Alla scoperta del teatro Pirandello e dell’ipogeo

Una struttura che rischiava di restare “senza voce” e un luogo sotterraneo che ha fatto da rifugio durante la seconda guerra mondiale: sono gli estremi di un unico, suggestivo percorso guidato, inserito nel carnet agrigentino delle Vie dei Tesori, in programma nei tre weekend fra il 14 e il 30 settembre. Ve li raccontiamo in anteprima

di Federica Certa

Il visibile e l’invisibile. Le luci della ribalta e l’umida, misteriosa oscurità di un corridoio scavato nel sottosuolo. Il velluto e la pietra, il sipario e il cunicolo. Uno sopra l’altro, all’interno del palazzo dei Giganti, sede dell’amministrazione municipale: l’ottocentesco teatro Pirandello, riaperto nel ’95, e l’ipogeo “Acqua amara” scavato nelle sue fondamenta. Sono gli estremi opposti di un unico, suggestivo percorso guidato, inserito nel carnet agrigentino delle Vie dei Tesori, il festival in programma nei tre weekend fra il 14 e il 30 settembre e che torna per il secondo anno consecutivo nella città della Valle dei templi.

I lavori per la costruzione del teatro – uno dei più grandi della Sicilia, con la sua ampia sala ellittica da 580 posti, le colonne ioniche e le vetrate – iniziarono nel 1870, su indicazione della giunta municipale e progetto dell’architetto Dionisio Sciascia. Ma a cantiere ancora aperto nacque un contenzioso fra il comune e i tecnici: il primo lamentava che il cosiddetto “arco armonico” fosse riuscito sordo, così da vanificare la stessa ragion d’essere dell’edificio. Fu dunque necessario l’intervento di Giovan Battista Basile, geniale progettista del teatro Massimo di Palermo, che si mise a lavoro con il figlio Ernesto per restituire alla struttura la sua “voce”, conferendole quell’acustica perfetta che ancora oggi abbraccia e nobilita i suoni, completando i lavori e suggellando così l’apertura nel 1880.

Nel 1881 il teatro fu ribattezzato con il nome della regina Margherita, che aveva visitato Agrigento all’inizio dell’anno e fu solo nel 1946, decennale della morte di Pirandello, che si decise la definitiva intestazione, in onore dello scrittore e drammaturgo premio Nobel nel 1934. A cavallo dei due secoli fu teatro di prosa, cinema – durante la seconda guerra mondiale – e proscenio per l’avanspettacolo e la commedia, con Renato Rascel, Carlo Croccolo, Tino Scotti.
Nell’atrio sono incastonate due lapidi in marmo dedicate a Pirandello, mentre una terza targa in bronzo raffigura in bassorilievo Dante Alighieri con, alle spalle, il pino solitario dello scrittore del Fu Mattia Pascal, a rappresentare una simbolica continuità tra i due grandi della letteratura italiana.

All’interno c’è la firma dei pittori Giuseppe Belloni, Luigi Sacco, Antonio Tavella, che decorarono il soffitto e il frontale dei palchi; nel foyer sono esposti il busto di Zeus, trasferito qui da Villa Garibaldi, quello dedicato a Luigi Filippo, il busto di Pirandello e varie targhe: una celebra la fondazione del teatro, una è dedicata all’attore agrigentino Pippo Montalbano, un’altra ancora ricorda la restituzione del sipario andato perduto durante il lungo oblio dell’edificio, copia esatta dell’originale “La vittoria di Esseneto” donata alla città dal produttore Francesco Bellomo.

Ha tutt’altro fascino l’ipogeo “Acqua amara”, un breve tratto, circa 80 metri quadri, che riconduce all’immenso labirinto di cunicoli – una vera città sotterranea – nascosta nelle viscere di Agrigento: si accede da una scaletta, nascosta in un corridoio tra i palchi del primo piano del teatro.
“Questa è senza dubbio una delle tappe più amate dal pubblico delle Vie dei tesori – spiega Beniamino Biondi, che per il secondo anno accompagnerà i visitatori sopra e sotto la superficie –. Il suo fascino è psicologico ed emotivo, più che artistico, perché rappresenta per i fruitori una discesa nel profondo, nel mistero, un’esperienza inconsueta che suscita grande curiosità. Visitandolo tornano alla mente le atmosfere cupe della seconda guerra mondiale, quando qui si ritrovavano gli agrigentini in fuga dai bombardamenti aerei”.

L’ipogeo è composto da un vano centrale – dove il soffitto ricoperto da mattoni raggiunge l’altezza di sei metri – e da due biforcazioni, una completamente chiusa, l’altra aperta al pubblico per circa 20 metri. Nella “stanza” principale c’è una feritoia da cui ancora scorre l’acqua che dà il nome al luogo, “e che nel quarto secolo d.C. – aggiunge Biondi – serviva a drenare la collina di arenaria e poi, una volta incanalata, nutriva gli orti della Valle dei templi”. Appuntamento da metà settembre, dunque, e per saperne di più sul festival basta seguire il sito www.leviedeitesori.it.

