La Passione in chiaroscuro negli scatti di Toni Campo

Un viaggio fotografico lungo quattordici stazioni in cui il protagonista assoluto è il dolore. Scene di sofferenza universale e insieme soggettiva in mostra a Comiso

di Alessia Franco

Un percorso aspro e insieme di grande dolcezza e vigore espressivo. Si chiama “The Passion” la mostra fotografica di Toni Campo, allestita fino al 24 aprile al mercato civico di piazza delle Erbe a Comiso.

Seconda stazione

Un viaggio lungo quattordici stazioni in cui il protagonista assoluto è il dolore, in tutte le sue declinazioni di umanità. Negli scatti, Campo non fa nulla per dissimulare la lunga esperienza come fotografo di moda, che lo ha portato su riviste del calibro di Vogue. Esalta, anzi, una profonda tecnica nel ritrarre quei corpi avvolti da tutte le sfumature che passano tra il bianco e il nero, corpi che nella loro dolce e tremenda fisicità denunciano una sofferenza tutta umana.

Quarta stazione

Sarà per questo che nei quadri di questa Passione siciliana non c’è spazio per nessun oggetto: anche la Croce, segno di una sofferenza universale e insieme soggettiva, è sottintesa, mimata, e proprio per questo forse ancora più presente. Così come invisibili e inudibili, eppure eccezionalmente vividi, sono le percosse, il palo a cui il Cristo è legato. Inudibili sono gli insulti: ma chi guarda percepisce il mondo in quello spazio e in quel tempo lontani, quando il cielo si fece livido e la terra pianse.

La forza della mostra di Campo sta proprio nel ricreare archetipi – la madre, il figlio, la vita, la morte – che plasmandosi su corpi veri diventano dolore fisico universale, che si scioglie nel riposo finale del Cristo, avvolto finalmente nel sudario. Da non perdere.

Un viaggio fotografico lungo quattordici stazioni in cui il protagonista assoluto è il dolore. Scene di sofferenza universale e insieme soggettiva in mostra a Comiso

di Alessia Franco

Un percorso aspro e insieme di grande dolcezza e vigore espressivo. Si chiama “The Passion” la mostra fotografica di Toni Campo, allestita fino al 24 aprile al mercato civico di piazza delle Erbe a Comiso.

Seconda stazione

Un viaggio lungo quattordici stazioni in cui il protagonista assoluto è il dolore, in tutte le sue declinazioni di umanità. Negli scatti, Campo non fa nulla per dissimulare la lunga esperienza come fotografo di moda, che lo ha portato su riviste del calibro di Vogue. Esalta, anzi, una profonda tecnica nel ritrarre quei corpi avvolti da tutte le sfumature che passano tra il bianco e il nero, corpi che nella loro dolce e tremenda fisicità denunciano una sofferenza tutta umana.

Quarta stazione

Sarà per questo che nei quadri di questa Passione siciliana non c’è spazio per nessun oggetto: anche la Croce, segno di una sofferenza universale e insieme soggettiva, è sottintesa, mimata, e proprio per questo forse ancora più presente. Così come invisibili e inudibili, eppure eccezionalmente vividi, sono le percosse, il palo a cui il Cristo è legato. Inudibili sono gli insulti: ma chi guarda percepisce il mondo in quello spazio e in quel tempo lontani, quando il cielo si fece livido e la terra pianse.

La forza della mostra di Campo sta proprio nel ricreare archetipi – la madre, il figlio, la vita, la morte – che plasmandosi su corpi veri diventano dolore fisico universale, che si scioglie nel riposo finale del Cristo, avvolto finalmente nel sudario. Da non perdere.

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Palermo avanguardia della danza contemporanea

Tutto pronto per il festival ConFormazioni, cinque giorni di spettacoli itineranti, incontri e workshop con artisti provenienti da tutta Italia e da Grecia, Spagna, Belgio e Francia

di Alessia Franco

Far diventare Palermo, e la Sicilia tutta, un polo d’eccellenza per la danza e i linguaggi contemporanei. Una vera e propria missione, quella del festival ConFormazioni, promosso da Muxarte, diretto da Giuseppe Muscarello e arrivato alla terza edizione. Cinque giorni di spettacoli, dal 24 al 28 aprile, ma anche di incontri e di workshop per un festival itinerante, che ha ricevuto il sostegno del ministero per i Beni e le attività culturali e la collaborazione del Comune di Palermo, Teatro Massimo, Spazio Franco, Cre.Zi Plus e museo archeologico Salinas.

“Un modo per aprire il territorio alle arti performative – dice Giuseppe Muscarello – ma anche per ribadire con decisione la necessità di costruzione di un dialogo indispensabile, soprattutto oggi. La danza diventa cioè linguaggio capace di interpretare la forza e insieme la fragilità dell’umano: è il paradigma di questa edizione”.

Un’edizione “nomade”, dunque, in cui gli spettacoli si terranno al Teatro Massimo, al Salinas, allo Spazio Franco, al Cre.Zi Plus e alla Sala Perriera dei Cantieri culturali alla Zisa e che accoglierà artisti provenienti da tutta Italia e da Grecia, Spagna, Belgio, Francia. “Vogliamo – continua il direttore artistico – che il festival intercetti anche i turisti che si troveranno in città in occasione del 25 aprile. Molti coreografi saranno in scena, e questo renderà ancora più preziose le performance”.

Abbondanza/Bertoni, Collettivo Cinetico, Daniele Ninarello, Luna Cenere e Davide Valrosso, e ancora Natiscalzi DT e Simona Argentieri. Quattro saranno invece gli artisti stranieri, con due prime nazionali: ad aprire il festival sarà il francese Alexandre Fandard, seguito dal coreografo spagnolo Diego Sinniger. Chiuderanno l’ultima giornata i danzatori greci Martha Pasakopoulou e Aris Papadopoulos e, dal Belgio, la coreografa Karine Ponties della compagnia Dame De Pic, con uno spettacolo al confine tra teatro e danza. Ammesso che questo confine sia mai esistito.

