riserva Naturale Orientata di Monte Pellegrino fanno del loro meglio per salvaguardarne la biodiversità”.

Cartello d’ingresso a Bosco Niscemi

Negli anni si sono in effetti compiuti passi in avanti sul fronte della fruizione dell’area: “Un tempo tra i viali sterrati potevano circolare le auto con conseguenti impatti inquinanti, oggi questo non è più possibile e il Parco è molto frequentato dagli appassionati di corsa e ciclismo fuori strada”, spiega Giovanni Provinzano, direttore della Riserva di Monte Pellegrino di cui la Favorita occupa ampia parte della zona B e una porzione della zona A con il Bosco Niscemi (ve ne abbiamo parlato anche qui). Si tratta inoltre di un’area preziosa per la sua biodiversità. Insieme con tipiche piante mediterranee, sono presenti varie tipologie di orchidee e appena dietro la fontana d’Ercole si trova un monumentale ulivo, la cui età stimata è di 1.000 anni. “Sotto il profilo faunistico – aggiunge Provinzano – vi nidificano 30 specie di uccelli, a cui si aggiungono i tanti rapaci, come poiane gheppi e falchi pecchiaioli, che dalle falesie del Monte Pellegrino piombano nella boscaglia del Parco per cacciare”.

Cresce comunque il grado di fruibilità della Favorita. E grazie al recente spostamento del campo nomadi si attendono miglioramenti nei prossimi mesi. Tra le opere di recupero, è stata realizzata quella dei cancelli di ingresso da Villa Niscemi e sono in via di completamento i lavori su beni monumentali come le Scuderie Reali con i loro torrioni d’avvistamento, ubicati sotto la Valle del Porco di Monte Pellegrino. Inoltre, il Comune sta effettuando la manutenzione straordinaria degli agrumeti e il recupero delle strutture dell’antico impianto di irrigazione di modello arabo, adattati dagli architetti del re Ferdinando a questo particolare paesaggio agricolo. Ma, riprende Chirco, “urge sollecitare gli enti territoriali a fare molto di più, affinché la cittadinanza di Palermo possa riappropriarsi del tutto e definitivamente del suo grande polmone verde. Iniziative come le chiusure domenicali al traffico dei mezzi motorizzati stanno segnando una direzione giusta, ma occorre accelerare il recupero dei manufatti presenti nel Parco, alcuni dei quali necessitano di immediato restauro”.

La colonna della fontana di Ercole

Punto nodale è infatti l’ancora insufficiente sinergia tra Comune e Regione. Si tratta quindi di facilitare le procedure autorizzative da parte dell’assessorato regionale al Territorio e allestire campagne di sensibilizzazione e di informazione più mirate e efficaci.  “Fondamentale sarà l’organizzazione di escursioni, come quelle di sabato e domenica, guidate da esperti per far scoprire un nuovo modo di fruizione della tenuta e del suo patrimonio storico, artistico e botanico”, aggiunge la naturalista Ernesta Morabito, anche lei attivista di Italia Nostra.

Nel dettaglio, il percorso storico-artistico partirà dal piazzale della Palazzina Cinese, dopo la descrizione della suggestiva dimore del re delle due Sicilie progettata da Giuseppe Venanzio Marvuglia, e del Museo Pitrè e imboccando il sentiero che ha inizio nei pressi della piazza ellittica, si inoltrerà lungo il sentiero battuto che conduce alla pineta artificiale. Proseguendo si incontreranno la Colonna d’Acqua, parte dell’antico sistema di irrigazione del giardino, la Fontana d’Ercole con la vasca dotata di un gioco d’acqua formato da 176 getti e la splendida colonna dorica che si erge dal suo centro, culminante con la statua dell’eroe e, infine, l’antico abbeveratoio in muratura con decorazioni in stucco e il vicino obelisco, altro elegante manufatto che nasconde una torre piezometrica per la risalita dell’acqua. “L’itinerario naturalistico, condurrà alla medesima meta finale, partendo però dal Bosco di Niscemi, dove si osserveranno la variegata flora Mediterranea e la fauna sia terrestre che arboricola”, specifica Morabito.

