Che emozione le immersioni con Tusa

Antonio Schembri, giornalista e sub, racconta il fascino di quell’esperienza. “Anche in immersione, il professore comunicava a gesti l’emozione legata al tempo delle navi romane nel Mediterraneo”

di Antonio Schembri

“È un enorme e misterioso museo, il Mare Nostrum”. Un concetto che per Sebastiano Tusa è stato un obiettivo programmatico già raggiunto con l’istituzione di ben 23 itinerari archeologici subacquei istituiti dalla sua Soprintendenza del Mare; ma da ampliare ancora.

Insisteva a affermarlo a ogni occasione utile, anche in occasione di qualche immersione che ho avuto la possibilità di condividere con lui. Uno di questi tuffi fu a Ustica nel 2003, quando nel corso della rassegna delle attività subacquee più antica del mondo, venne inaugurato il primo percorso archeologico lungo i fondali sotto il faro di Punta Gavazzi: una allegra e un po’ confusionaria cordata di subacquei composta da giornalisti come me, biologi marini, sommozzatori dei carabinieri e capitanata proprio da lui e da Daniel Mercier, il responsabile delle immagini sottomarine dello staff dello Calypso, la nave laboratorio con cui il comandante Jacques-Yves Cousteau avviò l’epopea della documentaristica sul Mondo del Silenzio.

Tra colonne di bolle si sorvolarono gli oggetti posizionati sui gradoni rocciosi a una ventina di metri di profondità. Indimenticabile l’interesse suscitato dall’accostarsi a anfore e ceppi d’ancora con tanto di descrizioni su tabelle plastificate, scritte proprio da Sebastiano Tusa. Anche in immersione, il professore comunicava a gesti il fascino legato al tempo dei traffici delle navi onerarie romane nel Mediterraneo.

Ma ricordo soprattutto un’altra occasione, appena fresco di primo brevetto, avvenuta alla fine degli anni ’90 sulla Secca della Formica, al largo di Porticello. Con l’amico comune Alfonso Santoro, uno dei subacquei più noti in Sicilia, Tusa volle farsi portare giù a visionare il ceppo d’ancora rinvenuto dallo stesso Santoro qualche giorno prima a 50 metri di profondità sul versante nord-ovest del terzo scoglio della secca: proprio dove comincia a distendersi una rara colonia di corallo nero, oggi ampliatasi in maniera sorprendente. Non essendo allora abilitato a raggiungere quella profondità, fermandomi a pinneggiare a circa venti metri sotto la superficie, potei solo veder scomparire nel blu il gruppetto di subacquei con Tusa e Santoro. A fine immersione, una volta a bordo e liberati da bombole e zavorra, il resoconto: l’archeologo traboccava entusiasmo, non solo perché quello era stato per lui il tuffo più profondo mai effettuato, concluso con una lunga decompressione prima di riemergere, ma soprattutto perché quel ceppo d’ancora era senza alcun dubbio d’epoca romana. Ragion per cui – come disse emozionato – bisognava sbrigarsi a fare in modo di mettere sotto tutela il sito della Formica.

Un provvedimento che arrivò a neanche una settimana da quella immersione, emanato dalla Capitaneria di Porto di Porticello in ragione della rilevanza biologica e, appunto, archeologica di quella piccola area marina. Grazie a quell’ordinanza furono interdetti sia l’ancoraggio sia ogni attività di pesca fino a 150 metri dal punto affiorante della secca. Col risultato di consegnare agli appassionati della subacquea il sito più emozionante dell’intera costiera settentrionale della Sicilia, dove oggi branchi di grossi pesci pelagici scorrazzano in scenari di acqua in genere molto limpida. E dove è successo ancora di reperire altri oggetti di probabile valore storico.

Del resto – diceva l’archeologo – “su questa secca si sono schiantate molte navi antiche e visto che ci troviamo a un miglio dal Monte Catalfano e le rovine di Solunto, c’è da aspettarsi tante altre sorprese”. Dentro la sua muta Tusa l’ho rivisto altre volte sul tubolare del gommone di Fofò Santoro, mischiato a tanti altri diportisti della subacquea.