Tutto pronto per il festival ConFormazioni, cinque giorni di spettacoli itineranti, incontri e workshop con artisti provenienti da tutta Italia e da Grecia, Spagna, Belgio e Francia

di Alessia Franco

Far diventare Palermo, e la Sicilia tutta, un polo d’eccellenza per la danza e i linguaggi contemporanei. Una vera e propria missione, quella del festival ConFormazioni, promosso da Muxarte, diretto da Giuseppe Muscarello e arrivato alla terza edizione. Cinque giorni di spettacoli, dal 24 al 28 aprile, ma anche di incontri e di workshop per un festival itinerante, che ha ricevuto il sostegno del ministero per i Beni e le attività culturali e la collaborazione del Comune di Palermo, Teatro Massimo, Spazio Franco, Cre.Zi Plus e museo archeologico Salinas.

“Un modo per aprire il territorio alle arti performative – dice Giuseppe Muscarello – ma anche per ribadire con decisione la necessità di costruzione di un dialogo indispensabile, soprattutto oggi. La danza diventa cioè linguaggio capace di interpretare la forza e insieme la fragilità dell’umano: è il paradigma di questa edizione”.

Un’edizione “nomade”, dunque, in cui gli spettacoli si terranno al Teatro Massimo, al Salinas, allo Spazio Franco, al Cre.Zi Plus e alla Sala Perriera dei Cantieri culturali alla Zisa e che accoglierà artisti provenienti da tutta Italia e da Grecia, Spagna, Belgio, Francia. “Vogliamo – continua il direttore artistico – che il festival intercetti anche i turisti che si troveranno in città in occasione del 25 aprile. Molti coreografi saranno in scena, e questo renderà ancora più preziose le performance”.

In programma lavori di compagnie storiche ma anche giovani formazioni attente ai linguaggi contemporanei: Abbondanza/Bertoni, Collettivo Cinetico, Daniele Ninarello, Luna Cenere e Davide Valrosso, e ancora Natiscalzi DT e Simona Argentieri. Quattro saranno invece gli artisti stranieri, con due prime nazionali: ad aprire il festival sarà il francese Alexandre Fandard, seguito dal coreografo spagnolo Diego Sinniger. Chiuderanno l’ultima giornata i danzatori greci Martha Pasakopoulou e Aris Papadopoulos e, dal Belgio, la coreografa Karine Ponties della compagnia Dame De Pic, con uno spettacolo al confine tra teatro e danza. Ammesso che questo confine sia mai esistito.

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Bellezze siciliane in vetrina dopo il restyling

Un tour di due giorni rivolto a “travel blogger” provenienti da tutta Italia, alla scoperta dei fiori all’occhiello di Siracusa e Taormina

di Alessia Franco

Un’esperienza che non dimenticheranno facilmente, quella dei blogger che da tutta Italia si sono dati appuntamento in Sicilia orientale, alla scoperta di Siracusa e Taormina. Un tour di due giorni, quello dal 15 al 16 febbraio – organizzato dall’assessorato regionale dei Beni Culturali, diretto da Sebastiano Tusa, e dalla società di servizi aggiuntivi Aditus – essenzialmente rivolto a loro, proprio perché sempre più spesso una parte consistente di nuovi viaggiatori preferisce affidarsi a racconti piuttosto che ai consigli e ai “pacchetti” dell’agenzia sotto casa.

Il Museo Paolo Orsi di Siracusa

“Volevamo mostrare la straordinarietà di alcuni luoghi di cui gestiamo le biglietterie – dice Andrea Benedino, amministratore delegato della società – e allo stesso tempo dimostrare come i servizi aggiuntivi siano fondamentali nella fruizione di un sito. Tutto questo senza intermediari, attraverso l’esperienza diretta dei blogger. Non è un caso che ci siamo rivolti principalmente ai canali digitali: fino all’anno scorso – continua Benedino – era impossibile fare lo sbigliettamento online in questi siti”.

A “rifarsi il trucco” sono stati il parco archeologico della Neapolis, il museo archeologico regionale Paolo Orsi e la galleria regionale di palazzo Bellomo a Siracusa, mentre a Taormina il teatro antico e il museo e area archeologica di Naxos. Gli interventi riguardano essenzialmente le nuova segnaletica interna ed esterna (al teatro di Taormina, ma si sta lavorando anche su Naxos e Neapolis) in modo da rispondere essenzialmente a tre requisiti: chiarezza, resistenza alle intemperie e senso estetico.

La Tomba di Archimede a Siracusa

E poi ci sono le caffetterie, con un passato spesso piuttosto pesante da scontare, in cui erano luoghi di transito anche piuttosto veloce, di rapido consumo di prodotti scadenti. “I nostri ospiti hanno assaggiato i loro primi cannoli proprio nella caffetteria della Neapolis – dice Bendino – che ha anche ospitato la prima cena del tour. La caffetteria diventa vetrina del territorio, con un’attenzione molto forte alla filiera corta e ai prodotti locali”.

In ultimo, nuovo look anche per le biglietterie: quella del teatro antico di Taormina sarà sostituita e al suo posto arriverà una struttura più funzionale, insieme a una seconda biglietteria, per eliminare o sfoltire le code d’ingresso. Blogger e giornalisti hanno potuto godere di una chicca nella loro due giorni: la visita degli interni del castello Maniace. Chissà che cosa racconteranno di questa Sicilia orientale che riparte dalla qualità, e che hanno visto, sentito e assaggiato.

Un tour di due giorni rivolto a “travel blogger” provenienti da tutta Italia, alla scoperta dei fiori all’occhiello di Siracusa e Taormina

di Alessia Franco

Un’esperienza che non dimenticheranno facilmente, quella dei blogger che da tutta Italia si sono dati appuntamento in Sicilia orientale, alla scoperta di Siracusa e Taormina. Un tour di due giorni, quello dal 15 al 16 febbraio – organizzato dall’assessorato regionale dei Beni Culturali, diretto da Sebastiano Tusa, e dalla società di servizi aggiuntivi Aditus – essenzialmente rivolto a loro, proprio perché sempre più spesso una parte consistente di nuovi viaggiatori preferisce affidarsi a racconti piuttosto che ai consigli e ai “pacchetti” dell’agenzia sotto casa.

Il Museo Paolo Orsi di Siracusa

“Volevamo mostrare la straordinarietà di alcuni luoghi di cui gestiamo le biglietterie – dice Andrea Benedino, amministratore delegato della società – e allo stesso tempo dimostrare come i servizi aggiuntivi siano fondamentali nella fruizione di un sito. Tutto questo senza intermediari, attraverso l’esperienza diretta dei blogger. Non è un caso che ci siamo rivolti principalmente ai canali digitali: fino all’anno scorso – continua Benedino – era impossibile fare lo sbigliettamento online in questi siti”.