Il Gorgo di Santa Rosalia su Monte Pellegrino

Attirare la popolazione verso la bellezza di questo spazio naturalistico di oltre 400 ettari – sottolineano a Italia Nostra – significherebbe finalmente debellare il triste fenomeno della prostituzione, oggi comunque più limitato, che ha segnato la Favorita da troppo tempo. “Italia Nostra ha scelto come punti d’interesse l’Abbeveratoio e l’Obelisco, a pochi metri dalla Fontana d’Ercole, entrambi parte dell’impianto originario di irrigazione del vasto giardino – conclude Chirco – . Le loro caratteristiche ornamentali sono esempi significativi del gusto neoclassico che caratterizza il progetto ottocentesco della tenuta borbonica. Vanno restaurati al più presto”.

Un fine settimana organizzato da Italia Nostra tra conferenze, dibattiti e passeggiate per conoscere meglio la storica area verde

di Antonio Schembri

Più vasto del Central Park a New York. Qualche ettaro in più della Foresta di Sherwood a Nottingham, legata alla leggenda di Robin Hood. E, per restare nel confronto con gli spazi verdi della terra d’Albione, grande più del doppio del londinese Hyde Park. Eppure quel prezioso polmone urbano che è il Parco della Favorita, la “Real Tenuta” voluta nel 1799 da Ferdinando IV di Borbone, è un patrimonio ancora troppo poco conosciuto e vissuto da molti palermitani che se lo lasciano sfilare dai finestrini delle auto in marcia rapida verso la spiaggia e l’abitato di Mondello.

Un contenitore non solo di antichi valori botanici e faunistici ma anche ricco di fascino architettonico, che racconta oltre due secoli di storia attraverso il delizioso gioco di percorsi, tra boschetti e agrumeti, un tempo anche curati vigneti, romantiche passeggiate e viali che inquadravano punti prospettici fino a quattro chilometri di distanza, fin dove cioè l’occhio umano riesce a percorrere in profondità. Un’area che reclama d’essere valorizzata nella sua indiscutibile bellezza. Cominciando dai restauri urgenti di alcuni tra i manufatti sparpagliati nel suo interno e da più efficaci iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza a un uso rispettoso del Parco, incluso nei 1.050 ettari della Riserva di Monte Pellegrino.

Bosco Niscemi

Un appello lanciato tante volte nei decenni dalla società civile. E in questi giorni reiterato da Italia Nostra. Se ne discuterà questo fine settimana nel corso di un evento che la sezione di Palermo dell’associazione attiva da oltre 60 anni sul fronte della tutela del patrimonio storico artistico e naturale del Paese promuove nell’ambito della Settimana del Patrimonio culturale. Il titolo è “La Nostra Favorita” e si articolerà su tre appuntamenti: una conferenza-dibattito sulle prospettive, la tutela e la fruizione del Parco, in programma venerdì 10 maggio a Villa Niscemi, a partire dalle 16; e due diverse passeggiate guidate: una lungo un percorso storico-artistico, l’altra prettamente naturalistica, entrambe previste tra le 10 e le 13 di sabato 11 e di domenica 12, con partenza dal piazzale della Palazzina Cinese.

Un’azione, questa di Italia Nostra, che punta a coinvolgere tante altre associazioni culturali cittadine per rilanciare con energia l’ennesimo appello sia alla Regione Siciliana, nel cui demanio il Parco della Favorita è stato trasferito dal 2010, sia all’amministrazione comunale di Palermo, che ne ha avuto concesso l’uso, a raccordarsi sul fronte decisionale per realizzare un ventaglio di interventi, alcuni dei quali già avviati: da opere di restauro a migliorie per la fruizione degli spazi verdi, passando per  l’incremento dei livelli di sicurezza tra sentieri e viali alberati.

Cartello d’ingresso a Bosco Niscemi

“Va precisato che oggi la Favorita versa tutt’altro che in una situazione di totale abbandono – dice Adriana Chirco, presidente della sezione palermitana di Italia Nostra -. Il Comune di Palermo si è dotato di un accurato piano particolareggiato su cui programmare azioni di recupero e salvaguardia, gli operatori della Rap intervengono quando il Parco viene aperto alla popolazione e i Rangers d’Italia (5 in tutto), che gestiscono la Riserva Naturale Orientata di Monte Pellegrino fanno del loro meglio per salvaguardarne la biodiversità”.