Antonio Schembri, giornalista e sub, racconta il fascino di quell’esperienza. “Anche in immersione, il professore comunicava a gesti l’emozione legata al tempo delle navi romane nel Mediterraneo”

di Antonio Schembri

“È un enorme e misterioso museo, il Mare Nostrum”. Un concetto che per Sebastiano Tusa è stato un obiettivo programmatico già raggiunto con l’istituzione di ben 23 itinerari archeologici subacquei istituiti dalla sua Soprintendenza del Mare; ma da ampliare ancora.

Insisteva a affermarlo a ogni occasione utile, anche in occasione di qualche immersione che ho avuto la possibilità di condividere con lui. Uno di questi tuffi fu a Ustica nel 2003, quando nel corso della rassegna delle attività subacquee più antica del mondo, venne inaugurato il primo percorso archeologico lungo i fondali sotto il faro di Punta Gavazzi: una allegra e un po’ confusionaria cordata di subacquei composta da giornalisti come me, biologi marini, sommozzatori dei carabinieri e capitanata proprio da lui e da Daniel Mercier, il responsabile delle immagini sottomarine dello staff dello Calypso, la nave laboratorio con cui il comandante Jacques-Yves Cousteau avviò l’epopea della documentaristica sul Mondo del Silenzio.

Tra colonne di bolle si sorvolarono gli oggetti posizionati sui gradoni rocciosi a una ventina di metri di profondità. Indimenticabile l’interesse suscitato dall’accostarsi a anfore e ceppi d’ancora con tanto di descrizioni su tabelle plastificate, scritte proprio da Sebastiano Tusa. Anche in immersione, il professore comunicava a gesti il fascino legato al tempo dei traffici delle navi onerarie romane nel Mediterraneo.

Ma ricordo soprattutto un’altra occasione, appena fresco di primo brevetto, avvenuta alla fine degli anni ’90 sulla Secca della Formica, al largo di Porticello. Con l’amico comune Alfonso Santoro, uno dei subacquei più noti in Sicilia, Tusa volle farsi portare giù a visionare il ceppo d’ancora rinvenuto dallo stesso Santoro qualche giorno prima a 50 metri di profondità sul versante nord-ovest del terzo scoglio della secca: proprio dove comincia a distendersi una rara colonia di corallo nero, oggi ampliatasi in maniera sorprendente. Non essendo allora abilitato a raggiungere quella profondità, fermandomi a pinneggiare a circa venti metri sotto la superficie, potei solo veder scomparire nel blu il gruppetto di subacquei con Tusa e Santoro. A fine immersione, una volta a bordo e liberati da bombole e zavorra, il resoconto: l’archeologo traboccava entusiasmo, non solo perché quello era stato per lui il tuffo più profondo mai effettuato, concluso con una lunga decompressione prima di riemergere, ma soprattutto perché quel ceppo d’ancora era senza alcun dubbio d’epoca romana. Ragion per cui – come disse emozionato – bisognava sbrigarsi a fare in modo di mettere sotto tutela il sito della Formica.

Un provvedimento che arrivò a neanche una settimana da quella immersione, emanato dalla Capitaneria di Porto di Porticello in ragione della rilevanza biologica e, appunto, archeologica di quella piccola area marina. Grazie a quell’ordinanza furono interdetti sia l’ancoraggio sia ogni attività di pesca fino a 150 metri dal punto affiorante della secca. Col risultato di consegnare agli appassionati della subacquea il sito più emozionante dell’intera costiera settentrionale della Sicilia, dove oggi branchi di grossi pesci pelagici scorrazzano in scenari di acqua in genere molto limpida. E dove è successo ancora di reperire altri oggetti di probabile valore storico.

Del resto – diceva l’archeologo – “su questa secca si sono schiantate molte navi antiche e visto che ci troviamo a un miglio dal Monte Catalfano e le rovine di Solunto, c’è da aspettarsi tante altre sorprese”. Dentro la sua muta Tusa l’ho rivisto altre volte sul tubolare del gommone di Fofò Santoro, mischiato a tanti altri diportisti della subacquea.