A “rifarsi il trucco” sono stati il parco archeologico della Neapolis, il museo archeologico regionale Paolo Orsi e la galleria regionale di palazzo Bellomo a Siracusa, mentre a Taormina il teatro antico e il museo e area archeologica di Naxos. Gli interventi riguardano essenzialmente le nuova segnaletica interna ed esterna (al teatro di Taormina, ma si sta lavorando anche su Naxos e Neapolis) in modo da rispondere essenzialmente a tre requisiti: chiarezza, resistenza alle intemperie e senso estetico.

La Tomba di Archimede a Siracusa

E poi ci sono le caffetterie, con un passato spesso piuttosto pesante da scontare, in cui erano luoghi di transito anche piuttosto veloce, di rapido consumo di prodotti scadenti. “I nostri ospiti hanno assaggiato i loro primi cannoli proprio nella caffetteria della Neapolis – dice Bendino – che ha anche ospitato la prima cena del tour. La caffetteria diventa vetrina del territorio, con un’attenzione molto forte alla filiera corta e ai prodotti locali”.

In ultimo, nuovo look anche per le biglietterie: quella del teatro antico di Taormina sarà sostituita e al suo posto arriverà una struttura più funzionale, insieme a una seconda biglietteria, per eliminare o sfoltire le code d’ingresso. Blogger e giornalisti hanno potuto godere di una chicca nella loro due giorni: la visita degli interni del castello Maniace. Chissà che cosa racconteranno di questa Sicilia orientale che riparte dalla qualità, e che hanno visto, sentito e assaggiato.

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Scene da un naufragio, Danisinni diventa teatro

Prova aperta del laboratorio sociale condotto da Gigi Borruso. È la storia del naufragio del 25 dicembre 1996, in cui morirono centinaia di migranti

di Alessia Franco

Anpalagan Ganeshu. È un nome difficile da tenere a mente, per quella serie di sillabe che si succedono senza che si riesca a dare loro un senso compiuto. Una filastrocca senza senso, ecco quello che sembra: non il nome di un giovane di 17 anni. A ricordarlo è stato il mare, che ha restituito a distanza di anni la sua carta d’identità e ha trattenuto il suo corpo, annegato in un naufragio a lungo negato.

Prove dello spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”

Da questa storia – insieme di ricerca della verità e di caparbietà – prende le mosse lo spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”, con la drammaturgia di Gigi Borruso, in scena questo pomeriggio alle 17.30 (anche domenica, allo stesso orario), all’interno dello Chapiteau di piazza Danisinni, a Palermo. Più che uno spettacolo, chiarisce Gigi Borruso, si tratta di una prova aperta del neonato DanisinniLab, laboratorio di teatro diretto dal regista palermitano con la collaborazione di Stefania Blandeburgo e nato da un’idea del museo sociale Danisinni e del Teatro Biondo, con la collaborazione del Comune di Palermo.

“Avevo incrociato questa storia diversi anni fa – spiega il regista – e non sono nuovo a lavori sull’emigrazione. Ho proposto al gruppo varie ipotesi di lavoro per la nostra prima uscita all’esterno. Tutti si sono innamorati di questa storia a lungo nascosta. La funzione del teatro è proprio questa: aprirsi all’altro, incontrarlo, venire a contatto con realtà spesso molto distanti da noi. In questo senso posso dire di lavorare con un gruppo molto valido, che accetta le sfide”.

Quello di DanisinniLab è un progetto di inclusione sociale che ha dato vita a un gruppo di venti persone abbastanza variegato: ci sono i disoccupati, ma anche chi si occupa di volontariato e gli studenti. Scene e costumi sono stati curati da Giulia Costumati e Alessandra Guagliardito, studentesse del corso di scenografia dell’Accademia di Belle Arti, guidate da Valentina Console. I disegni usati per la grafica e per le proiezioni sono stati realizzati da Enzo Patti, pittore asemico tra i fondatori del museo sociale Danisinni.

Un momento del laboratorio teatrale

La storia portata in scena racconta del naufragio, la notte del 25 dicembre 1996, della nave Yohan, che nel mare in burrasca trasbordò sul barcone maltese F174 più di trecento migranti di varie nazionalità: naufragarono pochi minuti dopo, a circa 20 miglia da Portopalo di Capo Passero (Siracusa). “Un dramma – dice Borruso – negato ripetutamente negli anni, nonostante il racconto di superstiti e di pescatori, che continuavano a tirare su con le reti brandelli di corpi e di cose e che non denunciavano per paura del sequestro delle loro imbarcazioni. Finché nel 2001, grazie all’impegno del giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu, e al coraggio di un pescatore, Salvatore Lupo, la vicenda venne finalmente alla luce”.

Il giornalista riuscì a noleggiare un sottomarino e trovò il relitto, a 108 metri di profondità: l’F174, con il suo carico di quasi trecento annegati. In mezzo a loro, di certo, i resti di quel giovane di 17 anni. Solo il mare, anni prima, aveva avuto la pietà di conservarne la memoria.

Prova aperta del laboratorio sociale condotto da Gigi Borruso. È la storia del naufragio del 25 dicembre 1996, in cui morirono centinaia di migranti

di Alessia Franco

Anpalagan Ganeshu. È un nome difficile da tenere a mente, per quella serie di sillabe che si succedono senza che si riesca a dare loro un senso compiuto. Una filastrocca senza senso, ecco quello che sembra: non il nome di un giovane di 17 anni. A ricordarlo è stato il mare, che ha restituito a distanza di anni la sua carta d’identità e ha trattenuto il suo corpo, annegato in un naufragio a lungo negato.

Prove dello spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”

Da questa storia – insieme di ricerca della verità e di caparbietà – prende le mosse lo spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”, con la drammaturgia di Gigi Borruso, in scena questo pomeriggio alle 17.30 (anche domenica, allo stesso orario), all’interno dello Chapiteau di piazza Danisinni, a Palermo. Più che uno spettacolo, chiarisce Gigi Borruso, si tratta di una prova aperta del neonato DanisinniLab, laboratorio di teatro diretto dal regista palermitano con la collaborazione di Stefania Blandeburgo e nato da un’idea del museo sociale Danisinni e del Teatro Biondo, con la collaborazione del Comune di Palermo.

