Camilleri: vi svelo il più grande tesoro della Sicilia

Un’intervista inedita, rilasciata tre anni fa, dal padre del commissario Montalbano

di Marcello Barbaro

La battuta e la lucidità nell’analisi sono quelle di sempre. Qualche esempio? “Un consiglio ai giovani che vogliono scrivere? Evitino accuratamente le scuole di scrittura”; “la Sicilia nei miei libri è memorabile? In realtà leggo la cronaca che la riguarda e poi la dimentico, altrimenti non sarebbe così memorabile…”.
Insomma è sempre lui, Andrea Camilleri con i suoi oltre 90 anni e il suo commissario Montalbano del quale, ammette, di “essere prigioniero” seppure gli deve molto “perché ha fatto da apripista in tutto il mondo ai romanzi storici”.

Maestro, a più riprese ha affermato di non apprezzare il termine sicilitudine. Preferisce certamente sicilianità…
Trovo che quello sia un modo abbastanza superficiale per definire alcuni caratteri dei siciliani e della Sicilia. Sono naturalmente termini generici e contenitori di elementi opposti che in altre regioni o in altri paesi finirebbero per annullarsi mentre in Sicilia, misteriosamente, convivono.

Ha ancora un senso parlare oggi di intellettuali, di intellettuali impegnati? Che ruolo per loro, se ce n’è uno che non sia di megafono del potente di turno, in questa Italia e in questa Sicilia?
Non posso parlare per gli altri. Se dovessi scegliere di definirmi un intellettuale, cosa che mi dà molto fastidio, o intellettuale impegnato, ancora più fastidioso, preferirei definirmi un cittadino che si occupa del suo paese. Cosa che ritengo da sempre, al di là dello schieramento politico, degli studi, del sesso e delle possibilità economiche, un diritto e un dovere di ogni essere umano, intellettuale o meno.

La Sicilia è un enorme giacimento culturale abbandonato a se stesso: fatto inevitabile visto lo stato di crisi o scritto nel Dna di una popolazione troppo chiusa nel proprio “particulare” e per nulla incline nel riconoscersi nella “res publica”?
Sarà anche questo, io vivo a Roma, patria della res pubblica e città capolavoro, e non per questo la cultura è in primo piano. Certo che il carattere siciliano estremamente individualista comporta una difficoltà ad aprirsi a un’azione comune culturale, ma non può essere solo questo. La Sicilia è ormai la memoria di una cultura, gli sforzi culturali sono timidi, diseguali non connessi tra di loro e quindi destinati al poco richiamo. Non si può chiedere ogni giorno agli uomini di essere uomini di buona volontà. La cultura si sviluppa, come dimostrato storicamente, come nel V secolo AC, attraverso una situazione socio-economica perfetta, gli schiavi lavorano e quelli che non lavorano si occupano di cultura. Ricreare queste condizioni nel mondo di oggi è impossibile.

Sono tanto frequenti gli episodi di corruttela e gli esempi di cattivo uso del potere, che in un’inchiesta di Montalbano di qualche anno addietro “Piramide di fango”, lei stesso ha parlato di “punto di non ritorno”. Insomma è giunto anche lei al concetto tutto sciasciano di “irredimibilità”?
No. Il concetto sciasciano si riferiva solo alla Sicilia, ora le cose di cui stiamo parlando sono, purtroppo, valide e riscontrabili tanto in Sicilia quanto in Piemonte e Lombardia. Quindi non si tratta di “irredimibilità” e se invece c’è è italiana e non solo isolana.

Un’ultima domanda: quale tesoro siciliano, materiale o immateriale, ancora non sufficientemente scoperto vorrebbe portare alla luce, far conoscere, trarre dall’oblio?
Vorrei portare alla luce un sentimento, una vera ricchezza dei siciliani. Sono anni che sulle nostre coste sbarcano migliaia e migliaia di profughi, di poveri, di gente costretta a scappare dalle loro case e a dispetto della totale disattenzione dell’Europa in primis e del governo italiano, in buona parte. Spesso questi disperati vengono accolti nelle case dei siciliani, vestiti con i vestiti dei siciliani e trattati come gente di casa.