Negli anni si sono in effetti compiuti passi in avanti sul fronte della fruizione dell’area: “Un tempo tra i viali sterrati potevano circolare le auto con conseguenti impatti inquinanti, oggi questo non è più possibile e il Parco è molto frequentato dagli appassionati di corsa e ciclismo fuori strada”, spiega Giovanni Provinzano, direttore della Riserva di Monte Pellegrino di cui la Favorita occupa ampia parte della zona B e una porzione della zona A con il Bosco Niscemi (ve ne abbiamo parlato anche qui). Si tratta inoltre di un’area preziosa per la sua biodiversità. Insieme con tipiche piante mediterranee, sono presenti varie tipologie di orchidee e appena dietro la fontana d’Ercole si trova un monumentale ulivo, la cui età stimata è di 1.000 anni. “Sotto il profilo faunistico – aggiunge Provinzano – vi nidificano 30 specie di uccelli, a cui si aggiungono i tanti rapaci, come poiane gheppi e falchi pecchiaioli, che dalle falesie del Monte Pellegrino piombano nella boscaglia del Parco per cacciare”.

La colonna della fontana di Ercole

Cresce comunque il grado di fruibilità della Favorita. E grazie al recente spostamento del campo nomadi si attendono miglioramenti nei prossimi mesi. Tra le opere di recupero, è stata realizzata quella dei cancelli di ingresso da Villa Niscemi e sono in via di completamento i lavori su beni monumentali come le Scuderie Reali con i loro torrioni d’avvistamento, ubicati sotto la Valle del Porco di Monte Pellegrino. Inoltre, il Comune sta effettuando la manutenzione straordinaria degli agrumeti e il recupero delle strutture dell’antico impianto di irrigazione di modello arabo, adattati dagli architetti del re Ferdinando a questo particolare paesaggio agricolo. Ma, riprende Chirco, “urge sollecitare gli enti territoriali a fare molto di più, affinché la cittadinanza di Palermo possa riappropriarsi del tutto e definitivamente del suo grande polmone verde. Iniziative come le chiusure domenicali al traffico dei mezzi motorizzati stanno segnando una direzione giusta, ma occorre accelerare il recupero dei manufatti presenti nel Parco, alcuni dei quali necessitano di immediato restauro”.

Punto nodale è infatti l’ancora insufficiente sinergia tra Comune e Regione. Si tratta quindi di facilitare le procedure autorizzative da parte dell’assessorato regionale al Territorio e allestire campagne di sensibilizzazione e di informazione più mirate e efficaci.  “Fondamentale sarà l’organizzazione di escursioni, come quelle di sabato e domenica, guidate da esperti per far scoprire un nuovo modo di fruizione della tenuta e del suo patrimonio storico, artistico e botanico”, aggiunge la naturalista Ernesta Morabito, anche lei attivista di Italia Nostra.

Il Gorgo di Santa Rosalia su Monte Pellegrino

Nel dettaglio, il percorso storico-artistico partirà dal piazzale della Palazzina Cinese, dopo la descrizione della suggestiva dimore del re delle due Sicilie progettata da Giuseppe Venanzio Marvuglia, e del Museo Pitrè e imboccando il sentiero che ha inizio nei pressi della piazza ellittica, si inoltrerà lungo il sentiero battuto che conduce alla pineta artificiale. Proseguendo si incontreranno la Colonna d’Acqua, parte dell’antico sistema di irrigazione del giardino, la Fontana d’Ercole con la vasca dotata di un gioco d’acqua formato da 176 getti e la splendida colonna dorica che si erge dal suo centro, culminante con la statua dell’eroe e, infine, l’antico abbeveratoio in muratura con decorazioni in stucco e il vicino obelisco, altro elegante manufatto che nasconde una torre piezometrica per la risalita dell’acqua. “L’itinerario naturalistico, condurrà alla medesima meta finale, partendo però dal Bosco di Niscemi, dove si osserveranno la variegata flora Mediterranea e la fauna sia terrestre che arboricola”, specifica Morabito.

Attirare la popolazione verso la bellezza di questo spazio naturalistico di oltre 400 ettari – sottolineano a Italia Nostra – significherebbe finalmente debellare il triste fenomeno della prostituzione, oggi comunque più limitato, che ha segnato la Favorita da troppo tempo. “Italia Nostra ha scelto come punti d’interesse l’Abbeveratoio e l’Obelisco, a pochi metri dalla Fontana d’Ercole, entrambi parte dell’impianto originario di irrigazione del vasto giardino – conclude Chirco – . Le loro caratteristiche ornamentali sono esempi significativi del gusto neoclassico che caratterizza il progetto ottocentesco della tenuta borbonica. Vanno restaurati al più presto”.

