Il tesoro della Cattedrale come non l’avete mai visto

I preziosi ori, argenti e paramenti sacri vengono presentati in un nuovo percorso espositivo. Si potrà ammirare l’antica abside sinistra della chiesa, mai aperta finora

di Alessandra Turrisi

La corona dell’imperatrice torna nei luoghi che usava frequentare all’inizio del 1200. È la calotta coperta di filigrana d’oro e decorata con gemme preziose e perle il pezzo più prezioso del tesoro della Cattedrale di Palermo, che dedica a questo monile realizzato nell’opificio di Palazzo Reale per Costanza d’Aragona, la prima moglie di Federico II, la nuova sala del nuovo allestimento.

Calice e mitra (foto: Salvo Gravano)

La teca espositiva è posta al centro dell’antica abside sinistra dell’edificio normanno, mai aperta fino a questo momento, perché per secoli vietata alla vista da solai e superfetazioni. È questa la scoperta più bella che troveranno i visitatori del percorso che dalla cripta conduce al tesoro, passando dall’abside che il grande restauro in stile neoclassico di Ferdinando Fuga avviato nel 1781 ha tagliato fuori, nascondendola dietro alla cappella del Santissimo Sacramento. Il nuovo percorso espositivo viene presentato oggi alle 18,30 alla presenza, tra gli altri, dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.

Recenti opere di restauro della Soprintendenza ai beni culturali di Palermo e i lavori voluti e finanziati dal parroco della Cattedrale, monsignor Filippo Sarullo, hanno consentito di riscoprire pitture normanne negli archetti di un alto loggiato, riaprire le grandi finestre sulla parete che guarda via dell’Incoronazione, recuperare ed esporre porzioni dell’originale trono normanno e altri reperti dell’epoca a cui risale l’impianto del monumento inserito nell’itinerario arabo-normanno patrimonio dell’Unesco.

Maria Concetta Di Natale, Filippo Sarullo e Lina Bellanca (foto: Salvo Gravano)

“In questo modo si potranno visitare i tetti, la cripta, il tesoro e le absidi dell’epoca normanna senza dover tornare indietro una volta avviato il percorso”, afferma la soprintendente Lina Bellanca. E sarà d’obbligo immergersi nello splendore di calici, reliquiari e ostensori, esposti nelle sale del tesoro dedicate principalmente al culto di Santa Rosalia, la patrona di Palermo, con un filo conduttore pensato dalla curatrice scientifica Maria Concetta Di Natale, che esclama: “Abbiamo svuotato le casseforti della Cattedrale”.

I preziosi ori, argenti e paramenti sacri vengono presentati in un nuovo percorso espositivo. Si potrà ammirare l’antica abside sinistra della chiesa, mai aperta finora

di Alessandra Turrisi

La corona dell’imperatrice torna nei luoghi che usava frequentare all’inizio del 1200. È la calotta coperta di filigrana d’oro e decorata con gemme preziose e perle il pezzo più prezioso del tesoro della Cattedrale di Palermo, che dedica a questo monile realizzato nell’opificio di Palazzo Reale per Costanza d’Aragona, la prima moglie di Federico II, la nuova sala del nuovo allestimento.

Calice e mitra (foto: Salvo Gravano)

La teca espositiva è posta al centro dell’antica abside sinistra dell’edificio normanno, mai aperta fino a questo momento, perché per secoli vietata alla vista da solai e superfetazioni. È questa la scoperta più bella che troveranno i visitatori del percorso che dalla cripta conduce al tesoro, passando dall’abside che il grande restauro in stile neoclassico di Ferdinando Fuga avviato nel 1781 ha tagliato fuori, nascondendola dietro alla cappella del Santissimo Sacramento. Il nuovo percorso espositivo viene presentato oggi alle 18,30 alla presenza, tra gli altri, dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.

Maria Concetta Di Natale, Filippo Sarullo e Lina Bellanca (foto: Salvo Gravano)

Recenti opere di restauro della Soprintendenza ai beni culturali di Palermo e i lavori voluti e finanziati dal parroco della Cattedrale, monsignor Filippo Sarullo, hanno consentito di riscoprire pitture normanne negli archetti di un alto loggiato, riaprire le grandi finestre sulla parete che guarda via dell’Incoronazione, recuperare ed esporre porzioni dell’originale trono normanno e altri reperti dell’epoca a cui risale l’impianto del monumento inserito nell’itinerario arabo-normanno patrimonio dell’Unesco.