“Avevo incrociato questa storia diversi anni fa – spiega il regista – e non sono nuovo a lavori sull’emigrazione. Ho proposto al gruppo varie ipotesi di lavoro per la nostra prima uscita all’esterno. Tutti si sono innamorati di questa storia a lungo nascosta. La funzione del teatro è proprio questa: aprirsi all’altro, incontrarlo, venire a contatto con realtà spesso molto distanti da noi. In questo senso posso dire di lavorare con un gruppo molto valido, che accetta le sfide”.

Un momento del laboratorio

Quello di DanisinniLab è un progetto di inclusione sociale che ha dato vita a un gruppo di venti persone abbastanza variegato: ci sono i disoccupati, ma anche chi si occupa di volontariato e gli studenti. Scene e costumi sono stati curati da Giulia Costumati e Alessandra Guagliardito, studentesse del corso di scenografia dell’Accademia di Belle Arti, guidate da Valentina Console. I disegni usati per la grafica e per le proiezioni sono stati realizzati da Enzo Patti, pittore asemico tra i fondatori del museo sociale Danisinni.

La storia portata in scena racconta del naufragio, la notte del 25 dicembre 1996, della nave Yohan, che nel mare in burrasca trasbordò sul barcone maltese F174 più di trecento migranti di varie nazionalità: naufragarono pochi minuti dopo, a circa 20 miglia da Portopalo di Capo Passero (Siracusa). “Un dramma – dice Borruso – negato ripetutamente negli anni, nonostante il racconto di superstiti e di pescatori, che continuavano a tirare su con le reti brandelli di corpi e di cose e che non denunciavano per paura del sequestro delle loro imbarcazioni. Finché nel 2001, grazie all’impegno del giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu, e al coraggio di un pescatore, Salvatore Lupo, la vicenda venne finalmente alla luce”.

Il giornalista riuscì a noleggiare un sottomarino e trovò il relitto, a 108 metri di profondità: l’F174, con il suo carico di quasi trecento annegati. In mezzo a loro, di certo, i resti di quel giovane di 17 anni. Solo il mare, anni prima, aveva avuto la pietà di conservarne la memoria.

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Quelle fiabe che conquistano gli adulti

Partito da una ricerca sul racconto, Alberto Nicolino oggi organizza laboratori di narrazione per un pubblico trasversale. E alla Zisa ci sarà un incontro per fare un regalo di natale speciale

di Alessia Franco

Dici fiaba e pensi a mondi incantati, abitati da streghe con pozioni magiche, da fate e da bambini che si perdono nel bosco per poi ritrovarsi – cambiati e spesso anche più ricchi di quando si erano smarriti – sulla strada di casa. Pensi, soprattutto, ai bambini, naturali destinatari della fiaba. O no?
In realtà, la storia non è proprio così: basti pensare ai conte de fée che spopolavano nelle corti francesi (e che quindi erano pensate, scritte e narrate per un pubblico di adulti), ma anche alla funzione del racconto come momento di coesione delle comunità rurali.

Proprio da questo assunto è partito Alberto Nicolino, attore e narratore milanese a cui, più di dieci anni fa, venne in mente di tornare in Sicilia, a Camporeale, la terra dei suoi genitori, per raccogliere le fiabe del luogo dagli anziani. Ne restò totalmente affascinato, e da questa prima iniziativa scaturì un progetto triennale in cui tutta la comunità era coinvolta, giovani compresi.
“Mi sono trasferito in Sicilia perché questo tipo di narrazione mi aveva preso completamente – dice Nicolino – da tempo gravitavo in questo mondo. Ho collaborato molto con la radio svizzera, per cui ho realizzato delle trasmissioni sul racconto rivolte a tutta la famiglia. Poi sono arrivato in Sicilia e pensavo di starci un paio d’anni: ne sono passati quattordici e come vedete sono ancora qua”.

E da ormai sei anni Nicolino organizza con successo laboratori di narrazione di fiabe rivolte ad adulti: in genere genitori, ma anche insegnanti, psicologi, formatori. Un pubblico attento che vuole avvicinarsi al mondo dell’infanzia e imparare le tecniche della narrazione. E che, soprattutto, sa bene che l’equazione fiaba uguale infanzia è davvero troppo semplicistica.

“In questo laboratorio che organizzerò dal 14 al 16 dicembre ai cantieri culturali alla Zisa ho pensato anche a una variante, che può trasformarsi in un regalo di Natale speciale. Chi vorrà – dice il narratore – potrà presentarmi un racconto su cui lavorare che “confezioneremo” insieme, in modo da trasformarlo in un dono da destinare a una o più persone”.

Un dono di Natale decisamente fuori dal comune, che però ha moltissimi pregi: l’originalità innanzi tutto. E poi l’importanza di regalare del tempo da passare insieme e di donare qualcosa che non sia soggetto all’usura. Anzi: la storia, più si racconta e più diventa bella.

Partito da una ricerca sul racconto, Alberto Nicolino oggi organizza laboratori di narrazione per un pubblico trasversale. E alla Zisa ci sarà un incontro per fare un regalo di natale speciale

di Alessia Franco

Dici fiaba e pensi a mondi incantati, abitati da streghe con pozioni magiche, da fate e da bambini che si perdono nel bosco per poi ritrovarsi – cambiati e spesso anche più ricchi di quando si erano smarriti – sulla strada di casa. Pensi, soprattutto, ai bambini, naturali destinatari della fiaba. O no?
In realtà, la storia non è proprio così: basti pensare ai conte de fée che spopolavano nelle corti francesi (e che quindi erano pensate, scritte e narrate per un pubblico di adulti), ma anche alla funzione del racconto come momento di coesione delle comunità rurali.

Proprio da questo assunto è partito Alberto Nicolino, attore e narratore milanese a cui, più di dieci anni fa, venne in mente di tornare in Sicilia, a Camporeale, la terra dei suoi genitori, per raccogliere le fiabe del luogo dagli anziani. Ne restò totalmente affascinato, e da questa prima iniziativa scaturì un progetto triennale in cui tutta la comunità era coinvolta, giovani compresi.
“Mi sono trasferito in Sicilia perché questo tipo di narrazione mi aveva preso completamente – dice Nicolino – da tempo gravitavo in questo mondo. Ho collaborato molto con la radio svizzera, per cui ho realizzato delle trasmissioni sul racconto rivolte a tutta la famiglia. Poi sono arrivato in Sicilia e pensavo di starci un paio d’anni: ne sono passati quattordici e come vedete sono ancora qua”.