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Che emozione le immersioni con Tusa

Antonio Schembri, giornalista e sub, racconta il fascino di quell’esperienza. “Anche in immersione, il professore comunicava a gesti l’emozione legata al tempo delle navi romane nel Mediterraneo”

di Antonio Schembri

“È un enorme e misterioso museo, il Mare Nostrum”. Un concetto che per Sebastiano Tusa è stato un obiettivo programmatico già raggiunto con l’istituzione di ben 23 itinerari archeologici subacquei istituiti dalla sua Soprintendenza del Mare; ma da ampliare ancora.

Insisteva a affermarlo a ogni occasione utile, anche in occasione di qualche immersione che ho avuto la possibilità di condividere con lui. Uno di questi tuffi fu a Ustica nel 2003, quando nel corso della rassegna delle attività subacquee più antica del mondo, venne inaugurato il primo percorso archeologico lungo i fondali sotto il faro di Punta Gavazzi: una allegra e un po’ confusionaria cordata di subacquei composta da giornalisti come me, biologi marini, sommozzatori dei carabinieri e capitanata proprio da lui e da Daniel Mercier, il responsabile delle immagini sottomarine dello staff dello Calypso, la nave laboratorio con cui il comandante Jacques-Yves Cousteau avviò l’epopea della documentaristica sul Mondo del Silenzio.

Tra colonne di bolle si sorvolarono gli oggetti posizionati sui gradoni rocciosi a una ventina di metri di profondità. Indimenticabile l’interesse suscitato dall’accostarsi a anfore e ceppi d’ancora con tanto di descrizioni su tabelle plastificate, scritte proprio da Sebastiano Tusa. Anche in immersione, il professore comunicava a gesti il fascino legato al tempo dei traffici delle navi onerarie romane nel Mediterraneo.

Ma ricordo soprattutto un’altra occasione, appena fresco di primo brevetto, avvenuta alla fine degli anni ’90 sulla Secca della Formica, al largo di Porticello. Con l’amico comune Alfonso Santoro, uno dei subacquei più noti in Sicilia, Tusa volle farsi portare giù a visionare il ceppo d’ancora rinvenuto dallo stesso Santoro qualche giorno prima a 50 metri di profondità sul versante nord-ovest del terzo scoglio della secca: proprio dove comincia a distendersi una rara colonia di corallo nero, oggi ampliatasi in maniera sorprendente. Non essendo allora abilitato a raggiungere quella profondità, fermandomi a pinneggiare a circa venti metri sotto la superficie, potei solo veder scomparire nel blu il gruppetto di subacquei con Tusa e Santoro. A fine immersione, una volta a bordo e liberati da bombole e zavorra, il resoconto: l’archeologo traboccava entusiasmo, non solo perché quello era stato per lui il tuffo più profondo mai effettuato, concluso con una lunga decompressione prima di riemergere, ma soprattutto perché quel ceppo d’ancora era senza alcun dubbio d’epoca romana. Ragion per cui – come disse emozionato – bisognava sbrigarsi a fare in modo di mettere sotto tutela il sito della Formica.

Un provvedimento che arrivò a neanche una settimana da quella immersione, emanato dalla Capitaneria di Porto di Porticello in ragione della rilevanza biologica e, appunto, archeologica di quella piccola area marina. Grazie a quell’ordinanza furono interdetti sia l’ancoraggio sia ogni attività di pesca fino a 150 metri dal punto affiorante della secca. Col risultato di consegnare agli appassionati della subacquea il sito più emozionante dell’intera costiera settentrionale della Sicilia, dove oggi branchi di grossi pesci pelagici scorrazzano in scenari di acqua in genere molto limpida. E dove è successo ancora di reperire altri oggetti di probabile valore storico.

Del resto – diceva l’archeologo – “su questa secca si sono schiantate molte navi antiche e visto che ci troviamo a un miglio dal Monte Catalfano e le rovine di Solunto, c’è da aspettarsi tante altre sorprese”. Dentro la sua muta Tusa l’ho rivisto altre volte sul tubolare del gommone di Fofò Santoro, mischiato a tanti altri diportisti della subacquea.