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Il contemporaneo in mostra tra ego e denuncia

A Palermo, a Palazzo Ajutamicristo, l’esposizione ’10’ dell’artista catanese Giuseppe Patané scandaglia i limiti della società odierna. Un talento emerso per caso, grazie a un sopralluogo di Sgarbi e Grasso in Sicilia

di Antonio Schembri

Un obelisco composto da 5 fantocci che a prima vista sembra evocare, sebbene in proporzioni ridotte, i ‘castells’, le folkloristiche torri umane della Catalogna, ma che in realtà fotografa tutt’altro che valentia ostentata per divertimento. Poco distante, un dipinto di fronte a un grande schermo con immagini in movimento, entrambi dai contenuti scabrosi. Infine, decine di quadri dedicati alla tauromachìa, con il toro, animale simbolo della forza assoluta, ma costretto a soffrire e a soccombere a causa della crudeltà cruenta e volgare della corrida.
Ruota su queste tre sezioni narrative ‘10’, titolo della mostra dell’artista catanese Giuseppe Patané, allestita a Palermo nel cinquecentesco Palazzo Ajutamicristo fino al 31 gennaio. Uno degli appuntamenti con cui il capoluogo siciliano ha concluso la sua fitta annata di capitale della cultura d’Italia.

Per Patané, che arriva dal mondo della moda dove a lungo ha lavorato come vetrinista e fashion designer tra Milano e Parigi per la maison di Pierre Cardin (dove negli anni ’80 è stato anche direttore creativo) – dieci non indica solo un numero, ma anche un pronome personale. “Ho scelto di intitolare così questa mia esposizione – spiega – perché il primo numero a due cifre – quello più completo e rassicurante, quello che evoca i Comandamenti e il massimo voto nella valutazione scolastica – si può leggere anche come ‘Io’: quindi ego, vanità, sopraffazione. Ovvero il fattore determinante della distruttività umana. Lo scopo di queste mie opere è recuperare la simbologia costruttiva del 10 e allo stesso tempo denunciare, dire con forza ‘basta’ alla china rovinosa imboccata dalla società contemporanea: confusa, contraddittoria, violenta, nella quale tutti siamo colpevoli e partecipi”.

Patané, che dipinge ‘a piena mano’, usando cioè direttamente palmi e dita, offre più dettagli della sua narrazione: “L’installazione della torre umana evoca una struttura dominata dall’egoismo manifestato in diversi strati sociali. La prima delle cinque persone è distesa per terra: si tratta di un prete, vestito della sua casula, che afferra con le mani le caviglie di un uomo all’impiedi, elegantemente vestito, identificabile come un businessman o un politico. Questo regge sulle spalle un altro uomo comune, molto diverso da lui, che, a sua volta, porta sulle proprie spalle una donna, piegata, in bilico, anche perché schiacciata dal peso dell’ultimo componente della piramide umana: un giovane che, incurante e arrogante, scrive su un muro ‘Io’. Questa colonna pericolosamente barcollante è per me la società in cui oggi viviamo, spesso anestetizzati”.

Un messaggio che arriva e stordisce anche attraverso le immagini crude del quadro intitolato ‘No Love’: “rappresenta un cuore che invece di trasmettere sentimento puro e passione che dovrebbe alimentarlo, comunica solo aberrazioni sessuali che lo sviliscono del tutto. Le stesse espresse dalle immagini del video”. Per questa ragione, la stanza in cui queste opere sono collocate non è visitabile dai minori.

Leit motif della mostra è il toro. “È l’animale che ritengo rappresenti di più l’ego, in tutta la sua fragilità”, spiega l’artista. Immagini in cui la pelle scura del bovino, raffigurato immobile prima di attaccare, e poi in corsa disperata contro il toreador, si staglia in uno sfondo di colore rosso vivo, quello del suo sangue, che sta già versando nell’arena come vittima sacrificale.

“In questa sezione – aggiunge Patané – si trova in particolare un mio dipinto intitolato ‘Paesillo’. È la stanza antistante l’arena, uno spazio ristrettissimo in cui il toro viene prima innervosito aizzandogli contro altri due tori e praticandogli scariche elettriche e poi semiaccecato dalla vasellina cosparsa sugli occhi, prima di essere gettato nell’arena. Sono stato molto toccato da questa tradizione culturale ancora sacra in Andalusia ma che considero orrida e infame. E sono stato ispirato dallo sguardo penetrante di questa bestia imponente e ansimante, fiera e forse inconsapevole del triste destino al quale solo di rado sfugge”.