E da ormai sei anni Nicolino organizza con successo laboratori di narrazione di fiabe rivolte ad adulti: in genere genitori, ma anche insegnanti, psicologi, formatori. Un pubblico attento che vuole avvicinarsi al mondo dell’infanzia e imparare le tecniche della narrazione. E che, soprattutto, sa bene che l’equazione fiaba uguale infanzia è davvero troppo semplicistica.

“In questo laboratorio che organizzerò dal 14 al 16 dicembre ai cantieri culturali alla Zisa ho pensato anche a una variante, che può trasformarsi in un regalo di Natale speciale. Chi vorrà – dice il narratore – potrà presentarmi un racconto su cui lavorare che “confezioneremo” insieme, in modo da trasformarlo in un dono da destinare a una o più persone”.

Un dono di Natale decisamente fuori dal comune, che però ha moltissimi pregi: l’originalità innanzi tutto. E poi l’importanza di regalare del tempo da passare insieme e di donare qualcosa che non sia soggetto all’usura. Anzi: la storia, più si racconta e più diventa bella.

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Istantanee sopra i tetti di Palermo

Dall’incontro tra il celebre fotografo Pucci Scafidi con l’artista Marck Art nasce una mostra che esalta cupole e piazze della città raccontandone bellezza e colori

di Alessia Franco

C’è il fotografo di Palermo: quello che definiresti più il ritrattista di una bellissima e anziana signora che sul corpo ha tracce barocche, gotiche, normanne e che in alcuni periodi storici sembra ringiovanire della propria antica bellezza. E c’è l’artista visionario, nato 37 anni fa a Favara e votato alla musica e alla composizione, riflessivo e acuto, con un rapporto particolare con la malattia che lo fa svoltare quando, colpito da un arresto cardiaco, affronta l’esperienza di coma profondo. Ne esce trasformato, e decide di dedicarsi a un altro tipo di armonia, quella che ha a che fare con l’immagine. Con la visione, appunto.

Dall’incontro tra queste due anime così diverse e così simili – che all’anagrafe sono Pucci Scafidi e Marck Art – nasce la mostra “Sopra i tetti”, che sarà inaugurata domani alle 11.30, nel piano nobile di Palazzo Drago Ajroldi, altra bellezza di Palermo “scoperta” in occasione delle attività della biennale nomade Manifesta. 
In mostra, curata da Celeste Bertolino, trentacinque opere di diverse dimensioni, realizzate con tecnica mista, acrilico su fotografia.

Un gioco complice, fatto di botta e risposta quello dei due artisti, in cui le immagini dall’alto di Scafidi vengono “imbrattate” – nel senso che si darebbe a un’operazione di Pollock – dal tratto gioioso e angelico di Art, che riesce anche a rintracciare senza sforzo, mentre percorre il suo cammino, Picasso e altri grandi, in un percorso che insieme è universale e personale.

Così i tetti, e le cupole, e le piazze e il mare respirano di nuova vita, che non cancella la loro storia, ma la esalta. Un incontro felice, quello tra Pucci Scafidi e Marck Art, che non poteva avvenire se non per immagini. E in aria: “Sopra i tetti” appunto.

Dall’incontro tra il celebre fotografo Pucci Scafidi con l’artista Marck Art nasce una mostra che esalta cupole e piazze della città raccontandone bellezza e colori

di Alessia Franco

C’è il fotografo di Palermo: quello che definiresti più il ritrattista di una bellissima e anziana signora che sul corpo ha tracce barocche, gotiche, normanne e che in alcuni periodi storici sembra ringiovanire della propria antica bellezza. E c’è l’artista visionario, nato 37 anni fa a Favara e votato alla musica e alla composizione, riflessivo e acuto, con un rapporto particolare con la malattia che lo fa svoltare quando, colpito da un arresto cardiaco, affronta l’esperienza di coma profondo. Ne esce trasformato, e decide di dedicarsi a un altro tipo di armonia, quella che ha a che fare con l’immagine. Con la visione, appunto.

Dall’incontro tra queste due anime così diverse e così simili – che all’anagrafe sono Pucci Scafidi e Marck Art – nasce la mostra “Sopra i tetti”, che sarà inaugurata domani alle 11.30, nel piano nobile di Palazzo Drago Ajroldi, altra bellezza di Palermo “scoperta” in occasione delle attività della biennale nomade Manifesta. 
In mostra, curata da Celeste Bertolino, trentacinque opere di diverse dimensioni, realizzate con tecnica mista, acrilico su fotografia.

Un gioco complice, fatto di botta e risposta quello dei due artisti, in cui le immagini dall’alto di Scafidi vengono “imbrattate” – nel senso che si darebbe a un’operazione di Pollock – dal tratto gioioso e angelico di Art, che riesce anche a rintracciare senza sforzo, mentre percorre il suo cammino, Picasso e altri grandi, in un percorso che insieme è universale e personale.

Così i tetti, e le cupole, e le piazze e il mare respirano di nuova vita, che non cancella la loro storia, ma la esalta. Un incontro felice, quello tra Pucci Scafidi e Marck Art, che non poteva avvenire se non per immagini. E in aria: “Sopra i tetti” appunto.

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Quando il cioccolato diventa arte

C’è un museo speciale a Forza D’Agrò, all’interno di un antico convento, dove si svolge un festival all’insegna della dolcezza. Quest’anno giovani chef e studenti realizzeranno nuove ricette e sculture al gusto di cacao

di Alessia Franco

Vivere il cioccolato come un’esperienza a tutto tondo: non solo come alimento, ma come elemento. Da gustare, certo, ma anche da odorare, da toccare, e da ammirare, plasmato com’è in meravigliose e profumatissime opere d’arte.

Questa è la mission del Cioccolart Sicily museum, che si trova nel cinquecentesco convento agostiniano di Forza D’Agrò, in provincia di Messina. E vale la pena spendere due parole su un edificio di grande bellezza, costruito come una piccola ma imponente fortezza, con mura possenti e rinforzate, ed ingresso ad arco in pietra dolomite, in cui i frati si installarono a partire dal 1609. Colpiscono inoltre i colori della struttura, insoliti per i tempi e per la funzione del luogo: colori vivaci con prevalenza del rosso, del grigio e dell’arancione.