Antonio Schembri, giornalista e sub, racconta il fascino di quell’esperienza. “Anche in immersione, il professore comunicava a gesti l’emozione legata al tempo delle navi romane nel Mediterraneo”

di Antonio Schembri

“È un enorme e misterioso museo, il Mare Nostrum”. Un concetto che per Sebastiano Tusa è stato un obiettivo programmatico già raggiunto con l’istituzione di ben 23 itinerari archeologici subacquei istituiti dalla sua Soprintendenza del Mare; ma da ampliare ancora.

Insisteva a affermarlo a ogni occasione utile, anche in occasione di qualche immersione che ho avuto la possibilità di condividere con lui. Uno di questi tuffi fu a Ustica nel 2003, quando nel corso della rassegna delle attività subacquee più antica del mondo, venne inaugurato il primo percorso archeologico lungo i fondali sotto il faro di Punta Gavazzi: una allegra e un po’ confusionaria cordata di subacquei composta da giornalisti come me, biologi marini, sommozzatori dei carabinieri e capitanata proprio da lui e da Daniel Mercier, il responsabile delle immagini sottomarine dello staff dello Calypso, la nave laboratorio con cui il comandante Jacques-Yves Cousteau avviò l’epopea della documentaristica sul Mondo del Silenzio.

Tra colonne di bolle si sorvolarono gli oggetti posizionati sui gradoni rocciosi a una ventina di metri di profondità. Indimenticabile l’interesse suscitato dall’accostarsi a anfore e ceppi d’ancora con tanto di descrizioni su tabelle plastificate, scritte proprio da Sebastiano Tusa. Anche in immersione, il professore comunicava a gesti il fascino legato al tempo dei traffici delle navi onerarie romane nel Mediterraneo.

Ma ricordo soprattutto un’altra occasione, appena fresco di primo brevetto, avvenuta alla fine degli anni ’90 sulla Secca della Formica, al largo di Porticello. Con l’amico comune Alfonso Santoro, uno dei subacquei più noti in Sicilia, Tusa volle farsi portare giù a visionare il ceppo d’ancora rinvenuto dallo stesso Santoro qualche giorno prima a 50 metri di profondità sul versante nord-ovest del terzo scoglio della secca: proprio dove comincia a distendersi una rara colonia di corallo nero, oggi ampliatasi in maniera sorprendente. Non essendo allora abilitato a raggiungere quella profondità, fermandomi a pinneggiare a circa venti metri sotto la superficie, potei solo veder scomparire nel blu il gruppetto di subacquei con Tusa e Santoro. A fine immersione, una volta a bordo e liberati da bombole e zavorra, il resoconto: l’archeologo traboccava entusiasmo, non solo perché quello era stato per lui il tuffo più profondo mai effettuato, concluso con una lunga decompressione prima di riemergere, ma soprattutto perché quel ceppo d’ancora era senza alcun dubbio d’epoca romana. Ragion per cui – come disse emozionato – bisognava sbrigarsi a fare in modo di mettere sotto tutela il sito della Formica.

Un provvedimento che arrivò a neanche una settimana da quella immersione, emanato dalla Capitaneria di Porto di Porticello in ragione della rilevanza biologica e, appunto, archeologica di quella piccola area marina. Grazie a quell’ordinanza furono interdetti sia l’ancoraggio sia ogni attività di pesca fino a 150 metri dal punto affiorante della secca. Col risultato di consegnare agli appassionati della subacquea il sito più emozionante dell’intera costiera settentrionale della Sicilia, dove oggi branchi di grossi pesci pelagici scorrazzano in scenari di acqua in genere molto limpida. E dove è successo ancora di reperire altri oggetti di probabile valore storico.

Del resto – diceva l’archeologo – “su questa secca si sono schiantate molte navi antiche e visto che ci troviamo a un miglio dal Monte Catalfano e le rovine di Solunto, c’è da aspettarsi tante altre sorprese”. Dentro la sua muta Tusa l’ho rivisto altre volte sul tubolare del gommone di Fofò Santoro, mischiato a tanti altri diportisti della subacquea.