Giuseppe Patané dipinge da decenni ma approda ufficialmente al proscenio delle arti figurative solo in tempi recenti. “Il primo di questi quadri sulla tauromachia risale agli anni ’80, l’ultimo l’ho creato tre anni fa”. Un arco temporale in cui ha prodotto tanti altri dipinti dalle tematiche diverse, ma tutti accomunati dalla finalità di denuncia sociale.

Artista ‘inconsapevole’ Patanè, almeno fino a quando Vittorio Sgarbi e Giorgio Gregorio Grasso nel 2014 si presentano grazie all’amica e curatrice Carmen Bellalba a casa sua, una splendida dimora vicino Riposto per discutere dei locali in cui allestire un vernissage.

A colpirli è uno di quei quadri sulla tauromachia. “Inizialmente non ho detto di essere l’autore, quasi mi vergognavo di quel dipinto, prodotto di getto, senza pennello ma con le mani. Quando alla fine l’ho ammesso mi annunciarono subito che da quel momento avrei fatto parte della loro scuderia. Al punto da vedere esposto di lì a poco quel quadro in una mostra nel castello di Torre Archirafi.

“A quella mostra arrivò anche Franco Battiato che restò così ipnotizzato da quel toro che lo volle acquistare subito per 10mila euro, senza però riuscirci, perché rifiutò di firmare una liberatoria che Sgarbi e Grasso pretesero per consentire di esporre il quadro in altri siti. “Una cifra spropositata per me che mi consideravo pittore per diletto – confessa Patanè – e da quel momento, a detta dei due critici, addirittura nel novero europeo degli espressionisti contemporanei”.

Alla fine quel quadro è stato esposto all’Expo di Milano e successivamente venduto per 40mila euro a un investitore russo che invece la liberatoria la firmò. Poi un crescendo continuo fino alla Biennale di Venezia. “Ma io mi sento ancora fondamentalmente un creatore di vetrine di moda – dice – Un lavoro, quello, che si esegue con le mani: le prime e le ultime antenne della ragione”.

A Palermo, a Palazzo Ajutamicristo, l’esposizione ’10’ dell’artista catanese Giuseppe Patané scandaglia i limiti della società odierna. Un talento emerso per caso, grazie a un sopralluogo di Sgarbi e Grasso in Sicilia

di Antonio Schembri

Un obelisco composto da 5 fantocci che a prima vista sembra evocare, sebbene in proporzioni ridotte, i ‘castells’, le folkloristiche torri umane della Catalogna, ma che in realtà fotografa tutt’altro che valentia ostentata per divertimento. Poco distante, un dipinto di fronte a un grande schermo con immagini in movimento, entrambi dai contenuti scabrosi. Infine, decine di quadri dedicati alla tauromachìa, con il toro, animale simbolo della forza assoluta, ma costretto a soffrire e a soccombere a causa della crudeltà cruenta e volgare della corrida.

Ruota su queste tre sezioni narrative ‘10’, titolo della mostra dell’artista catanese Giuseppe Patané, allestita a Palermo nel cinquecentesco Palazzo Ajutamicristo fino al 31 gennaio. Uno degli appuntamenti con cui il capoluogo siciliano ha concluso la sua fitta annata di capitale della cultura d’Italia.

Per Patané, che arriva dal mondo della moda dove a lungo ha lavorato come vetrinista e fashion designer tra Milano e Parigi per la maison di Pierre Cardin (dove negli anni ’80 è stato anche direttore creativo) – dieci non indica solo un numero, ma anche un pronome personale.
“Ho scelto di intitolare così questa mia esposizione – spiega – perché il primo numero a due cifre – quello più completo e rassicurante, quello che evoca i Comandamenti e il massimo voto nella valutazione scolastica – si può leggere anche come ‘Io’: quindi ego, vanità, sopraffazione. Ovvero il fattore determinante della distruttività umana. Lo scopo di queste mie opere è recuperare la simbologia costruttiva del 10 e allo stesso tempo denunciare, dire con forza ‘basta’ alla china rovinosa imboccata dalla società contemporanea: confusa, contraddittoria, violenta, nella quale tutti siamo colpevoli e partecipi”.