Un’intervista inedita, rilasciata tre anni fa, al padre del commissario Montalbano

di Marcello Barbaro

La battuta e la lucidità nell’analisi sono quelle di sempre. Qualche esempio? “Un consiglio ai giovani che vogliono scrivere? Evitino accuratamente le scuole di scritture”; “la Sicilia nei miei libri è memorabile? In realtà leggo la cronaca che la riguarda e poi la dimentico, altrimenti non sarebbe così memorabile…”.
Insomma è sempre lui, Andrea Camilleri con i suoi oltre 90 anni e il suo commissario Montalbano del quale, ammette, di “essere prigioniero” seppure gli deve molto “perché ha fatto da apripista in tutto il mondo ai romanzi storici”.

Maestro, a più riprese ha affermato di non apprezzare il termine sicilitudine. Preferisce certamente sicilianità…
Trovo che quello sia un modo abbastanza superficiale per definire alcuni caratteri dei siciliani e della Sicilia. Sono naturalmente termini generici e contenitori di elementi opposti che in altre regioni o in altri paesi finirebbero per annullarsi mentre in Sicilia, misteriosamente, convivono.

Ha ancora un senso parlare oggi di intellettuali, di intellettuali impegnati? Che ruolo per loro, se ce n’è uno che non sia di megafono del potente di turno, in questa Italia e in questa Sicilia?
Non posso parlare per gli altri. Se dovessi scegliere di definirmi un intellettuale, cosa che mi dà molto fastidio, o intellettuale impegnato, ancora più fastidioso, preferirei definirmi un cittadino che si occupa del suo paese. Cosa che ritengo da sempre, al di là dello schieramento politico, degli studi, del sesso e delle possibilità economiche, un diritto e un dovere di ogni essere umano, intellettuale o meno.

La Sicilia è un enorme giacimento culturale abbandonato a se stesso: fatto inevitabile visto lo stato di crisi o scritto nel Dna di una popolazione troppo chiusa nel proprio “particulare” e per nulla incline nel riconoscersi nella “res publica”?
Sarà anche questo, io vivo a Roma, patria della res pubblica e città capolavoro, e non per questo la cultura è in primo piano. Certo che il carattere siciliano estremamente individualista comporta una difficoltà ad aprirsi a un’azione comune culturale, ma non può essere solo questo. La Sicilia è ormai la memoria di una cultura, gli sforzi culturali sono timidi, diseguali non connessi tra di loro e quindi destinati al poco richiamo. Non si può chiedere ogni giorno agli uomini di essere uomini di buona volontà. La cultura si sviluppa, come dimostrato storicamente, come nel V secolo AC, attraverso una situazione socio-economica perfetta, gli schiavi lavorano e quelli che non lavorano si occupano di cultura. Ricreare queste condizioni nel mondo di oggi è impossibile.

Sono tanto frequenti gli episodi di corruttela e gli esempi di cattivo uso del potere, che in un’inchiesta di Montalbano di qualche anno addietro “Piramide di fango”, lei stesso ha parlato di “punto di non ritorno”. Insomma è giunto anche lei al concetto tutto sciasciano di “irredimibilità”?
No. Il concetto sciasciano si riferiva solo alla Sicilia, ora le cose di cui stiamo parlando sono, purtroppo, valide e riscontrabili tanto in Sicilia quanto in Piemonte e Lombardia. Quindi non si tratta di “irredimibilità” e se invece c’è è italiana e non solo isolana.

Un’ultima domanda: quale tesoro siciliano, materiale o immateriale, ancora non sufficientemente scoperto vorrebbe portare alla luce, far conoscere, trarre dall’oblio?
Vorrei portare alla luce un sentimento, una vera ricchezza dei siciliani. Sono anni che sulle nostre coste sbarcano migliaia e migliaia di profughi, di poveri, di gente costretta a scappare dalle loro case e a dispetto della totale disattenzione dell’Europa in primis e del governo italiano, in buona parte. Spesso questi disperati vengono accolti nelle case dei siciliani, vestiti con i vestiti dei siciliani e trattati come gente di casa.

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