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Il contemporaneo in mostra tra ego e denuncia

A Palermo, a Palazzo Ajutamicristo, l’esposizione ’10’ dell’artista catanese Giuseppe Patané scandaglia i limiti della società odierna. Un talento emerso per caso, grazie a un sopralluogo di Sgarbi e Grasso in Sicilia

di Antonio Schembri

Un obelisco composto da 5 fantocci che a prima vista sembra evocare, sebbene in proporzioni ridotte, i ‘castells’, le folkloristiche torri umane della Catalogna, ma che in realtà fotografa tutt’altro che valentia ostentata per divertimento. Poco distante, un dipinto di fronte a un grande schermo con immagini in movimento, entrambi dai contenuti scabrosi. Infine, decine di quadri dedicati alla tauromachìa, con il toro, animale simbolo della forza assoluta, ma costretto a soffrire e a soccombere a causa della crudeltà cruenta e volgare della corrida.
Ruota su queste tre sezioni narrative ‘10’, titolo della mostra dell’artista catanese Giuseppe Patané, allestita a Palermo nel cinquecentesco Palazzo Ajutamicristo fino al 31 gennaio. Uno degli appuntamenti con cui il capoluogo siciliano ha concluso la sua fitta annata di capitale della cultura d’Italia.

Per Patané, che arriva dal mondo della moda dove a lungo ha lavorato come vetrinista e fashion designer tra Milano e Parigi per la maison di Pierre Cardin (dove negli anni ’80 è stato anche direttore creativo) – dieci non indica solo un numero, ma anche un pronome personale. “Ho scelto di intitolare così questa mia esposizione – spiega – perché il primo numero a due cifre – quello più completo e rassicurante, quello che evoca i Comandamenti e il massimo voto nella valutazione scolastica – si può leggere anche come ‘Io’: quindi ego, vanità, sopraffazione. Ovvero il fattore determinante della distruttività umana. Lo scopo di queste mie opere è recuperare la simbologia costruttiva del 10 e allo stesso tempo denunciare, dire con forza ‘basta’ alla china rovinosa imboccata dalla società contemporanea: confusa, contraddittoria, violenta, nella quale tutti siamo colpevoli e partecipi”.

Patané, che dipinge ‘a piena mano’, usando cioè direttamente palmi e dita, offre più dettagli della sua narrazione: “L’installazione della torre umana evoca una struttura dominata dall’egoismo manifestato in diversi strati sociali. La prima delle cinque persone è distesa per terra: si tratta di un prete, vestito della sua casula, che afferra con le mani le caviglie di un uomo all’impiedi, elegantemente vestito, identificabile come un businessman o un politico. Questo regge sulle spalle un altro uomo comune, molto diverso da lui, che, a sua volta, porta sulle proprie spalle una donna, piegata, in bilico, anche perché schiacciata dal peso dell’ultimo componente della piramide umana: un giovane che, incurante e arrogante, scrive su un muro ‘Io’. Questa colonna pericolosamente barcollante è per me la società in cui oggi viviamo, spesso anestetizzati”.

Un messaggio che arriva e stordisce anche attraverso le immagini crude del quadro intitolato ‘No Love’: “rappresenta un cuore che invece di trasmettere sentimento puro e passione che dovrebbe alimentarlo, comunica solo aberrazioni sessuali che lo sviliscono del tutto. Le stesse espresse dalle immagini del video”. Per questa ragione, la stanza in cui queste opere sono collocate non è visitabile dai minori.

Leit motif della mostra è il toro. “È l’animale che ritengo rappresenti di più l’ego, in tutta la sua fragilità”, spiega l’artista. Immagini in cui la pelle scura del bovino, raffigurato immobile prima di attaccare, e poi in corsa disperata contro il toreador, si staglia in uno sfondo di colore rosso vivo, quello del suo sangue, che sta già versando nell’arena come vittima sacrificale.

“In questa sezione – aggiunge Patané – si trova in particolare un mio dipinto intitolato ‘Paesillo’. È la stanza antistante l’arena, uno spazio ristrettissimo in cui il toro viene prima innervosito aizzandogli contro altri due tori e praticandogli scariche elettriche e poi semiaccecato dalla vasellina cosparsa sugli occhi, prima di essere gettato nell’arena. Sono stato molto toccato da questa tradizione culturale ancora sacra in Andalusia ma che considero orrida e infame. E sono stato ispirato dallo sguardo penetrante di questa bestia imponente e ansimante, fiera e forse inconsapevole del triste destino al quale solo di rado sfugge”.