Qui, dal 26 al 28 ottobre, prenderà il via l’edizione 2018 del CioccolArt Sicily Festival: il leitmotiv di quest’anno è “Il cioccolato incontra l’arte”. Molto più che una sfida tra maestri cioccolatieri, perché quest’anno la kermesse toccherà i temi dell’accoglienza e della multiculturalità: 25 ragazzi, provenienti da vari Paesi del Mediterraneo, porteranno infatti spezie e prodotti tipici dei Paesi di provenienza. Sapori e odori che gli chef amalgameranno sapientemente per dare nuove sfumature al cioccolato, re incontrastato del festival.

All’appuntamento di Forza D’Agrò collaborerà come in passato l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria con il workshop CioccoScultura, ideato e curato dal Filippo Malice, che in questa edizione, vede anche il coinvolgimento dell’accademia di Belle Arti di Catanzaro. Gli studenti delle due accademie saranno chiamati a realizzare vere e proprie sculture in cioccolato che saranno acquisite dal CioccolArt Sicily Museum per fare parte della collezione in progress di arte contemporanea, “Testimonianze”.

Sempre all’insegna del contemporaneo, un altro evento collaterale da non perdere è la mostra “Segni e materia, un viaggio nel contemporaneo”. Curata da Filippo Malice, è un tributo a Gennaro Cilento, giovane artista napoletano considerato il fondatore della Trip Art e scomparso prematuramente. La rassegna, che apre i battenti oggi e si concluderà domenica 28 ottobre, verrà ospitata alla galleria la Baronia di Forza d’Agrò, sotto la direzione di Roswitha Gruber.

Il messaggio del CioccolArt Sicily Festival, insomma, è inequivocabile. Quello che conta è fare (e sentire) arte, e le materie con cui realizzarla sono pressoché infinite. C’è perfino il cioccolato.

C’è un museo speciale a Forza D’Agrò, all’interno di un antico convento, dove si svolge un festival all’insegna della dolcezza. Quest’anno giovani chef e studenti realizzeranno nuove ricette e sculture al gusto di cacao

di Alessia Franco

Vivere il cioccolato come un’esperienza a tutto tondo: non solo come alimento, ma come elemento. Da gustare, certo, ma anche da odorare, da toccare, e da ammirare, plasmato com’è in meravigliose e profumatissime opere d’arte.

Questa è la mission del Cioccolart Sicily museum, che si trova nel cinquecentesco convento agostiniano di Forza D’Agrò, in provincia di Messina. E vale la pena spendere due parole su un edificio di grande bellezza, costruito come una piccola ma imponente fortezza, con mura possenti e rinforzate, ed ingresso ad arco in pietra dolomite, in cui i frati si installarono a partire dal 1609. Colpiscono inoltre i colori della struttura, insoliti per i tempi e per la funzione del luogo: colori vivaci con prevalenza del rosso, del grigio e dell’arancione.

Qui, dal 26 al 28 ottobre, prenderà il via l’edizione 2018 del CioccolArt Sicily Festival: il leitmotiv di quest’anno è “Il cioccolato incontra l’arte”. Molto più che una sfida tra maestri cioccolatieri, perché quest’anno la kermesse toccherà i temi dell’accoglienza e della multiculturalità: 25 ragazzi, provenienti da vari Paesi del Mediterraneo, porteranno infatti spezie e prodotti tipici dei Paesi di provenienza. Sapori e odori che gli chef amalgameranno sapientemente per dare nuove sfumature al cioccolato, re incontrastato del festival.

All’appuntamento di Forza D’Agrò collaborerà come in passato l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria con il workshop CioccoScultura, ideato e curato dal Filippo Malice, che in questa edizione, vede anche il coinvolgimento dell’accademia di Belle Arti di Catanzaro. Gli studenti delle due accademie saranno chiamati a realizzare vere e proprie sculture in cioccolato che saranno acquisite dal CioccolArt Sicily Museum per fare parte della collezione in progress di arte contemporanea, “Testimonianze”.

Sempre all’insegna del contemporaneo, un altro evento collaterale da non perdere è la mostra “Segni e materia, un viaggio nel contemporaneo”. Curata da Filippo Malice, è un tributo a Gennaro Cilento, giovane artista napoletano considerato il fondatore della Trip Art e scomparso prematuramente. La rassegna, che apre i battenti oggi e si concluderà domenica 28 ottobre, verrà ospitata alla galleria la Baronia di Forza d’Agrò, sotto la direzione di Roswitha Gruber.

Il messaggio del CioccolArt Sicily Festival, insomma, è inequivocabile. Quello che conta è fare (e sentire) arte, e le materie con cui realizzarla sono pressoché infinite. C’è perfino il cioccolato.

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Letterature migranti tra arte, teatro e musica

Linguaggi diversi si intrecceranno nella quarta edizione del festival diretto da Davide Camarrone. Appuntamento dal 17 al 21 ottobre, in alcuni luoghi-simbolo di Palermo

di Alessia Franco

Le letterature sono migranti, oppure non sono. Occorre prenderne coscienza soprattutto in tempi in cui è necessario più che mai essere testimoni del proprio quotidiano e raccontarlo. Il festival delle letterature migranti, diretto dal giornalista e scrittore Davide Camarrone, arriva alla sua quarta edizione e con il preciso intento di raccontare le differenze, i meticciati, le migrazioni.

“In tutti i sensi, anche nel senso fisico del viaggio e del diritto a ricostruire se stessi e la propria vita – dice Camarrone – perché il tempo a volte è una spirale, può avvilupparsi su se stesso”. Narrazione migrante, dunque, a cominciare dai diversi linguaggi che si intrecceranno in questi quattro giorni, dal 17 al 21 ottobre in alcuni luoghi-simbolo di Palermo (teatri, fondazioni, musei) non soltanto letteratura, ma anche arti visive, teatro, cinema e musica. E una migrazione di messaggi non può non passare per i social, mondo migrante per antonomasia, che assume le prospettive e i punti di vista di chi guarda, anche attraverso l’hashtag #raccontailFLM.