Patané, che dipinge ‘a piena mano’, usando cioè direttamente palmi e dita, offre più dettagli della sua narrazione: “L’installazione della torre umana evoca una struttura dominata dall’egoismo manifestato in diversi strati sociali. La prima delle cinque persone è distesa per terra: si tratta di un prete, vestito della sua casula, che afferra con le mani le caviglie di un uomo all’impiedi, elegantemente vestito, identificabile come un businessman o un politico. Questo regge sulle spalle un altro uomo comune, molto diverso da lui, che, a sua volta, porta sulle proprie spalle una donna, piegata, in bilico, anche perché schiacciata dal peso dell’ultimo componente della piramide umana: un giovane che, incurante e arrogante, scrive su un muro ‘Io’. Questa colonna pericolosamente barcollante è per me la società in cui oggi viviamo, spesso anestetizzati”.

Un messaggio che arriva e stordisce anche attraverso le immagini crude del quadro intitolato ‘No Love’: “rappresenta un cuore che invece di trasmettere sentimento puro e passione che dovrebbe alimentarlo, comunica solo aberrazioni sessuali che lo sviliscono del tutto. Le stesse espresse dalle immagini del video”. Per questa ragione, la stanza in cui queste opere sono collocate non è visitabile dai minori.

Leit motif della mostra è il toro. “È l’animale che ritengo rappresenti di più l’ego, in tutta la sua fragilità”, spiega l’artista. Immagini in cui la pelle scura del bovino, raffigurato immobile prima di attaccare, e poi in corsa disperata contro il toreador, si staglia in uno sfondo di colore rosso vivo, quello del suo sangue, che sta già versando nell’arena come vittima sacrificale. “In questa sezione – aggiunge Patané – si trova in particolare un mio dipinto intitolato ‘Paesillo’. È la stanza antistante l’arena, uno spazio ristrettissimo in cui il toro viene prima innervosito aizzandogli contro altri due tori e praticandogli scariche elettriche e poi semiaccecato dalla vasellina cosparsa sugli occhi, prima di essere gettato nell’arena. Sono stato molto toccato da questa tradizione culturale ancora sacra in Andalusia ma che considero orrida e infame. E sono stato ispirato dallo sguardo penetrante di questa bestia imponente e ansimante, fiera e forse inconsapevole del triste destino al quale solo di rado sfugge”.

Giuseppe Patané dipinge da decenni ma approda ufficialmente al proscenio delle arti figurative solo in tempi recenti. “Il primo di questi quadri sulla tauromachia risale agli anni ’80, l’ultimo l’ho creato tre anni fa”. Un arco temporale in cui ha prodotto tanti altri dipinti dalle tematiche diverse, ma tutti accomunati dalla finalità di denuncia sociale.

Artista ‘inconsapevole’ Patanè, almeno fino a quando Vittorio Sgarbi e Giorgio Gregorio Grasso nel 2014 si presentano grazie all’amica e curatrice Carmen Bellalba a casa sua, una splendida dimora vicino Riposto per discutere dei locali in cui allestire un vernissage.

A colpirli è uno di quei quadri sulla tauromachia. “Inizialmente non ho detto di essere l’autore, quasi mi vergognavo di quel dipinto, prodotto di getto, senza pennello ma con le mani. Quando alla fine l’ho ammesso mi annunciarono subito che da quel momento avrei fatto parte della loro scuderia. Al punto da vedere esposto di lì a poco quel quadro in una mostra nel castello di Torre Archirafi.

“A quella mostra arrivò anche Franco Battiato che restò così ipnotizzato da quel toro che lo volle acquistare subito per 10mila euro, senza però riuscirci, perché rifiutò di firmare una liberatoria che Sgarbi e Grasso pretesero per consentire di esporre il quadro in altri siti. “Una cifra spropositata per me che mi consideravo pittore per diletto – confessa Patanè – e da quel momento, a detta dei due critici, addirittura nel novero europeo degli espressionisti contemporanei”.

Alla fine quel quadro è stato esposto all’Expo di Milano e successivamente venduto per 40mila euro a un investitore russo che invece la liberatoria la firmò. Poi un crescendo continuo fino alla Biennale di Venezia. “Ma io mi sento ancora fondamentalmente un creatore di vetrine di moda – dice – Un lavoro, quello, che si esegue con le mani: le prime e le ultime antenne della ragione”.

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