Una struttura che rischiava di restare “senza voce” e un luogo sotterraneo che ha fatto da rifugio durante la seconda guerra mondiale: sono gli estremi di un unico, suggestivo percorso guidato, inserito nel carnet agrigentino delle Vie dei Tesori, in programma nei tre weekend fra il 14 e il 30 settembre. Ve li raccontiamo in anteprima

di Federica Certa

Il visibile e l’invisibile. Le luci della ribalta e l’umida, misteriosa oscurità di un corridoio scavato nel sottosuolo. Il velluto e la pietra, il sipario e il cunicolo. Uno sopra l’altro, all’interno del palazzo dei Giganti, sede dell’amministrazione municipale: l’ottocentesco teatro Pirandello, riaperto nel ’95, e l’ipogeo “Acqua amara” scavato nelle sue fondamenta. Sono gli estremi opposti di un unico, suggestivo percorso guidato, inserito nel carnet agrigentino delle Vie dei Tesori, il festival in programma nei tre weekend fra il 14 e il 30 settembre e che torna per il secondo anno consecutivo nella città della Valle dei templi.

I lavori per la costruzione del teatro – uno dei più grandi della Sicilia, con la sua ampia sala ellittica da 580 posti, le colonne ioniche e le vetrate – iniziarono nel 1870, su indicazione della giunta municipale e progetto dell’architetto Dionisio Sciascia. Ma a cantiere ancora aperto nacque un contenzioso fra il comune e i tecnici: il primo lamentava che il cosiddetto “arco armonico” fosse riuscito sordo, così da vanificare la stessa ragion d’essere dell’edificio. Fu dunque necessario l’intervento di Giovan Battista Basile, geniale progettista del teatro Massimo di Palermo, che si mise a lavoro con il figlio Ernesto per restituire alla struttura la sua “voce”, conferendole quell’acustica perfetta che ancora oggi abbraccia e nobilita i suoni, completando i lavori e suggellando così l’apertura nel 1880.

Nel 1881 il teatro fu ribattezzato con il nome della regina Margherita, che aveva visitato Agrigento all’inizio dell’anno e fu solo nel 1946, decennale della morte di Pirandello, che si decise la definitiva intestazione, in onore dello scrittore e drammaturgo premio Nobel nel 1934. A cavallo dei due secoli fu teatro di prosa, cinema – durante la seconda guerra mondiale – e proscenio per l’avanspettacolo e la commedia, con Renato Rascel, Carlo Croccolo, Tino Scotti.
Nell’atrio sono incastonate due lapidi in marmo dedicate a Pirandello, mentre una terza targa in bronzo raffigura in bassorilievo Dante Alighieri con, alle spalle, il pino solitario dello scrittore del Fu Mattia Pascal, a rappresentare una simbolica continuità tra i due grandi della letteratura italiana.

All’interno c’è la firma dei pittori Giuseppe Belloni, Luigi Sacco, Antonio Tavella, che decorarono il soffitto e il frontale dei palchi; nel foyer sono esposti il busto di Zeus, trasferito qui da Villa Garibaldi, quello dedicato a Luigi Filippo, il busto di Pirandello e varie targhe: una celebra la fondazione del teatro, una è dedicata all’attore agrigentino Pippo Montalbano, un’altra ancora ricorda la restituzione del sipario andato perduto durante il lungo oblio dell’edificio, copia esatta dell’originale “La vittoria di Esseneto” donata alla città dal produttore Francesco Bellomo.

Ha tutt’altro fascino l’ipogeo “Acqua amara”, un breve tratto, circa 80 metri quadri, che riconduce all’immenso labirinto di cunicoli – una vera città sotterranea – nascosta nelle viscere di Agrigento: si accede da una scaletta, nascosta in un corridoio tra i palchi del primo piano del teatro.
“Questa è senza dubbio una delle tappe più amate dal pubblico delle Vie dei tesori – spiega Beniamino Biondi, che per il secondo anno accompagnerà i visitatori sopra e sotto la superficie –. Il suo fascino è psicologico ed emotivo, più che artistico, perché rappresenta per i fruitori una discesa nel profondo, nel mistero, un’esperienza inconsueta che suscita grande curiosità. Visitandolo tornano alla mente le atmosfere cupe della seconda guerra mondiale, quando qui si ritrovavano gli agrigentini in fuga dai bombardamenti aerei”.

L’ipogeo è composto da un vano centrale – dove il soffitto ricoperto da mattoni raggiunge l’altezza di sei metri – e da due biforcazioni, una completamente chiusa, l’altra aperta al pubblico per circa 20 metri. Nella “stanza” principale c’è una feritoia da cui ancora scorre l’acqua che dà il nome al luogo, “e che nel quarto secolo d.C. – aggiunge Biondi – serviva a drenare la collina di arenaria e poi, una volta incanalata, nutriva gli orti della Valle dei templi”. Appuntamento da metà settembre, dunque, e per saperne di più sul festival basta seguire il sito www.leviedeitesori.it.

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