La sezione letteratura del festival, curata da Camarrone, è composta da otto scatole narrative, che custodiscono quaranta libri e che daranno il là per una riflessione sul contemporaneo. Le arti visive sono a cura di Agata Polizzi. “Fuga da Europa”: riflessione, provocatoria già dal titolo, su un continente che fatica a riconoscersi, e di conseguenza a rappresentarsi.

Dall’arte al teatro, curato da Giuseppe Cutino, che con il progetto “Il corpo delle storie” ha coinvolto i maggiori palcoscenici cittadini per raccontare come attraverso la messa in scena il messaggio migri continuamente dal testo alla gente, dalla parola scritta e quella parlata, da chi scrive a chi metter on scena e interpreti, in un perenne gioco di rimandi. “Il muto e il fuori campo” è invece il tema della sezione musica e audiovisivi, curata da Dario Oliveri e Andrea Inzerillo, dedicato alla memoria di Claude Lanzmann e del suo Shoah, che verrà messo a confronto con un altro capolavoro del cinema del Novecento, Intolerance, di David Griffith.

Sarà un festival in movimento, quello delle letterature migranti, che ruoterà anche attorno a incontri con “interpreti del nostro tempo” come François Beaune, Paolo Di Stefano, Chen He, Max Lobe, Valeria Luiselli, Nasim Marashi, Tamta Melašvili, Charif Majdalani,Wu Ming 2, Andrea Segre, Adriano Sofri, Vladimir Sorokin e Yanis Varoufakis.

In prospettiva, ma non troppo, anche il progetto di una casa delle letterature, che proprio a Palermo trovi una proprio sede e una propria stabilità. Un luogo in cui ospitare ma anche dare riparo, alle persone come alle parole. Un progetto che è un po’ meno che reale e un po’ più che un sogno, e che verrà presentato il 17 ottobre allo Steri: un luogo di mortificazione, tortura e morte. Ma questo accadeva una volta.

Linguaggi diversi si intrecceranno nella quarta edizione del festival diretto da Davide Camarrone. Appuntamento dal 17 al 21 ottobre, in alcuni luoghi-simbolo di Palermo

di Alessia Franco

Le letterature sono migranti, oppure non sono. Occorre prenderne coscienza soprattutto in tempi in cui è necessario più che mai essere testimoni del proprio quotidiano e raccontarlo. Il festival delle letterature migranti, diretto dal giornalista e scrittore Davide Camarrone, arriva alla sua quarta edizione e con il preciso intento di raccontare le differenze, i meticciati, le migrazioni.

“In tutti i sensi, anche nel senso fisico del viaggio e del diritto a ricostruire se stessi e la propria vita – dice Camarrone – perché il tempo a volte è una spirale, può avvilupparsi su se stesso”. Narrazione migrante, dunque, a cominciare dai diversi linguaggi che si intrecceranno in questi quattro giorni, dal 17 al 21 ottobre in alcuni luoghi-simbolo di Palermo (teatri, fondazioni, musei) non soltanto letteratura, ma anche arti visive, teatro, cinema e musica. E una migrazione di messaggi non può non passare per i social, mondo migrante per antonomasia, che assume le prospettive e i punti di vista di chi guarda, anche attraverso l’hashtag #raccontailFLM.

La sezione letteratura del festival, curata da Camarrone, è composta da otto scatole narrative, che custodiscono quaranta libri e che daranno il là per una riflessione sul contemporaneo. Le arti visive sono a cura di Agata Polizzi. “Fuga da Europa”: riflessione, provocatoria già dal titolo, su un continente che fatica a riconoscersi, e di conseguenza a rappresentarsi.

Dall’arte al teatro, curato da Giuseppe Cutino, che con il progetto “Il corpo delle storie” ha coinvolto i maggiori palcoscenici cittadini per raccontare come attraverso la messa in scena il messaggio migri continuamente dal testo alla gente, dalla parola scritta e quella parlata, da chi scrive a chi metter on scena e interpreti, in un perenne gioco di rimandi. “Il muto e il fuori campo” è invece il tema della sezione musica e audiovisivi, curata da Dario Oliveri e Andrea Inzerillo, dedicato alla memoria di Claude Lanzmann e del suo Shoah, che verrà messo a confronto con un altro capolavoro del cinema del Novecento, Intolerance, di David Griffith.

Sarà un festival in movimento, quello delle letterature migranti, che ruoterà anche attorno a incontri con “interpreti del nostro tempo” come François Beaune, Paolo Di Stefano, Chen He, Max Lobe, Valeria Luiselli, Nasim Marashi, Tamta Melašvili, Charif Majdalani,Wu Ming 2, Andrea Segre, Adriano Sofri, Vladimir Sorokin e Yanis Varoufakis.

In prospettiva, ma non troppo, anche il progetto di una casa delle letterature, che proprio a Palermo trovi una proprio sede e una propria stabilità. Un luogo in cui ospitare ma anche dare riparo, alle persone come alle parole. Un progetto che è un po’ meno che reale e un po’ più che un sogno, e che verrà presentato il 17 ottobre allo Steri: un luogo di mortificazione, tortura e morte. Ma questo accadeva una volta.

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Quei petali di rosa per donna Franca

È un pavimento più unico che raro quello acquistato da Ignazio Florio all’Esposizione universale del 1900 per farne dono alla moglie.

di Alessia Franco

Rimarranno sempre lì, pronti ad accogliere l’immaginazione e le suggestioni di chi può solo immaginare la vita che si conduceva a palazzo Florio. Loro, i petali di rosa che ornano il pavimento della stanza da letto di Donna Franca, sono ancora là, intonsi e freschi, a dispetto di più di un secolo di vita.

Un pavimento quasi più unico che raro, acquistato da Ignazio Florio all’esposizione universale del 1900 per farne dono alla moglie, e di cui si favoleggia esistano soltanto due esemplari oltre a quello palermitano: uno a Napoli e uno a Trieste. La particolarità delle piastrelle che compongono il pavimento sta proprio nel trompe l’oeil, un genere pittorico che induce in chi guarda l’illusione di trovarsi davanti a un oggetto tridimensionale. I petali sembrano poggiati sulle mattonelle (semplicissime, appena orlate di blu e con decorazioni molto sobrie), ora a piccoli gruppi ora invece come fossero stati sparsi a piene mani.


La stanza da letto di Franca Florio non si trova, come forse si sarebbe indotti a pensare, nel villino Florio dell’Olivuzza, ma nella sede del circolo Unione, in via Serradifalco: in zona, ma a una certa distanza. A spiegare il perché è proprio Benedetto Caffarelli, il presidente del circolo fondato nel 1750 con il nome “La conversazione della nobiltà”.

“Sono convinto, e molti come me – dice Caffarelli – che i Florio utilizzassero il cosiddetto villino dell’Olivuzza come una dépendance, per ricevere i numerosi ospiti con cui erano spesso in contatto. Non si spiegherebbe altrimenti la presenza, proprio nel palazzo che ci ospita, della camera da letto con il celebre pavimento. La loro residenza era piuttosto qua – continua Caffarelli – questo edificio doveva fare parte di una tenuta immensa, che includeva anche la villa di viale Regina Margherita che doveva toccare parte di corso Alberto Amedeo, di via Dante, di piazza Principe di Camporeale”.

In effetti molto, in questi ambienti che sembrano cristallizzati nel tempo, sembra riportare alla presenza di quella dinastia che iniziò le sue fortune arrivando a Palermo da Bagnara Calabra. Nella stanza dei petali di rose campeggia un prezioso camino in marmo, con sculture e decori in legno, che tante volte avrà visto riscaldarsi la “Stella d’Italia”: così il Kaiser Guglielmo II chiamava Franca Florio, che in questo antico palazzo aveva i suoi salottini e le sue stanze private. Stanze che custodiscono ancora preziosi pavimenti di legno intarsiato, ricchissimi soffitti decorati in blu e oro, porte il legno e vetro in perfetto stile liberty.

Quella che ora è la sede dell’esclusivo circolo Unione venne acquistata nel 1847 da Vincenzo Florio, che la donò a Ignazio e Franca. Negli anni Venti, in pieno declino economico, la famiglia lo affittò (a patto che l’edificio venisse sottoposto a una puntuale manutenzione) e poi lo vendette a Girolamo Settimo, principe di Fitalia, che nel ’29 lo donò alla Curia. Palazzo Florio diventa allora la sede della congregazione delle figlie di San Giuseppe, che nel 2014 lo danno in affitto al circolo Unione di cui, nel 1908 fu presidente proprio Vincenzo Florio, fratello di Ignazio e inventore della Targa: sembra così che il cerchio si chiuda, e ancora una volta si ha la sensazione che i Florio, e l’immaginario collettivo di cui erano portatori da Palermo non se ne siano mai andati.

Così come i petali della stanza da letto di Donna Franca: sempre freschi e pronti a essere sospinti dal primo alito di vento. Eppure ancora là, tenacemente.

È un pavimento più unico che raro quello acquistato da Ignazio Florio all’Esposizione universale del 1900 per farne dono alla moglie

di Alessia Franco

Rimarranno sempre lì, pronti ad accogliere l’immaginazione e le suggestioni di chi può solo immaginare la vita che si conduceva a palazzo Florio. Loro, i petali di rosa che ornano il pavimento della stanza da letto di Donna Franca, sono ancora là, intonsi e freschi, a dispetto di più di un secolo di vita.

Un pavimento quasi più unico che raro, acquistato da Ignazio Florio all’esposizione universale del 1900 per farne dono alla moglie, e di cui si favoleggia esistano soltanto due esemplari oltre a quello palermitano: uno a Napoli e uno a Trieste. La particolarità delle piastrelle che compongono il pavimento sta proprio nel trompe l’oeil, un genere pittorico che induce in chi guarda l’illusione di trovarsi davanti a un oggetto tridimensionale. I petali sembrano poggiati sulle mattonelle (semplicissime, appena orlate di blu e con decorazioni molto sobrie), ora a piccoli gruppi ora invece come fossero stati sparsi a piene mani.


La stanza da letto di Franca Florio non si trova, come forse si sarebbe indotti a pensare, nel villino Florio dell’Olivuzza, ma nella sede del circolo Unione, in via Serradifalco: in zona, ma a una certa distanza. A spiegare il perché è proprio Benedetto Caffarelli, il presidente del circolo fondato nel 1750 con il nome “La conversazione della nobiltà”.

“Sono convinto, e molti come me – dice Caffarelli – che i Florio utilizzassero il cosiddetto villino dell’Olivuzza come una dépendance, per ricevere i numerosi ospiti con cui erano spesso in contatto. Non si spiegherebbe altrimenti la presenza, proprio nel palazzo che ci ospita, della camera da letto con il celebre pavimento. La loro residenza era piuttosto qua – continua Caffarelli – questo edificio doveva fare parte di una tenuta immensa, che includeva anche la villa di viale Regina Margherita che doveva toccare parte di corso Alberto Amedeo, di via Dante, di piazza Principe di Camporeale”.

In effetti molto, in questi ambienti che sembrano cristallizzati nel tempo, sembra riportare alla presenza di quella dinastia che iniziò le sue fortune arrivando a Palermo da Bagnara Calabra. Nella stanza dei petali di rose campeggia un prezioso camino in marmo, con sculture e decori in legno, che tante volte avrà visto riscaldarsi la “Stella d’Italia”: così il Kaiser Guglielmo II chiamava Franca Florio, che in questo antico palazzo aveva i suoi salottini e le sue stanze private. Stanze che custodiscono ancora preziosi pavimenti di legno intarsiato, ricchissimi soffitti decorati in blu e oro, porte il legno e vetro in perfetto stile liberty.

Quella che ora è la sede dell’esclusivo circolo Unione venne acquistata nel 1847 da Vincenzo Florio, che la donò a Ignazio e Franca. Negli anni Venti, in pieno declino economico, la famiglia lo affittò (a patto che l’edificio venisse sottoposto a una puntuale manutenzione) e poi lo vendette a Girolamo Settimo, principe di Fitalia, che nel ’29 lo donò alla Curia. Palazzo Florio diventa allora la sede della congregazione delle figlie di San Giuseppe, che nel 2014 lo danno in affitto al circolo Unione di cui, nel 1908 fu presidente proprio Vincenzo Florio, fratello di Ignazio e inventore della Targa: sembra così che il cerchio si chiuda, e ancora una volta si ha la sensazione che i Florio, e l’immaginario collettivo di cui erano portatori da Palermo non se ne siano mai andati.

Così come i petali della stanza da letto di Donna Franca: sempre freschi e pronti a essere sospinti dal primo alito di vento. Eppure ancora là, tenacemente.

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