Giuseppe Patané dipinge da decenni ma approda ufficialmente al proscenio delle arti figurative solo in tempi recenti. “Il primo di questi quadri sulla tauromachia risale agli anni ’80, l’ultimo l’ho creato tre anni fa”. Un arco temporale in cui ha prodotto tanti altri dipinti dalle tematiche diverse, ma tutti accomunati dalla finalità di denuncia sociale.

Artista ‘inconsapevole’ Patanè, almeno fino a quando Vittorio Sgarbi e Giorgio Gregorio Grasso nel 2014 si presentano grazie all’amica e curatrice Carmen Bellalba a casa sua, una splendida dimora vicino Riposto per discutere dei locali in cui allestire un vernissage.

A colpirli è uno di quei quadri sulla tauromachia. “Inizialmente non ho detto di essere l’autore, quasi mi vergognavo di quel dipinto, prodotto di getto, senza pennello ma con le mani. Quando alla fine l’ho ammesso mi annunciarono subito che da quel momento avrei fatto parte della loro scuderia. Al punto da vedere esposto di lì a poco quel quadro in una mostra nel castello di Torre Archirafi.

“A quella mostra arrivò anche Franco Battiato che restò così ipnotizzato da quel toro che lo volle acquistare subito per 10mila euro, senza però riuscirci, perché rifiutò di firmare una liberatoria che Sgarbi e Grasso pretesero per consentire di esporre il quadro in altri siti. “Una cifra spropositata per me che mi consideravo pittore per diletto – confessa Patanè – e da quel momento, a detta dei due critici, addirittura nel novero europeo degli espressionisti contemporanei”.

Alla fine quel quadro è stato esposto all’Expo di Milano e successivamente venduto per 40mila euro a un investitore russo che invece la liberatoria la firmò. Poi un crescendo continuo fino alla Biennale di Venezia. “Ma io mi sento ancora fondamentalmente un creatore di vetrine di moda – dice – Un lavoro, quello, che si esegue con le mani: le prime e le ultime antenne della ragione”.

A Palermo, a Palazzo Ajutamicristo, l’esposizione ’10’ dell’artista catanese Giuseppe Patané scandaglia i limiti della società odierna. Un talento emerso per caso, grazie a un sopralluogo di Sgarbi e Grasso in Sicilia

di Antonio Schembri

Un obelisco composto da 5 fantocci che a prima vista sembra evocare, sebbene in proporzioni ridotte, i ‘castells’, le folkloristiche torri umane della Catalogna, ma che in realtà fotografa tutt’altro che valentia ostentata per divertimento. Poco distante, un dipinto di fronte a un grande schermo con immagini in movimento, entrambi dai contenuti scabrosi. Infine, decine di quadri dedicati alla tauromachìa, con il toro, animale simbolo della forza assoluta, ma costretto a soffrire e a soccombere a causa della crudeltà cruenta e volgare della corrida.

Ruota su queste tre sezioni narrative ‘10’, titolo della mostra dell’artista catanese Giuseppe Patané, allestita a Palermo nel cinquecentesco Palazzo Ajutamicristo fino al 31 gennaio. Uno degli appuntamenti con cui il capoluogo siciliano ha concluso la sua fitta annata di capitale della cultura d’Italia.

Per Patané, che arriva dal mondo della moda dove a lungo ha lavorato come vetrinista e fashion designer tra Milano e Parigi per la maison di Pierre Cardin (dove negli anni ’80 è stato anche direttore creativo) – dieci non indica solo un numero, ma anche un pronome personale.
“Ho scelto di intitolare così questa mia esposizione – spiega – perché il primo numero a due cifre – quello più completo e rassicurante, quello che evoca i Comandamenti e il massimo voto nella valutazione scolastica – si può leggere anche come ‘Io’: quindi ego, vanità, sopraffazione. Ovvero il fattore determinante della distruttività umana. Lo scopo di queste mie opere è recuperare la simbologia costruttiva del 10 e allo stesso tempo denunciare, dire con forza ‘basta’ alla china rovinosa imboccata dalla società contemporanea: confusa, contraddittoria, violenta, nella quale tutti siamo colpevoli e partecipi”.