“In questo modo si potranno visitare i tetti, la cripta, il tesoro e le absidi dell’epoca normanna senza dover tornare indietro una volta avviato il percorso”, afferma la soprintendente Lina Bellanca. E sarà d’obbligo immergersi nello splendore di calici, reliquiari e ostensori, esposti nelle sale del tesoro dedicate principalmente al culto di Santa Rosalia, la patrona di Palermo, con un filo conduttore pensato dalla curatrice scientifica Maria Concetta Di Natale, che esclama: “Abbiamo svuotato le casseforti della Cattedrale”.

Hai letto questi articoli?

Franzella e Tripi, i pionieri del souvenir

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

Hai letto questi articoli?

Le meraviglie di cera tra argenti e coralli

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

Hai letto questi articoli?

Il cioccolato di Modica alla conquista dell’Igp

Sarà l’unico prodotto dolciario italiano ad avere il riconoscimento. Un successo a lungo agognato, come racconta Ignazio Iacono, proprietario del Caffè dell’arte e custode per il Consorzio di tradizione ed esperienza. La stessa che consigliava di utilizzarlo come medicina naturale a chi era febbricitante…

di Alessandra Turrisi

Dopo undici anni di lotte, sul cioccolato di Modica sta per arrivare il marchio Igp, Indicazione geografica protetta. Un risultato che, al di là della semplice sigla, rappresenta una conquista per tutti quei produttori che hanno fatto grande nel mondo il nome di questa leccornia. Trascorsi tre mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea della domanda di registrazione della Igp, alla data del 7 agosto nessuna obiezione è stata sollevata dagli Stati membri dell’Ue. Dunque, via libera all’inserimento nel registro europeo.

Grande soddisfazione è stata espressa dal direttore del Consorzio tutela cioccolato di Modica, Nino Scivoletto: “Il cioccolato di Modica diventa l’unico prodotto dolciario italiano a potersi fregiare dell’Igp. Esce dai suoi confini regionali ed entra in quelli internazionali, grazie anche all’attività di promozione a cui aderiremo attraverso i fondi stanziati dal Ministero per il 2019″. Un risultato legato alla scomparsa di una donna-simbolo della lotta alla mafia e della diffusione della cultura della legalità e della bellezza della Sicilia, Rita Borsellino, europarlamentare nel 2012, quando a Strasburgo fu approvata la norma che avrebbe aperto le porte al riconoscimento Igp. “La ricorderemo con una apposita iniziativa in occasione della prossima edizione di Chocomodica in programma dal 25 al 28 ottobre” afferma Scivoletto.

Del consorzio fanno parte una ventina di aziende e tante altre chiederanno di essere inserite. Tutto passerà attraverso un’attenta valutazione dell’applicazione del disciplinare di produzione effettuata dagli organismi competenti. Ci sono regole ferree da rispettare perché quel cioccolato leggermente granuloso, aromatizzato in mille modi, venga realizzato secondo i crismi tramandati di padre in figlio. Indispensabile, per esempio, che il profumatissimo “lingotto” con misure standard pesi 100 grammi, suddiviso in sezioni da 25 grammi, che corrispondono alla quantità necessaria per preparare una tazza di cioccolata. La pasta di cacao deve essere lavorata “a freddo”, a una temperatura compresa tra i 35 e i 40°C, che consente ai cristalli di zucchero di sciogliersi solo in parte. 

Risale al 1746 il primo attestato ufficiale di produzione del cioccolato di Modica, al Palazzo Grimaldi. Gli spagnoli appresero dagli Aztechi l’arte della lavorazione delle fave di cacao, ottenendo una pasta che veniva successivamente mescolata a spezie e lavorata su una pietra ricurva chiamata “metate” con uno speciale matterello anch’esso di pietra. Quest’arte venne importata dagli spagnoli nella contea di Modica, dove furono aggiunti lo zucchero e le spezie (vaniglia e cannella) ottenendo così un prodotto nutriente, energetico, ma ricco anche di numerose proprietà medicali.

Ignazio Iacono, proprietario del Caffè dell’arte nel centro di Modica, è componente del direttivo del Consorzio e custode di tradizione ed esperienza. Un’arte appresa sin da ragazzino e poi affinata con perizia, fino a raggiungere risultati importanti, con la lavorazione e il confezionamento di circa 50 quintali di cioccolato all’anno. “Il riconoscimento Igp – afferma – servirà a dare una mossa a tutti coloro che producono il cioccolato onestamente, con competenza, dignità e nel rispetto del disciplinare”. A 75 anni si muove con grande dimestichezza tra gli attrezzi del mestiere ed è una fucina di curiosità: non tutti sanno, per esempio, che la carta che si pone sul tavolo per lavorare in maniera artigianale la materia prima, viene da sempre applicata sul petto febbricitante dei malati, a piccoli quadrati, affinché il cioccolato rimasto, sciogliendosi col calore del corpo, agisca da espettorante e liberi le vie respiratorie.