Patané, che dipinge ‘a piena mano’, usando cioè direttamente palmi e dita, offre più dettagli della sua narrazione: “L’installazione della torre umana evoca una struttura dominata dall’egoismo manifestato in diversi strati sociali. La prima delle cinque persone è distesa per terra: si tratta di un prete, vestito della sua casula, che afferra con le mani le caviglie di un uomo all’impiedi, elegantemente vestito, identificabile come un businessman o un politico. Questo regge sulle spalle un altro uomo comune, molto diverso da lui, che, a sua volta, porta sulle proprie spalle una donna, piegata, in bilico, anche perché schiacciata dal peso dell’ultimo componente della piramide umana: un giovane che, incurante e arrogante, scrive su un muro ‘Io’. Questa colonna pericolosamente barcollante è per me la società in cui oggi viviamo, spesso anestetizzati”.

Un messaggio che arriva e stordisce anche attraverso le immagini crude del quadro intitolato ‘No Love’: “rappresenta un cuore che invece di trasmettere sentimento puro e passione che dovrebbe alimentarlo, comunica solo aberrazioni sessuali che lo sviliscono del tutto. Le stesse espresse dalle immagini del video”. Per questa ragione, la stanza in cui queste opere sono collocate non è visitabile dai minori.

Leit motif della mostra è il toro. “È l’animale che ritengo rappresenti di più l’ego, in tutta la sua fragilità”, spiega l’artista. Immagini in cui la pelle scura del bovino, raffigurato immobile prima di attaccare, e poi in corsa disperata contro il toreador, si staglia in uno sfondo di colore rosso vivo, quello del suo sangue, che sta già versando nell’arena come vittima sacrificale. “In questa sezione – aggiunge Patané – si trova in particolare un mio dipinto intitolato ‘Paesillo’. È la stanza antistante l’arena, uno spazio ristrettissimo in cui il toro viene prima innervosito aizzandogli contro altri due tori e praticandogli scariche elettriche e poi semiaccecato dalla vasellina cosparsa sugli occhi, prima di essere gettato nell’arena. Sono stato molto toccato da questa tradizione culturale ancora sacra in Andalusia ma che considero orrida e infame. E sono stato ispirato dallo sguardo penetrante di questa bestia imponente e ansimante, fiera e forse inconsapevole del triste destino al quale solo di rado sfugge”.

Giuseppe Patané dipinge da decenni ma approda ufficialmente al proscenio delle arti figurative solo in tempi recenti. “Il primo di questi quadri sulla tauromachia risale agli anni ’80, l’ultimo l’ho creato tre anni fa”. Un arco temporale in cui ha prodotto tanti altri dipinti dalle tematiche diverse, ma tutti accomunati dalla finalità di denuncia sociale.

Artista ‘inconsapevole’ Patanè, almeno fino a quando Vittorio Sgarbi e Giorgio Gregorio Grasso nel 2014 si presentano grazie all’amica e curatrice Carmen Bellalba a casa sua, una splendida dimora vicino Riposto per discutere dei locali in cui allestire un vernissage.

A colpirli è uno di quei quadri sulla tauromachia. “Inizialmente non ho detto di essere l’autore, quasi mi vergognavo di quel dipinto, prodotto di getto, senza pennello ma con le mani. Quando alla fine l’ho ammesso mi annunciarono subito che da quel momento avrei fatto parte della loro scuderia. Al punto da vedere esposto di lì a poco quel quadro in una mostra nel castello di Torre Archirafi.

“A quella mostra arrivò anche Franco Battiato che restò così ipnotizzato da quel toro che lo volle acquistare subito per 10mila euro, senza però riuscirci, perché rifiutò di firmare una liberatoria che Sgarbi e Grasso pretesero per consentire di esporre il quadro in altri siti. “Una cifra spropositata per me che mi consideravo pittore per diletto – confessa Patanè – e da quel momento, a detta dei due critici, addirittura nel novero europeo degli espressionisti contemporanei”.

Alla fine quel quadro è stato esposto all’Expo di Milano e successivamente venduto per 40mila euro a un investitore russo che invece la liberatoria la firmò. Poi un crescendo continuo fino alla Biennale di Venezia. “Ma io mi sento ancora fondamentalmente un creatore di vetrine di moda – dice – Un lavoro, quello, che si esegue con le mani: le prime e le ultime antenne della ragione”.

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