(Foto di Salvo Gravano)

Sarà l’unico prodotto dolciario italiano ad avere il riconoscimento. Un successo a lungo agognato, come racconta Ignazio Iacono, proprietario del Caffè dell’arte e custode per il Consorzio di tradizione ed esperienza. La stessa che consigliava di utilizzarlo come medicina naturale a chi era febbricitante…

di Alessandra Turrisi

Dopo undici anni di lotte, sul cioccolato di Modica sta per arrivare il marchio Igp, Indicazione geografica protetta. Un risultato che, al di là della semplice sigla, rappresenta una conquista per tutti quei produttori che hanno fatto grande nel mondo il nome di questa leccornia. Trascorsi tre mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea della domanda di registrazione della Igp, alla data del 7 agosto nessuna obiezione è stata sollevata dagli Stati membri dell’Ue. Dunque, via libera all’inserimento nel registro europeo.

Grande soddisfazione è stata espressa dal direttore del Consorzio tutela cioccolato di Modica, Nino Scivoletto: “Il cioccolato di Modica diventa l’unico prodotto dolciario italiano a potersi fregiare dell’Igp. Esce dai suoi confini regionali ed entra in quelli internazionali, grazie anche all’attività di promozione a cui aderiremo attraverso i fondi stanziati dal Ministero per il 2019″. Un risultato legato alla scomparsa di una donna-simbolo della lotta alla mafia e della diffusione della cultura della legalità e della bellezza della Sicilia, Rita Borsellino, europarlamentare nel 2012, quando a Strasburgo fu approvata la norma che avrebbe aperto le porte al riconoscimento Igp. “La ricorderemo con una apposita iniziativa in occasione della prossima edizione di Chocomodica in programma dal 25 al 28 ottobre” afferma Scivoletto.

Del consorzio fanno parte una ventina di aziende e tante altre chiederanno di essere inserite. Tutto passerà attraverso un’attenta valutazione dell’applicazione del disciplinare di produzione effettuata dagli organismi competenti. Ci sono regole ferree da rispettare perché quel cioccolato leggermente granuloso, aromatizzato in mille modi, venga realizzato secondo i crismi tramandati di padre in figlio. Indispensabile, per esempio, che il profumatissimo “lingotto” con misure standard pesi 100 grammi, suddiviso in sezioni da 25 grammi, che corrispondono alla quantità necessaria per preparare una tazza di cioccolata. La pasta di cacao deve essere lavorata “a freddo”, a una temperatura compresa tra i 35 e i 40°C, che consente ai cristalli di zucchero di sciogliersi solo in parte. 

Risale al 1746 il primo attestato ufficiale di produzione del cioccolato di Modica, al Palazzo Grimaldi. Gli spagnoli appresero dagli Aztechi l’arte della lavorazione delle fave di cacao, ottenendo una pasta che veniva successivamente mescolata a spezie e lavorata su una pietra ricurva chiamata “metate” con uno speciale matterello anch’esso di pietra. Quest’arte venne importata dagli spagnoli nella contea di Modica, dove furono aggiunti lo zucchero e le spezie (vaniglia e cannella) ottenendo così un prodotto nutriente, energetico, ma ricco anche di numerose proprietà medicali.

Ignazio Iacono, proprietario del Caffè dell’arte nel centro di Modica, è componente del direttivo del Consorzio e custode di tradizione ed esperienza. Un’arte appresa sin da ragazzino e poi affinata con perizia, fino a raggiungere risultati importanti, con la lavorazione e il confezionamento di circa 50 quintali di cioccolato all’anno. “Il riconoscimento Igp – afferma – servirà a dare una mossa a tutti coloro che producono il cioccolato onestamente, con competenza, dignità e nel rispetto del disciplinare”. A 75 anni si muove con grande dimestichezza tra gli attrezzi del mestiere ed è una fucina di curiosità: non tutti sanno, per esempio, che la carta che si pone sul tavolo per lavorare in maniera artigianale la materia prima, viene da sempre applicata sul petto febbricitante dei malati, a piccoli quadrati, affinché il cioccolato rimasto, sciogliendosi col calore del corpo, agisca da espettorante e liberi le vie respiratorie.

 

(Foto di Salvo Gravano)

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend